Loris Guzzetti
Logos
6 Giugno Giu 2017 0920 06 giugno 2017

Libertà o chiusura? L’ossessione di un Occidente insicuro

London

Ad animare gli sforzi politici dell’Occidente, ormai da diversi anni, è sicuramente la ricerca ininterrotta di una soluzione coraggiosa al problema d’insicurezza, ovunque percepito.
Attraverso la concreta minaccia del terrorismo, con le sue azioni improvvise che colpiscono il cuore della quotidianità e della libertà individuale, un sentimento di esasperazione sembra infatti invadere costantemente la vita e i pensieri di ciascun individuo, alimentando così la sensazione di vivere in un’epoca rassegnata alla paura, in cui anche il gesto banale e abitudinario di prendere un mezzo pubblico, di passeggiare serenamente in una famosa piazza o strada di città o, ancora, di accogliere un poveretto che scappa da un mondo maledetto, è diventato motivo di blocco, ansia e tensione.

Lo si è visto bene con gli attentati di Londra nella notte fra il 3 e 4 giugno: di nuovo, un camion di per sé insignificante che si scaglia su una folla di persone qualunque, anonime. Oppure, sempre la stessa notte, con il paradossale incidente di Piazza San Carlo a Torino: una serata di normale attesa sportiva che si è trasformata improvvisamente in un vero inferno terrestre, fatto di urla, fughe di massa e panico generale “solo” per un falso allarme, per una interpretazione distorta della realtà da parte della mente umana, triste vittima di dinamiche standardizzate oramai radicate nell’immaginario collettivo, tanto da portare a demonizzare istantaneamente un qualsiasi disguido come un mortale attacco terroristico.

Ci si chiede questo: come reagire? Cosa fare? Come prevenire?
Lo chiedono i figli ai genitori, gli studenti ai professori, i popoli alla Politica.
Ed è in queste circostanze che viene ripresa una tensione, già ampiamente conosciuta nella letteratura politologica: garantire la sicurezza, restringendo la libertà oppure percorre altre vie, mantenendo comunque alto il livello del vivere libero?

Fughe di massa e panico generale “solo” per un falso allarme, per una interpretazione distorta della realtà da parte della mente umana, triste vittima di dinamiche standardizzate oramai radicate nell’immaginario collettivo

Nel pensiero di Hobbes la rinuncia di alcune libertà, calabile oggi in prospettive più o meno assurde di contenimento della circolazione di persone provenienti da certi Paesi ritenuti sospetti (emblematica la recente scelta di Trump), rappresenta un sacrificio utile, se non addirittura indispensabile, al fine di garantire una maggior sicurezza nella società, la quale risulterebbe teoricamente più vincolata, frenata, quindi controllabile.
Tesi a cui si contrappone certo un’alternativa, riassunta con la sintesi di Locke “sicuri perché liberi”, oggi potenzialmente concretizzabile in un mantenimento delle libertà personali, incrementando la rigidità legislativa a favore di pene più severe e certe, di maggiore libertà di monitoraggio e di azione preventiva nei confronti di individui sospetti, e così via.

Sicuri, poiché liberi anche di contrastare gli attacchi mediante l’affermazione sincera e la consapevolezza solida della propria identità occidentale, liberandola (appunto) dalla paura, dalla rassegnazione, dal terrore.
Occorre infatti ribadire (fra le altre priorità d’intervento) la necessità di assicurare una sorta di sicurezza culturale e morale, capace di realizzare un ambiente florido, emozionale, insomma umano, che sia coeso e spiritualmente forte, resistente. Essa costituisce una delle migliori risposte che l’Occidente insicuro e smarrito può oggi consegnare ai suoi nemici.

Ritrovare l’equilibrio sulle proprie radici, sui propri valori storici e sulle proprie speranze democratiche, fraterne e intraprendenti, costituirebbe un’arma sana a cui il mondo occidentale dovrebbe ricorrere, per assicurare la sicurezza di oggi e la libertà di domani.
Non cedendo quindi ad alcun tipo di rassegnazione, ma vivendo appieno la propria essenza indelebile.

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