Rosario Pipolo
L'ambulante
4 Luglio Lug 2017 0700 04 luglio 2017

Paolo Villaggio: quella volta in cui mi tenne al telefono per tre quarti d'ora

Paolo Villaggio

Esattamente vent'anni fa dalla redazione mi passarono un numero di telefono con prefisso 06 e pianificarono per me, in tarda mattinata, un'intervista con Paolo Villaggio.
Nel 1997 L'Avaro di Molière segnò il debutto in teatro dell'attore genovese, scomparso ieri all'età di 84 anni. La nostra chiacchierata avvenne nei giorni precedenti alla prima dello spettacolo a Napoli.

La telefonica doveva essere breve e invece Villaggio mi tenne incollato alla cornetta per oltre tre quarti d'ora. Dopo così tanto tempo mi torna in mente con prepotente invadenza quell'intervista.
​I social network fanno girare con ingordigia il breviario del ragionier Fantozzi, la cui lessicologia ha fatto di un personaggio nazional-popolare lo specchio sociale e antropologico del Belpaese degli ultimi quarant'anni tra l'oscurantismo degli Anni di Piombo, i fuochi pirotecnici degli anni '80, la fine della Prima Repubblica, la fanghiglia populista del nuovo millennio.

Paolo Villaggio si rese conto fin dalla prima domanda che non era mia intenzione parlare di Fantozzismo o degli inguaribili cliché che dividono il gregge del buon pastore in attori comici e drammatici.
Del resto Villaggio si era svestito di Fantozzi nel magnificat felliniano La voce della luna, nel maestro di Io speriamo che me la cavo, oltre le luci soffuse di Il segreto del bosco vecchio, che applaudimmo insieme ad Olmi al Festival del Cinema di Venezia.

L'intervista prese la piega di una gran bella lezione sul midollo osseo dello spettacolo, perché Villaggio fece venir fuori l'uomo che si fa attore; l'arte della finzione che si fa vita; la gioventù dal profumo di glicine con De André, spettinata nella gemma letteraria e musicale di "Carlo Martello"; il legame d'amore e odio con la sua Genova e la matura consapevolezza che il Teatro fosse palcoscenico dell'esistenza e della resistenza umana, al di là del suo Molière.

Il cinema e il teatro sono popolati da bravi o pessimi attori. Il genio scaltro di Paolo Villaggio è stato un bravo attore e, come mi ricordò Lina Wertmüller sul set di Ferdinando e Carolina alla Reggia di Caserta, "Paolo era davvero una persona straordinaria".
Oggi quella chiacchierata telefonica è una persiana aperta della mia memoria di giornalista, diventato uomo confrontandomi anche con i piccoli grandi artisti che hanno reso questo mondo meno infelice.

Osservando tutto questo clamore sui social network, forse Paolo Villaggio chiuderebbe con la sua inguaribile vena polemica:

Sono inviperito per questa tendenza che esiste soprattutto in Italia di riconoscere i meriti degli artisti solo dopo la morte. Come se la morte nobilitasse.

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