Loris Guzzetti
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1 Giugno Giu 2017 0923 01 giugno 2017

Voto anticipato? Ma anche no...

Tritticoproporzionale

Tempo di elezioni, tempo di confusione.
Mentre impazza giorno dopo giorno la discussione sulla futura legge elettorale, sentendo discutere di modelli proporzionali con soglia di sbarramento di ispirazione tedesca, dopo mesi e mesi di maggioritario a doppio turno, l'ansia ora cresce attorno alla possibile eventualità di una chiamata alle urne in forma anticipata.

L’ipotesi di votare a settembre, o comunque in autunno, porterebbe inevitabilmente a non rispettare la scadenza ufficiale della legislatura, prevista per il 2018. Nulla di grave certo, se ciò non implicasse l’ennesima apertura di una crisi di governo.
Il passaggio per prevedere uno scioglimento delle Camere in forma anticipata è, infatti, il far venir meno la fiducia all’attuale esecutivo Gentiloni, minando volontariamente e bruscamente la sua esistenza.

Al di là delle più o meno condivisibili strategie di partito, ciò rappresenterebbe anche un freno, un ritardo, nella risoluzione di alcuni urgenti problemi esistenti nel Paese.
Non a caso, lo stesso presidente del Consiglio, come immediata reazione all’ipotesi di un voto a settembre, rassicurava l'opinione pubblica circa il mantenimento degli impegni che il suo governo ha intrapreso.
Parole che, tuttavia, non rassicurano pienamente (per lo meno coloro che sono più attenti e sensibili al bene comune), poiché i problemi legati alla sfera economica e sociale sono per natura assai complessi e delicati, con tempi di soluzione sicuramente non brevi, per cui sarebbe assolutamente necessario il prevalere di una buona continuità, in termini di politiche, intenzioni e soluzioni adottabili.

Esiste poi un altro aspetto che evidentemente verrebbe molto sottovalutato da coloro che auspicano un voto anticipato. Si tratta, ancora una volta, degli elevati livelli di astensione e di disaffezione manifestati dai cittadini nei confronti delle dinamiche politiche.
Secondo gli ultimi sondaggi, l'astensionismo elettorale registrerebbe già il 38%. Una percentuale certamente causata da altri malumori e questioni, ma che conferma anche il rischio di una ulteriore crescita del fenomeno, qualora si andasse alle urne subito dopo i mesi estivi.

Ne deriverebbe una consultazione non sentita, non partecipata, poiché programmata a seguito di una campagna elettorale (sicuramente martellante ed antipatica) svolta durante la stagione tipicamente ed inevitabilmente più dedicata allo svago, alla spensieratezza, alla disattenzione. Sarebbe allora assurdo, se non addirittura sbagliato, pensare di risvegliare l’attenzione politica dei cittadini in circostanze simili. verrebbe alimentato nuovamente quel distacco reale e drammatico fra popolo e politica, già da troppo tempo vivo e forte.

Sarebbe infine anche assai curioso comprendere con quali progetti, con quali idee e con quali prospettive i protagonisti della scena elettorale scenderebbero in campo.
Di questo passo, è facile aspettarsi un’accozzaglia di partiti e partitini senza particolari proposte, uniti in alleanze imbarazzanti, esclusivamente strette per sfidare l’eventuale soglia di sbarramento; o ancora, una serie di programmi anonimi, preparati in fretta e furia, farciti di promesse e valutazioni del tutto lontane dalla realtà, unicamente propagandistiche.

La Politica, insomma, verrebbe sostituita di nuovo dalla politicuccia mediatica, dalle grida vuote e bizzarre. Sarebbe quindi meglio occuparsi e sviluppare soluzioni per le vere priorità del Paese, invece di architettare delle elezioni a breve termine, totalmente confuse e prive di seri contenuti.

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