Claudio Scaccianoce
Ipse Dixit
8 Luglio Lug 2017 1714 08 luglio 2017

Il poeta del lago. Intervista a Davide Van De Sfroos - seconda parte.

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Intervista a cura di Claudio Scaccianoce (linkiesta.it) e Cristina Cappellini (assessore alle Culture, Identità ed Autonomie della Regione Lombardia).

Ripartiamo con la nostra intervista a Davide.

Cristina - Negli ultimi quattro anni abbiamo messo in campo e portato avanti insieme diverse iniziative, il progetto Terra e Acqua, il Lombardia Expo Tour e tutta una serie di attività tese a promuovere la cultura e la lingua lombarda. Lavorando su tradizioni, radici e patrimonio immateriale. Qual è il tassello ancora mancante e cosa potremmo fare ancora insieme in futuro?

Sino ad oggi abbiamo avuto la possibilità di vedere due facce di una unica moneta, una moneta di valore. La prima faccia riguarda la conoscenza e la divulgazione di tesori e luoghi che, molto probabilmente, venivano snobbati proprio perché molto vicini a casa. Oppure venivano lasciati in disparte rispetto ad altre cose più esotiche e magari meno importanti. In questi ultimi anni di Terra e Acqua siamo riusciti a filmare, a documentare, luoghi che a volte nemmeno i propri abitanti avevano preso in seria considerazione. Il ringraziamento e la gratitudine da parte di queste persone è stata vistosa ed eclatante. L’altra faccia della medaglia, se vuoi più egoistica, è che io stesso (che ho fatto il viaggiatore, il narratore, il ricercatore) mi sono stupito di quanto non conoscessi approfonditamente casa mia. Cosa manca, cosa potremmo ancora fare? Toccare ad esempio ancora il tasto della musica. Quante volte abbiamo visto nell’Expo Tour i gruppi salire sul palco del tal capoluogo di provincia e quante volte ci siamo detti “ma come, sono gruppi delle nostre parti e non li conoscevamo?!”

dobbiamo andare a setacciare il territorio e dobbiamo fare delle vere scoperte

Sono quelli che io chiamo i gruppi a km zero. C’è tanta musica in giro, c’è tanta arte. Ci sono persone che fanno foto bellissime, quadri bellissimi, uomini e donne che fanno cultura e non hanno la possibilità di farsi conoscere. Magari riescono ad inventarsi un po’ di visibilità grazie alla rete, ma in radio non passano, le mostre non riescono ad allestirle eccetera eccetera. Ecco, dobbiamo andare a setacciare il territorio e dobbiamo fare delle vere scoperte. Non dico il pirla che ha preso in mano un pennello o un microfono per giocare; dobbiamo cercare quei piccoli o grandi focolai di genialità artistica che sia pur nascosti, esistono. E quindi fermarsi ad osservare, ad ascoltare e poi mandare qualcuno che li segua con le antenne ben tese. Ecco questo è quello che manca e che si potrebbe fare in futuro. Un pochino abbiamo provato a farlo ma tutto andrebbe impostato in maniera più sistematica.

Claudio - A Milano vive e lavora un mio caro amico (Alessandro Nardin, stimato musicologo considerato uno dei principali studiosi italiani di Debussy). Insegna in una scuola media e mi ha raccontato che i suoi studenti di terza hanno messo in scena alcuni momenti dei Promessi Sposi, accompagnandoli con alcuni tuoi pezzi. E semm partii è stata usata sia come spunto per parlare di emigrazione sia come esercizio pratico per solisti, strumenti e cori. Il saggio di fine anno è stato aperto da una loro rappresentazione di Akuaduulzaa e chiuso dalla Ninna nanna del contrabbandiere.

Che effetto ti fa essere considerato un veicolatore di cultura, tanto quanto un Carducci, un Manzoni, un Montale?

