Alessandro Oliva
Viva la Fifa
12 Giugno Giu 2017 0956 12 giugno 2017

Ma voi paghereste 1 miliardo di euro di diritti tv per questa Serie A?

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ALBERTO PIZZOLI / AFP

Lo abbiamo ripetuto allo sfinimento, ma repetita iuvant. Anche perché i numeri, i freddi impietosi numeri, ce lo ribadiscono ogni anno. Il calcio italiano dipende dai diritti tv. Passano gli anni, ma una delle maggiori industrie del Paese continua a non macinare grossi ricavi propri e prosegue nel basare gran parte del proprio business sugli introiti da broadcasting. Certo, si potrebbe obiettare che in fondo è il sistema che lo vuole: se guardiamo quanto la Champions League fa guadagnare ai club che vi partecipano in termini di market pool, viene da pensare che quei soldi sono una miniera sulla quale campare negli anni.

Quello che però non si considera è il valore dei diritti tv. Ci sono società come Mediaset che hanno valutato 700 milioni l'acquisto della trasmissione in esclusiva della Champions in Italia per il triennio 2015/18, "drogando" di conseguenza" il mercato, ipervalutandolo cioè verso l'alto per le squadre del nostro Paese che godono nella spartizione dei ricavi da market pool, cioè del valore del mercato nazionale di riferimento. Mediaset ha fatto le proprie valutazioni nel presentare una tale offerta, basandosi sul fatto che la Champions League è un torneo dove giocano grandi campioni e grandi squadre in grandi stadi. In Italia, la situazione è un po' diversa. E non certo migliore. Per capirlo, va fatto un breve confronto con gli altri tornei top in Europa. Se si considerano i campionato nazionali, oggi la Premier è il mercato più ricco in termini di valore televisivo: oggi il massimo campionato inglese, tra il 2016 e il 2019, incassa oltre 5,14 miliardi di euro, dunque più di un miliardo all'anno da dividere per tutte e 20 le squadre; la Bundesliga dalla prossima stagione varrà 4,60 miliardi per quattro anni, dunque un miliardo a stagione. La Liga ha un contratto invece triennale da 2,65 miliardi. E abbiamo considerato solo i diritti locali, cioè escludendo quelli internazionali, cioè la vendita all'estero.

In Italia, l'obiettivo di Lega e Infront per il prossimo triennio (2018-21) è di raggranellare 1 miliardo di euro. Ma la presentazione delle offerte per l'ultima asta è stata un fallimento. Tanto che Tavecchio, capo della federcalcio e commissario della Lega di Serie A, ha annullato l'asta stessa. Di fatto, solo Sky si è presentata con un'offerta concreta, assieme agli inglesi di Perform per quanto riguarda il web, con la conseguenza chiara: il miliardo è lontano, visto che le offerte hanno raggiunto in tutto poco più della metà. Fuori Mediaset, che non ha presentato alcuna offerta poiché ritiene «inaccettabile il bando, che penalizza gran parte dei tifosi italiani», corredando il tutto con la presentazione di un esposto all’Autorità Garante della Concorrenza per chiedere che il bando venisse rivisto, ma ricevendo risposta negativa.

Ora, possiamo concedere a Mediaset il fatto che la recente querelle con Vivendi - che controlla anche Telecom, anch'essa assente da offerte - ne abbia rallentato o confuso le strategie. O possiamo malignamente pensare, seguendo le recenti inchieste sui diritti tv, che da quando Bogarelli non è più ad di Infront, Mediaset abbia preferito defilarsi. Oppure possiamo considerare quello che vediamo ormai da anni. E cioè che nessuno al momento offrirebbe più di quanto non abbia fatto Sky per un prodotto scadente inserito in un contesto scadente. Nelle scorse settimane si era palesata la possibilità che grandi aziende del web come Amazon potessero entrare nel mercato del pallone italiano, portando investimenti, quindi soldi, quindi innovazione. Ci abbiamo sperato, che Amazon potesse provare a svecchiare il calcio del fu campionato più bello del mondo. Ma forse abbiamo pensato troppo in grande, o guardato troppo avanti, perché Amazon non si è presentato con alcuna offerta per il web (così come altri).

Perché avrebbe dovuto? Qui mancano le basi: abbiamo una Lega che non riesce nemmeno a eleggere un presidente. E senza presidente, non puoi organizzare un consesso di squadre da affidare a un management competente, in grado di trasformare una riunione di club in una azienda che sfrutti il calcio come prodotto da vendere. La Premier vale una valanga di soldi perché si è trasfromata in un format capace di aumentare il proprio valore televisivo e dove gli stadi sono spesso belli e pieni; la stessa cosa sta accadendo in Bundesliga e anche in Liga: prima si lavora a livello strutturale, si confeziona il prodotto, quindi lo si vende nel mercato interno e poi fuori: la Premier da anni va in tournée in Asia e qui fa affari d'oro; La Liga World ogni anno porta le squadre spagnole in giro per il mondo, così come la Bundesliga incoraggia i propri team ad andare all'estero durante il mese di pausa invernale: non si perde la forma e si guadagna in termini di brand sia collettivamente che per le singole squadre. In Italia gli stadi sono inadeguati, solo alcuni club si muovono singolarmente e in B si lavora con il progetto Futura per accompagnare le squadre nel percorso che li porti a nuovi impianti, ma chissà perché il tutto non è replicabile in A. I club della massima serie hanno pensato solo a intascare il denaro, senza reinvestirlo ma solo per coprire i propri buchi, visto che nel frattempo non è stato spesso e volentieri studiato un business alternativo (merchandising, etc).

L'Italia è diventata ormai terra di conquista: i grandi giocatori sono destinati a passare ma non a restare: prima o poi qualcuno dei campionati più ricchi passa, stacca assegni e se ne va con il bottino tecnico. E lasciandoci con un carrozzone vecchio, industrialmente arretrato e in mano alle polemiche di ogni tipo. Chi pagherebbe per una roba così?

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