Alessandro Oliva
Viva la Fifa
9 Giugno Giu 2017 1504 09 giugno 2017

Il minuto di silenzio negato spiega da che parte sta l'Arabia Saudita

Arabia


Che calcio e politica siano legati, sia sa: basta vedere l'uso che molti Paesi ne hanno fatto nel corso degli anni, Italia mussolinana copresa. Così come è noto il legame tra il pallone e la religione, non solo quando gli attaccanti si fanno il segno della croce dopo un gol.

Prima del fischio d'inizio della gara tra Australia e Arabia Saudita, valida per le qualificazioni al Mondiale di Russia 2018 (e anche qui, il legame tra calcio e politica...), la federcalcio di casa aveva chiesto di poter osservare un momento di silenzio in onore di due vittime australiane morte nell'ultimo attacco londinese di sabato scorso. Di solito, il minuto può essere disposto dalla Fifa, così come può essere proposto da una (o entrambe) delle due nazionali che devono scendere in campo, previa approvazione della federcalcio continentale di appartenenza, in questo caso quella asiatica (la nazionale australiana non partecipa alle selezioni mondiali con l'Oceania ma con l'Asia). L'Australia, come spiegato su Twitter da un giornalista di Fox Sport, ha ricevuto il no da parte dei colleghi sauditi, senza che però questi motivassero la scelta dietro richiesta di spiegazione degli australiani, che hanno deciso di rispettare quanto chiesto di fare, dopo il nulla osta della Afc, la confederazione asiatica.

Dunque si arriva alla notizia, cioè al fatto che i calciatori dell'Arabia Saudita non hanno rispettato il minuto di silenzio. Addirittura hanno mostrato una certa indifferenza: chi ha continuato a scaldarsi, chi ha palleggiato. L'atteggiamento dei sauditi non è passato inosservato e ha generato molte discussioni, tanto che la federcalcio araba ha poi diramato un comunicato, nel quale spiega che non era intenzione offendere le vittime o mancare di rispetto. A poco, inoltre, servirebbe dire che non è nella cultura araba non osservare il minuto di silenzio. Come ha già spiegato il Guardian, lo scorso dicembre durante un incontro della Qatar Airways Cup, i team di Barcellona e Al Ahly (squadra araba) hanno osservato un minuto di silenzio, così come un anno prima era successo per la morte del Re Abdullah, reggente appunto dell'Arabia Saudita.

Dunque la cultura c'entrerebbe poco. Il fatto è che, come spiegava ad esempio Kamel Daoud sul New York Times, "L’Arabia Saudita è un Is che ce l’ha fatta". Il legame tra Stato Islamico e Arabia è nel wahabismo, cioè quel movimento di riforma religiosa legato all'islamismo sunnita e caratterizzato da una visione più ortodossa del credo islamico. Il wahabismo si è sviluppato soprattutto nella penisola araba, dove si trova l'Arabia Saudita ad esempio. E, proponendo una visione ultrapuritana, è la versione alla quale si ispisrano i fondatori dello Stato Islamico. Dunque è con la difficile posizione di Ryhad che l'Occidente sta facendo i conti: "Si vuole salvare la storica alleanza strategica con l’Arabia Saudita dimenticando che questo regno si fonda su un’altra alleanza, con una gerarchia religiosa che produce, legittima, diffonde, predica e difende il wahabismo, la versione dell’islam ultrapuritana di cui si nutre l’Is", spiega ancora Daoud su NYT. E lo abbiamo visto anche qui su LK, come la questione sia problematica: gli Stati Uniti stringono alleanze dove attecchisce il wahabismo e dove c'è una vera e propria cassaforte che foraggia anche il terrorismo. Forse più di ogni congettura, il calcio ci ha aiutati a capire, ancora di più, come stanno le cose.

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