Elisabetta Favale
E(li's)books
6 Giugno Giu 2017 0801 06 giugno 2017

Le pergamene di Sertorio di Nelson Martinico

Presentazione Sertorio

Non leggevo un romanzo storico da molto tempo e quando ho cominciato a leggere Le pergamene di Sertorio ho avuto bisogno di “orientarmi” perché in realtà questo è un libro che racconta una storia vera, la storia di Sertorio appunto e sinceramente, scavando nella memoria, non riuscivo a ricordare molto di questo personaggio storico. Pensando indispensabile un “ripasso” mi sono messa a cercare su internet, preoccupata di non saper distinguere i fatti storici dalla “fiction” che l’autore ha aggiunto a beneficio della trama e del lettore.

E’ durata poco però la mia ricerca perché leggendo mi sono resa conto che di fatto non era importante mettermi sulle tracce dei fatti storici, era importante invece farsi coinvolgere dai personaggi e farli propri, la storia è scritta in modo da consentire al lettore di “assaporare” le vicende man mano che si svolgono lasciandosi guidare dalle parti descrittive che colmano l’esigenza di comprendere ogni aspetto del racconto, anche laddove si parli di oratoria, di tattiche militari usi e costumi della Roma di Quinto Sertorio.

Ma chi era Sertorio? In estrema sintesi:

Oratore, politico e militare della tarda Repubblica, nato nell’attuale Umbria, a Narni, nel 126 a.C., parente del famoso Gaio Mario, si schierò al suo fianco nella battaglia di Aquae Sextiae, odierna Aix en Provence in Francia, nello scontro che vide sconfitti in modo definitivo la tribù germanica dei Teutoni. All’epoca, per riuscire nella carriera politica e di oratore bisognava “passare per le armi” e questo fece Sertorio che ebbe però la colpa di voler in qualche modo opporsi al malaffare e alle prevaricazioni dei poteri forti appoggiando anche le rivolte degli schiavi. Già questore della Gallia Cisalpina, si trovò contro Silla e fu costretto a tornare in Spagna dove aveva già combattuto per sfuggire alle congiure e alla persecuzione del tiranno. Acclamato dalle popolazioni ispaniche, cercò di ricostruire in Lusitania una piccola Repubblica sulla falsa riga della Roma a lui cara che in quel momento però viveva giorni di terrore in balia di governanti corrotti e incapaci di agire se non con la forza e il terrore.

Accusato di essere in combutta con i pirati del Mediterraneo e di numerose altre nefandezze, Sertorio si trovò alle calcagna Pompeo, Metello e purtroppo anche quel Perperna cui pure aveva fatto del bene ma che, allettato dalla taglia che pendeva sulla sua testa non si fece scrupolo e si aggiunse alla lunga lista di traditori che ne decretarono la morte, una morte che colse Sertorio alla sprovvista perché arrivò con l’inganno.

Tornando al libro.

Dunque, tutto comincia con Traiano, l’imperatore, che convoca a palazzo Plutarco, vuole parlargli di alcune pergamene che sono state ritrovate in Spagna, sembra che raccontino la vita di Quinto Sertorio e che siano state scritte da lui in persona, una sorta di memoriale.

Plutarco si mostra sorpreso, come mai il suo imperatore vuole occuparsi di un uomo che per Roma è stato sempre una spina nel fianco? Un uomo dall’intelligenza acuta, indomito, che mostrò di avere idee illuminate, l’uomo che aveva guidato la rivolta delle Spagne contro Roma, l’uomo che aveva appoggiato la rivolta di Catilina e aveva osato opporsi a Silla il tiranno?

Nonostante fossero passati duecento anni si faceva ancora fatica a rivalutarne le idee e le gesta, Sallustio lo riteneva un vero romano, un precursore di quella che oggi noi chiamiamo democrazia ma Traiano era un conservatore per cui Plutarco rimase comprensibilmente perplesso.

Acuto Plutarco, ho letto alcune delle tue Vite parallele. Mi hanno colpito. Sei un maestro nel rielaborare la Storia in piena libertà. Sai esaltare il tragico e l’umano”.

