Elisabetta Favale
E(li's)books
8 Giugno Giu 2017 0731 08 giugno 2017

Pappagalli Verdi di Gino Strada

Gino Strada

Pappagalli verdi - Cronaca di un chirurgo di guerra

Letto tanto tempo fa, credo subito dopo l’uscita quindi anni Novanta.

E’ un diario, un diario crudo che Gino Strada scrive per ricordare e farci sapere cosa succede in quei Paesi dove da anni rischia la vita per portare aiuto a chi muore ogni giorno, suo malgrado.

Iraq, Pakistan, Ruanda, Afghanistan, Etiopia, Angola, Perù, Cambogia, Serbia, Gibuti, posti diversi, culture diverse, stessa logica, la logica della guerra che non risparmia nessuno, neppure i bambini indifesi.

I “pappagalli verdi” di cui ci racconta Strada sono mine antiuomo, modello PFM-1 di fabbricazione russa.

"Un vecchio afgano con i sandali rotti e infangati, e il turbante con la coda che scendeva fino alla cintura, stava accanto al figlio di sei anni nel pronto soccorso dell’ospedale di Quetta.
Il bambino si chiamava Khalil e aveva il volto e le mani, o meglio quel che ne restava, coperti da abbondanti fasciature. Stava sdraiato, immobile, con la camicia annerita dall’esplosione. Qualcuno aveva strappato una manica e ne aveva fatto un laccio, legato stretto sul braccio destro per fermare l’emorragia.

“E’ stato ferito da una mina giocattolo, quelle che i russi tirano sui nostri villaggi” disse Mubarak, l’infermiere che faceva anche da interprete, avvicinandosi con un catino d’acqua e una spugna.

Non ci credo, è solo propaganda, ho pensato, osservando Mubarak che tagliava i vestiti e iniziava a lavare il torace del bambino, sfregando energicamente come se stesse strigliando un cavallo. Non si è neanche mosso, il bambino, non un lamento.
In sala operatoria ho tolto le bende: la mano destra non c’era più, sostituita da un’orrenda poltiglia simile a un cavolfiore bruciacchiato, tre dita della sinistra completamente spappolate.
Avrà preso in mano una granata, mi sono detto.
Sarebbero passati solo tre giorni, prima di ricevere in ospedale un caso analogo, ancora un bambino. All’uscita dalla sala operatoria Mubarak mi mostra un frammento di plastica verde scuro, bruciacchiato dall’esplosione.

“Guarda, questo è un pezzo di mina giocattolo, l’hanno raccolto sul luogo dell’esplosione. I nostri vecchi le chiamano pappagalli verdi…” e si mette a disegnare la forma della mina: dieci centimetri in tutto, due ali con al centro un piccolo cilindro.
Sembra una farfalla più che un pappagallo, adesso posso collocare come in un puzzle il pezzo di plastica che ho in mano, è l’estremità dell’ala.

Vengono giù a migliaia, lanciate dagli elicotteri a bassa quota. Chiedi ad Abdullah, l’autista dell’ospedale, uno dei bambini di suo fratello ne ha raccolta una l’anno scorso, ha perso due dita ed è rimasto cieco”.
Mine giocattolo, studiate per mutilare i bambini. Ho dovuto crederci, anche se ancora oggi ho difficoltà a capire”.

"La forma della mina, con le due ali laterali, serve a farla volteggiare meglio. In altre parole, non cadono a picco quando vengono rilasciate dagli elicotteri, si comportano proprio come i volantini, si sparpagliano qua e là su un territorio molto più vasto. Sono fatte così per una ragione puramente tecnica – affermano i militari – non è corretto chiamarle mine giocattolo. Ma a me non è mai successo, tra gli sventurati feriti da queste mine che mi è capitato di operare, di trovarne uno adulto. Neanche uno, in più di dieci anni, tutti rigorosamente bambini”.

“La mina non scoppia subito, spesso non si attiva se la si calpesta. Ci vuole un po di tempo…Bisogna prenderla in mano, maneggiarla ripetutamente, schiacciarne le ali. Chi la raccoglie, insomma, può portarsela a casa, mostrarla nel cortile agli amici incuriositi, che se la passano di mano in mano, ci giocano.
Poi esploderà. E qualcun altro farà la fine di Khalil”.

Non credo sia necessario commentare il brano, non possono esserci giri di parole, il racconto deve essere necessariamente chiaro, senza metafore perché è il racconto della realtà.

Parole amare si leggono pagina dopo pagina, si rimane sconvolti a leggere il racconto della “quotidianità della tragedia” che, come scrive Strada “rende superfluo ai feriti dalle mine piangere, lamentarsi. E’ il fatto di aver sempre vissuto in mezzo al terrore e al dolore fisico, di averlo visto negli occhi dei nonni e poi dei padri e delle madri, dei fratelli e delle sorelle maggiori".

Passa da una storia all’altra Gino Strada e l’unico vero filo conduttore tra le storie è il dolore, il sangue, commuove sapere quanto gesti semplici possano essere invece vitali per chi non ha più neppure la forza di piangere.

Nei conflitti di oggi, più del novanta per cento delle vittime sono civili. Migliaia di donne, di bambini, di uomini inermi sono uccisi ogni anno nel mondo. Molti di più sono i feriti e i mutilati.

EMERGENCY nasce nel 1994 a Milano per portare soccorso a queste vittime. Personale medico e tecnici con maturata esperienza di lavoro in situazioni di emergenza si sono uniti per garantire assistenza medica, chirurgica e riabilitazione nelle zone di guerra.

Negli ospedali che costruisce e attiva, EMERGENCY è impegnata anche nella formazione del personale locale, che sarà così in grado di continuare la gestione del Centro quando EMERGENCY lascerà il paese.

Fin dall’inizio, le attività umanitarie di EMERGENCY si Sono concentrate in particolare sul trattamento e sulla riabilitazione delle vittime di mine antiuomo, ordigni disumani dei quali l’Italia è stata tra i maggiori produttori.

EMERGENCY si è impegnata per anni a far sì che il nostro paese mettesse al bando queste armi. Il 22 ottobre 1997 il governo italiano ha approvato la legge n. 374 che impedisce la produzione e il commercio delle mine antiuomo.

Ma i 110 milioni di ordigni disseminati in 67 paesi continueranno a ferire, mutilare, uccidere.”

Era la fine degli anni Novanta, oggi saranno cambiate molte cose.

In peggio.

Pappagalli verdi – Gino Strada - Feltrinelli

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