Una sensazione che da una parte è brividi, responsabilità e grande onore. Ma da un’altra parte è vertigine. Qui stiamo parlando di uno che è un esperto del musicista probabilmente più stratificato che io conosca. Ce ne sono tanti di musicisti, ma Debussy è uno fuori dal seminato consueto. Se chiedi a bruciapelo, anche agli appassionati di musica classica, di suonarti o fischiettarti un motivetto di Debussy, è rarissimo trovare qualcuno in grado di farlo. Si ricordano i passaggi celebri di Mozart o dell’immenso Bach, ma Debussy ti prende in contropiede. E’ un’anima libera, è un musicista che va a toccare sfere speciali.

Se metti un disco di Debussy devi prima spalancare tutte le porte e le finestre che hai

E’ definito il musicista dell’acqua.

Si, certo, ed io l’ho ascoltato tante volte davanti ad un lago. Se metti un disco di Debussy devi prima spalancare tutte le porte e le finestre che hai per poterlo percepire a fondo. Non è memorizzabile come gli altri, non è semplice come gli altri, però è capace di portarti ad uno stato alterato, ovviamente positivo. Trovarmi all’interno di un lavoro di ragazzi così giovani mi costringe a fare un’analisi, per cercare di capire perché proprio io, perché le mie canzoni. Quando scrivo le mie canzoni non faccio un’operazione geometrica, predefinita, meditata, studiata a tavolino. Si tratta di un’azione istintiva, oserei dire di una meditazione caotica; sei quasi in trance, metti giù quello che hai dentro e poi gli dai quattro colpetti di forbice. Sai benissimo perché la canzone è nata, sai benissimo cosa volevi dire, ma non sai esattamente tutto ciò che hai detto.

Hai citato E semm partii; sono stato una volta dalle parti di Orvieto insieme ad un esperto che mi ha dato un libro. Si trattava di uno studio universitario nel corso del quale è stata smembrata e sezionata questa canzone. I punti, le virgole, i periodi, i sostantivi, i verbi…tutto! Io ero incredulo davanti a questo approfondimento analitico, sociologico ed antropologico di una difficoltà pazzesca. Io stesso non sarei riuscito trovare tutti i significati che quel teso metteva in risalto, pur riconoscendo che in quell’analisi non c’era nulla di sbagliato.

Tu scrivi qualcosa, la fai diventare canzone e questa inizia a viaggiare lasciando tutti i suoi segni in giro. Segni che evidentemente ha lasciato anche a questi ragazzi che hanno fatto questi lavori a scuola; le canzoni sono come sassi lanciati nel buio a 180 chilometri all’ora, tu non sai dove andranno a finire ma sai che da qualche parte arriveranno e lasceranno dei segni. Speriamo di non rompere finestre con le mie canzoni…

Pensa che durante una serata organizzata dall’Ordine degli Psicologi sono state analizzate due mie canzoni, dal loro punto di vista. E’ stata una cosa molto interessante perché è venuta fuori dal testo una simbologia occulta e gli arcani nascosti nelle canzoni emergevano in modo genuino e spontaneo.

Cristina - In tante tue canzoni si trovano evidenti riferimenti spirituali e religiosi. Sei anche stato testimonial del Sacro Monte di Ossuccio per un progetto di Regione Lombardia sui siti Unesco; un bene che ha un alto valore rappresentativo spirituale per la comunità della Tremezzina e non solo. Nonostante ci si trovi in un mondo caratterizzato da un materialismo e da un relativismo di ritorno, nelle tue canzoni la spiritualità non manca mai.

Su questa domanda se vuoi ci possiamo scrivere un saggio… ma il tempo lo abbiamo?? Facciamo un bel convegno di due giorni…

La spiritualità, la ricerca costante del non so cosa, lo sguardo verso il cielo, verso il non saputo, credo che sia la forza che da sempre permette a questo mondo di girare, sia da un punto di vista scientifico sia da un punto di vista simbolico. La vita stessa è mistero, è ricerca del suo stesso archetipo.