La vita di Quinto Sertorio fu effettivamente tragica e l’umanità di quest’uomo, insieme alle sue sofferenze, emergono in un crescendo coinvolgente pagina dopo pagina perché, di fatto, sono emblema di temi universali.

Un espediente le pergamene, un bell’espediente per l’autore che voleva avere la possibilità di far parlare Sertorio, voleva dargli voce ed è proprio dalla voce del protagonista che apprendiamo la sua storia, il racconto comincia a partire dalla sua infanzia per arrivare all’età matura e alla sua morte.

Eccolo quindi a scuola, a lezione conversa col maestro di Caio Gracco, della sua morte:

“ perché i riformatori (come Caio Gracco) passano per sovversivi?” Chiede il giovane Sertorio,

“ E’ una vecchia storia. Dura da tempo, dai primi fermenti democratici della mia amata Grecia, e andrà avanti chissà per quanti millenni ancora. Spesso passa per sovversivo chi lotta contro l’ingiustizia. Vedi, il potere ha l’autorità di far passare per ingiusto quello che è giusto”.

Il maestro di Sertorio era Filostrato.

L’ars oratoria era la vera passione del nostro protagonista e gli anagrammi, nei quali eccelleva, erano il suo elemento “spettacolare” che rendevano le sue dissertazioni qualcosa di indimenticabile:

Indugiai, com’è giusto che faccia un oratore di spessore, il calamo alto nella mano destra, la sinistra a trattenere il mazzo di pieghe della toga sulla spalla. Un calcolato e semicircolare incedere nell’aula mostrando sé e il proprio occhio e la propria mano all’uditorio. Questo, fremente, ululante: Dacci l’anagramma… dacci l’anagramma”.

Così scrive Nelson Martinico, così fa parlare Quinto Sertorio. Frasi brevi spesso, di aiuto al lettore che può fare una sosta, prima di un nuovo anagramma o di un discorso in difesa di una causa cara al nostro protagonista.

La mia famiglia e i miei amici: un’atmosfera gioviale alla quale ognuno dava il suo contributo grazie all’espressione di un pensiero libero e arguto. Ma soprattutto eterogeneo. Mia madre e Clunia avevano ascendenza ispanica. Filostrato era greco. Cimber uomo del nord. Io stesso per metà etrusco. Irtuleio non nascondeva le sue ascendenze sicule. Ma eravamo tutti romani, nel convincimento che a tutti noi silenziosamente apparteneva, che il futuro dell’Urbe si sarebbe nutrito da questa commistione di motivi, esperienze, colori, etnie. Un pensiero che nessun aristocratico avrebbe mai accettato né condiviso”.

Questo era il mondo di Sertorio, un mondo che lo vedrà indurirsi negli anni dopo i tradimenti, dopo le delusioni, dopo i troppi tentativi di perseguire la giustizia uscendone sempre sconfitto.

Ci sarà anche l’amore nella sua vita, due donne e due figli, ci saranno i sogni premonitori che porteranno il lettore ad appassionarsi, a sperare che grazie alle doti “divinatorie” possa riuscire nel suo intento, tornare a Roma perché esule, stanco e sconfitto Quinto Sertorio lotterà fino alla fine per tornare a casa e fare quel che davvero avrebbe voluto, l’oratore, non il soldato.

Ho chiesto a Nelson Martinico come sia riuscito a scrivere questa storia con questo stile così “aulico”, come sia riuscito a non cedere mai, neppure una volta ad un linguaggio più “volgare” più comune, mi ha guardata con aria interrogativa: “non è stato difficile, direi proprio di no” mi ha risposto, in effetti da una persona che adora “anagrammare” in latino e scrivere terzine come Dante Alighieri non ci si poteva aspettare altra risposta.

Vi aspettiamo venerdì 9 alle 18 in libreria Arion/Feltrinelli a Roma zona Piazza Cavour!

Nelson Martinico – Le pergamene di Sertorio – Edizioni Spartaco 2017

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