Elisabetta Favale
E(li's)books
26 Giugno Giu 2017 1338 26 giugno 2017

Chi sbaglia paga nel mondo di Thomas Hardy

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Quando facevo l’Università dividevo casa con una ragazza che studiava lingue, quelli che per lei erano i libri da leggere per gli esami di letteratura, per me diventavano i libri da leggere tra un esame di statistica e uno di diritto.

Mi è tornato in mente questo:

Il sindaco di Casterbridge di Thomas Hardy

Scritto nel 1886 è ambientato nel Dorset dove Hardy è cresciuto, il libro affronta temi universali come il desiderio di potere, l’arrivismo, l’adulterio, Hardy ha raccontato le vicende dei suoi personaggi in modo da rimanere sempre attuali, anche a distanza di qualche secolo e nonostante siano ambientate in una realtà rurale ormai scomparsa.!

Ma di cosa parla Il sindaco di Casterbridge?

Michael Henchard insieme a sua moglie Susan e la sua bambina Elisabeth Jane sta andando al mercato dei contadini, arrivati, l’uomo di ubriaca e vende moglie e figlia ad un marinaio, Newson.

Quando si accorge di quel che ha fatto decide di “autopunirsi” e giura di non bere più per un numero di anni pari alla sua età, questa nuova vita di pentimento lo porta a trasformarsi tanto che da umile contadino arriva a diventare sindaco della città. La nuova vita del sindaco però non può prevedere solo il pentimento, deve, primo o poi, fare i conti col passato!

Nessun concittadino conosceva la vera storia del sindaco, lo credevano vedovo e lui non aveva mai smentito per cui quando dopo moltissimi anni arrivano in paese tre donne (due erano sua moglie sua figlia) dovrà per forza di cose affrontare il passato.

Bellissimo il quadro che emerge dalla storia, Hardy riesce abilmente a disegnare la società rurale attraverso le descrizioni del lavoro svolto dai vari personaggi, il linguaggio ci fa comprendere ceto sociale e cultura, Hardy riteneva che un romanzo dovesse essere “un’impressione” non una cosa ragionata, e per impressione si riferiva al concetto di “impressionismo” dei pittori.

La voce narrante è onnipresente e si sostituisce ai dialoghi, quello che ci regala Hardy è un quadro, un film, e per i suoi tempi possiamo certamente considerarlo un grande innovatore.

Un fondo di esistenzialismo anima tutti i personaggi quando si confrontano col destino, gli intrecci delle vite di ognuno sono storie parallele alla storia principale, il monito che Hardy voleva trasmettere ai suoi lettori era che nessuno può fuggire dalle sue colpe e dal suo passato, l'autore definisce Michael Henchard un “self-alienated man”.

Bisogna tener conto che Hardy era un pessimista, credeva fermamente nel fatto che l’uomo fosse solo un granello di sabbia nell’Universo, che mai sarebbe riuscito a vivere la vita desiderata ma solo quella che un Dio (tutt’altro che buono e caritatevole) gli avrebbe concesso di vivere.

Nonostante tutti gli errori commessi, nonostante le colpe, Michael Henchard non è un personaggio per cui il lettore prova antipatia, anzi, questo suo essere solo e sconfitto, uomo tragico nel senso aristotelico del termine, lo porta quasi ad una purificazione, la pietà che arriva a provocare nel lettore lo trasfigura facendolo innocente pur non portandolo alla salvezza, qui chi sbaglia paga, prima o poi.

“Una sera, sul finire dell’estate, prima che il nostro secolo avesse raggiunto il trentesimo anno, due giovani, un uomo e una donna, che portava in braccio una bambina, s’avvicinavano a piedi al borgo di Weydon-Priors, nel Wessex Superiore. Erano vestiti con semplicità, ma non male, sebbene la densa polvere accumulata sulle scarpe e sugli abiti, evidentemente durante il lungo viaggio, desse ora al loro aspetto un che di frusto che non gli tornava certo di vantaggio. L’uomo era di bella figura, bruno, di volto severo, e mostrava di profilo un angolo facciale inclinato in tal modo da sembrar quasi perpendicolare. Indossava una corta giacca di fustagno scuro, più nuova degli altri capi del suo vestiario; un panciotto anch’esso di fustagno con bottoni di corno bianco, calzoni della stessa stoffa, gambali conciati ed un cappello di paglia coperto di tela cerata nera. Sul dorso recava, legato con una cinghia, un canestro di giunco, da un lato del quale sporgeva la gruccia d’un trinciafieno ed una specie di trapano per la pressa. Il suo passo misurato e privo di elasticità era quello del contadino intelligente, ben diverso dalla rilassata andatura del coltivatore comune; mentre dall’alternarsi di ogni passo traspariva un’ostinata, cinica indifferenza, che si tradiva fin nelle pieghe regolarmente impresse al fustagno dal camminare, ora sulla gamba sinistra, ora sulla destra. Quello che tuttavia c’era veramente di strano nel procedere della coppia, e che avrebbe attratto l’attenzione di qualsiasi osservatore, era il perfetto silenzio che i due mantenevano. Camminavano a fianco a fianco in modo che di lontano sarebbero sembrate persone intente a un colloquio tranquillo, confidenziale e gentile; ma ad un più attento esame si sarebbe visto che l’uomo leggeva o fingeva di leggere. Infatti, teneva un foglio di canzoni davanti agli occhi, non senza una certa difficoltà, per via della mano che passava attraverso la cinghia del canestro. Se così fosse davvero, o non si trattasse che di una scusa per evitare rapporti sgradevoli, nessun altro fuori di lui avrebbe potuto dirlo con esattezza; ma il suo silenzio era ininterrotto, e la donna era indifferente alla presenza di lui. In realtà essa percorreva la strada da sola, salvo la compagnia della creatura che portava. Talvolta il gomito dell’uomo quasi le sfiorava la spalla, perché ella gli camminava vicino, pur senza toccarlo; e sembrava non pensasse neppure di prenderne il braccio, così com’egli non pensava di offrirglielo, né mostrava sorpresa per lo sgarbato silenzio del compagno, che anzi sembrava considerar naturale. Così, se nel piccolo gruppo veniva scambiata qualche parola, era soltanto un sussurro della donna alla piccina in vesti corte e in scarpe celesti a maglia, e il sommesso balbettio di risposta della bambina.”

Il sindaco di Casterbridge - Thomas Hardy - BUR

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