Per un bambino che cresce in una comunità piccola, a contatto con una natura possente, è impossibile non fare i conti con la natura da un punto di vista sciamanico o magico (terra, aria, fuoco). E poi c’è l’elaborazione di tutto quello che la gente in quella zona, negli anni, ha pregato. Il rituale, la struttura del Tempio dove si prega, gli odori dell’incenso, la necessità di purificazione, la paura, il pentimento. C’è il vedere anche da parte del peggior bestemmiatore che abita sotto casa, la capacità di individuare il momento di redenzione, di ricerca, il momento in cui ci si vuole aggrappare a qualcosa di superiore.

Nei paesi tutto si mischiava; le Madonne, le processioni, i simboli, le cerimonie, il pregare intenso la Madonna del Soccorso, il pregare nella chiesa parrocchiale o nella piccola cappella vicino al lago. Ma anche da un’altra parte i priori ubriachi fradici, con lo stravacamadonn che fece cadere la statua della Madonna del Carmine… Tutte cose che dal sacro vanno verso qualcosa di più felliniano, da amarcord, un po’ più umano.

Se io fossi cresciuto in Tibet, o sul monte Athos oppure tra gli eschimesi avrei comunque ricercato fortemente la mia spiritualità. L’ho fatto anche in modo olistico, infatti non ho mai trascurato anche il credo degli altri. Io entro in una chiesa perché sono cristiano e perché mi piace la figura del mio Dio, mi piace la figura del Cristo. Quando mi trovo li davanti so che mi inchino davanti a qualcosa di molto importante, con cui mi piace misurarmi; ciò nonostante quando sono lì non dimentico un mantra tibetano, una preghiera induista, una situazione sciamanica di ricerca, perché tutto porta a ciò che noi chiamiamo Dio, un Dio che non si può rinchiudere dentro ad un nome.

La spiritualità è come il vento, non lo vedi mai fisicamente soffiare, ma vedi tutto quello che sposta.

Nelle canzoni tutto questo c’è ed arriva in modo naturale, così come mi arriva ogni singolo respiro. Quanto è importante che tutto questo continui? E’ importante tanto quanto l’ossigeno.

Si, il materialismo e tutte quelle robe li fanno molto più rumore di un uomo che prega. Una guerra, un attentato, una strage sono molto più evidenti e fragorosi di una preghiera solitaria all’interno di una cattedrale; poi però vedi in piazza (che sia quella del tuo paese o piazza San Pietro) quella piastrella lisa, resa lucida da migliaia di persone in ginocchio nei secoli, e capisci quanto immensa sia la forza della preghiera.

Perché preghi? Perché pensi che Dio abbia bisogno della tua preghiera o perché tu hai bisogno di pregare un Dio? Oltre a chiedere grazie e protezioni per te e per chi ti sta accanto, perché preghi un Dio? A volte abbiamo creato un Dio a nostra immagine e somiglianza e non viceversa come ci è stato insegnato. A volte mettiamo nella bocca di questo Dio tutto quello che ci passa per la testa, creando disastri tremendi che la storia ci ha tramandato. Come il fanatismo dei tempi delle Crociate ed il suo reverse, secoli dopo lo stiamo tragicamente vivendo ora.

Nelle mie canzoni ho sempre voluto mettere qualcosa di credibile, di legato alla vita della gente; cosa c’è di più importante della propria spiritualità, il nostro lato non ritraibile, non fotografabile?

La spiritualità è come il vento, non lo vedi mai fisicamente soffiare, ma vedi tutto quello che sposta. E quando manca arriva la sofferenza, non gira un filo d’aria e tu ti senti perduto. Il vento somiglia alla preghiera perché può devastare, impedisce che tutto diventi stagnante, non lo vedi ma lui muove un mulino. Tu non lo vedi ma lui può sradicare un albero secolare. Così la preghiera, indipendentemente da quale preghiera si levi al cielo.

Claudio - Festival di Sanremo, manifestazione nazional popolare per eccellenza ma anche straordinario catalizzatore di interessi diversi. In lingua locale cantano nella storia del Festival solo due soggetti che arrivano da mondi molto lontani tra di loro: i sardi Tazenda di Andrea Parodi, Gino Marielli e Gigi Camedda ed il lombardo Davide Van de Sfroos. Insieme ad un maestro come Fabrizio de Andrè, con loro sul palco nasce la versione italiana di un fenomeno in forte crescita, la world music. Ti ritrovi nel mio racconto?

