Francesco Postorino
Il Moderno
5 Luglio Lug 2017 1941 05 luglio 2017

Leopardi, filosofo della politica

Leopardi

Il Leopardi illustrato da Fabio Vander calza a pennello in una rubrica che si occupa di modernità e dintorni.

Con attenzione filologica e intelligenza ermeneutica, Vander scava nello Zibaldone provando a cogliere gli elementi etico-politici del grande poeta di Recanati. La tesi dello storico di sinistra, esposta in “Giacomo Leopardi. Lo Stato libero e democratico” (Mimesis, 2016, pp. 106), è semplice e a tratti originale: Leopardi ha cercato di fondare lo spazio del politico con una narrazione filosofica che lo situava al confine tra lo spirito illuminista e quello romantico, tra settecento e ottocento.

In altri termini, il suo razionalismo non era inchiodato ai motivi trascendentali, utopici e «progressisti» che accompagnavano i philosophes, ma legato al corso degli eventi, alle crude esperienze della storia. Aggiungeva alla trama illuministica l’ansia del negativo, della contraddizione, della dialettica.

Pur non essendo un reazionario, Leopardi reagiva contro i moderni riabilitando il messaggio classico dei greci, ovvero quella phrònesis che consisteva nel rispetto dei limiti, del buon senso, del «giusto mezzo», della difficilissima quanto ineludibile conciliazione di interessi diversi. La phrònesis, ricorda Vander, è stata però tradita dalla modernità, la quale antepone l’unilateralismo al sano pluralismo, il vizio totalizzante al gesto della laicità, le consuete corporazioni al rispetto da versare a chiunque.

La filosofia leopardiana, che ha ispirato i padri ufficiali dell’esistenzialismo, lotta contro le essenze, i significanti assoluti, gli imperativi. Lotta contro l’Essere statico, contro l’idea giacobina che si possa annientare la storia in nome del paradiso terrestre. Il paradiso qui non esiste. Non esiste né l’età dell’oro né la Verità. Esiste solo l’uomo condizionato dalla sfera sociale anche nei suoi intimi pensieri.

Nello stato di natura, i «lupi hobbesiani» si scontrano e chiedono razionalmente l’intervento artificiale della politica. Il conflitto, però, non può essere archiviato in nome della pace definitiva, della società impeccabile o del puro comunismo. Nondimeno, lascia intendere l’autore de La ginestra, ciò non giustifica una politica rozzamente machiavellica incentrata sul pigro realismo, quella che rischia di alimentare l’odio di classe, le discriminazioni, la bugia del potente.

Il realismo di Leopardi, continua l’interprete, è avvertito perché riconosce la dimensione «aporetica» della politica e il sopravvento della «società stretta». La politica, infatti, produce la civiltà, solo che quest’ultima crea invidie, eccessive competizioni, ritmi «stretti» che potenziano le diseguaglianze. Il punto è che questa situazione è irrisolvibile. Per Leopardi la politica deve esser capace di gestire il conflitto in fieri. Tornare ai fondamentali, ogni volta che il conflitto si esaspera, e proteggere le istanze di tutti.

Tra spirito e natura, anima e corpo, intelletto ed esperienza, razionalismo e storicismo, armonia e conflitto, individualità e socialità, storia e ideali, liberalismo e democrazia, il genio di Recanati dimostra di essere anche un autorevole filosofo della politica. Lo Zibaldone, forse, può insegnare qualcosa ai nuovi campioni del fondamentalismo.

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