Elisabetta Favale
E(li's)books
11 Giugno Giu 2017 0851 11 giugno 2017

Storie di uno scemo di guerra di Ascanio Celestini

Storie Di Uno Scemo Di Guerra

Voglio continuare con questa amarcord di libri del mio passato.

E’ il 2006, estate, in Sardegna con le mie amiche e mia sorella. Adorando il jazz e Paolo Fresu eccoci al festival che Fresu organizza nel suo paesino natale, Berchidda, ogni anno.

Sale sul palco una sera verso tardi Ascanio Celestini, un cantastorie così non si vedeva da tempo, mi innamoro delle storie che racconta e allora comincio a leggerle.

Storie di uno scemo di guerra.

Credo di aver regalato questo libro per anni e a persone dai gusti e personalità e diverse, non ho mai avuto conferma se la mia idea di trasversalità delle storie di Ascanio sia poi vera, lui è una persona che non si può equivocare, è uno che dice le cose così come sono quindi forse qualcuno tra quelli a cui l’ho regalato potrebbe non essere stato d’accordo col mio entusiasmo ma tant’è!

Di cosa parla questo libro? Della storia della sua famiglia a partire dal nonno e da suo padre e della Roma dei tempi della guerra.

Una storia semplice come quelle che molti di noi avranno sentito raccontare nelle famiglie una storia che vuole spiegarci cosa è successo in un momento preciso, è il 1944 e sta per succedere che finalmente i tedeschi lasciano l’Italia perché sono arrivati loro, gli americani.

Il tono, il linguaggi, il ritmo sono quelli di Ascanio Celestini e i fatti sono un po’ veri e un po’ no ma questo è normale, così succede ai cantastorie no?

Ci sono il padre di Ascanio e poi il barbiere storto, la sora Irma della trattoria vicino al cinema Iris, c’è pure il sor Giulio, il piano è fare una colletta bisogna trovare 1000 lire e comprare un maiale che è stato rubato ai tedeschi.

“La società s’era allargata. Mo’ c’era la sora Irma che era rimasta in trattoria, il sor Giulio con mio padre e il ragazzino invecchiato ai quali si aggiungevano un barbiere vestito da morto e un cane. Ma una bestia e cinque cristiani non arrivano a mettere insieme mille lire così se ne andarono tutti verso la stazione.”

“Alla stazione Termini ci stava l’andirivieni dei soldati tedeschi. Stavano talmente impicciati per la prescia di andarsene che mollavano la robba nell’uffici e nei magazzini senza manco preoccuparsi di chiudere le porte. Così la gente aveva cominciato a passarsi la voce che a Termini si rimediava qualche coperta e qualche chilata di patate. Le donne s’ammucchiarono fuori dalla porta di ferro mentre una di loro s’era infilata dentro per smicciarsi il magazzino. Poi chiamò e disse “ ce sta la grotta de Alì Babbà! Correte chè i ladroni so scappati” “

Così racconta Ascanio celestini, ve lo potete immaginare con quella sua barba da Rasputin, quando scrive e quando recita Ascanio “riferisce”, lui ha sempre questo tono e questo stile da “testimone”, racconta i fatti successi ad altri e lo fa a modo suo, proverbiali le sue ripetizioni, le parole ripetute che gli servono a dare forza, o almeno così lo percepisco io, al discorso.

Il punto di forza di ogni opera di celestini sta proprio qui, nella forza che da alle parole, Celestini è un libro parlante quando recita e i suoi libri sono pagine con una sonorità intrinseca.

E’ una storia seria questa, è una storia di guerra, di fame, di lutti ma la racconta lui e quindi è anche esilarante, divertente in quel modo speciale, c’è il dialogo delle mosche con la Madonna:

“ Gli dicemmo alla Madonna che non ci riesce di campare col nettare dei fiori. Fioriscono in primavera ma d’estate si seccano. Rifioriscono in autunno ma d’inverno si gelano, e non vogliamo più morirci di fame a ogni cambio di stagione. Vogliamo nutrirci di un cibo che si trova tutto l’anno, d’estate e d’inverno, di giorno e di notte, col freddo e col caldo”

“la Madonna ci disse che “non c’è problema… io so la Madonna e vi do quello che volete. Basta che fate scomparire il corpo morto del figlio mio perché non sopporto che se lo tengano quei barbari ignoranti cafoni e burini dell’antichi romani”

E noi mosche entrammo nel sepolcro di Cristo e facemmo sparire quel corpo d morto.

Ma noi mosche (…) avevamo capito che il corpo di Cristo doveva sparire … ma non che poi, dopo, toccava pure che ricomparisse.

Alla Madonna gli dicemmo “che Gesucristo ce lo siamo mangiato!”

La bellezza del romanesco di Celestini sta nel fatto che non è il romanesco popolare e neppure quello borghese, è un linguaggio puro e semplice che arriva forte a tutti e ha il suo accento e la sua voce, questa trovata delle mosche distoglie il lettore dai fatti della guerra è una chiosa letteraria che pure rinforza nella divagazione la storia. E’ un linguaggio originale che fa parlare protagonisti che raccontano una storia del 1944 eppure è un linguaggio che mai, neppure per un istante è mimesi di un ceto specifico.

Il nonno e il padre di Ascanio attraversano in queste 155 pagine tutta Roma, salmoni che risalgono una corrente contraria, vanno nel senso inverso rispetto alla folla che incontrano e ci accompagnano fino all’ultima pagina con una leggerezza malinconica perché Nino, il padre di Ascanio, di quei giorni di fame e di morte ne ha parlato sempre con malinconia:

“Nel resto della vita sua gli piaceva di ricordarsi quegli anni strani della guerra, raccontava e tornava a riviverseli un pochetto”.

Storie di uno scemo di guerra – Ascanio Celestini - Einaudi

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