La mia comparsa a Sanremo è arrivata in un momento di cambiamento. Erano forse due anni che si poteva pensare di portare una canzone in dialetto non partenopeo in gara. Io l’ho fatto con una canzone già esistente; quando vennero a trovarmi, l’allora direttore artistico Mazzi insieme a Gianni Morandi cercavano di impostare un festival un pochino diverso dal solito. Quell’anno sembrava di essere al Premio Tenco, e non solo perché il palco era lo stesso. Oltre a me c’erano Roberto Vecchioni, Battiato ospite di Luca Madonia, la Crus di Mauro Ermanno Giovanardi ed altri di qua e di là. Insomma era proprio un festival in cui era bello esserci. Siamo partiti da alieni e siamo arrivati quarti; i bookmakers inglesi ci davano per spacciati al primo colpo. Quindi siamo partiti coraggiosi e spavaldi, per noi già cantare la prima sera voleva dire avere vinto. All’inizio ero titubante, ma poi mi sono detto “ma cosa ho da perdere, la canzone è mia, la band è mia, l’etichetta è mia…anche se va male non danneggio nessuno”.

Pensa che sono stato l’unico a chiedere un mese di tempo per finire il disco dopo la fine del festival, mentre tutti mettevano subito il pezzo nella hit.

noi creiamo confini e barriere, la musica segue una logica diversa. Se sali su un aereo i confini dell’uomo non li vedi, vedi solo i confini tracciati dalla Natura.

Essere arrivati al quarto posto vuole dire che qualcosa di inaspettato è successo. L’affetto che l’intera Italia ha dimostrato per il nostro pezzo e per noi è stato sproporzionato rispetto alle nostre migliori aspettative. Ci attendevamo affetto da casa nostra, non da tutta Italia. E’ accaduto quanto era già successo con i Tazenda; l’Italia li amava, non soltanto la Sardegna. Quando siamo tornati a casa abbiamo trovato un clima di festa da vincitori delle Olimpiadi!

Fino a quando ero a Sanremo, ambiente simpatico ma anche un po’ morboso, non avevo una reale percezione del successo raccolto. Ma tornato a casa… un mezzo trionfo nazional popolare. Questo è un termine che non mi ha mai fatto paura, io credo di stare con i piedi in ammollo nel nazional popolare; mi ascoltano i bambini, le loro mamme e le loro nonne, i nonni, gli zii, i parenti. Sono storie d’Italia, della nostra Italia, della nostra terra e le racconto in una lingua viscerale: più nazional popolare di così!!

Poi c’è anche un’accezione più snob di questo termine. Mi dicono “uh…ma sei andato a Domenica In…un contenitore così nazional popolare…” Cara grazia che una volta ogni tanto mi chiamano, e mi hanno trattato anche bene. Il signor Jocelyn ed il signor Conti nel 2001-2002, all’epoca di e semm partii; cantavamo quella canzone un po’ in dialetto ed un po’ in italiano con ragazze sarde che cantavano in dialetto lombardo (le Balentes). Poverine, certi suoni proprio non riuscivano a cantarli; questa è l’Italia del folk, un movimento che si intreccia costantemente su se stesso.

Ricordo che quando andavo a Roma o a Napoli il mio nome non ci provavano nemmeno a dirlo… Vandesf… dicevano “guarda quello è Yanez!” Erano tutti contentissimi della canzone che trovavano energica, divertente, viva, con un sound esotico.

Quando il buon De Andrè decise di fare Crêuza de mä i suoi amici più cari (ad esempio Paolo Villaggio e Ivano Fossati) gli dissero ma sei diventato matto? Ma sei pazzo, fare un disco in dialetto…belandi un disco in dialetto, sei matto. Ma Fabrizio quel disco lo vuole fare e lo fa, e gira una chiave in una serratura. Senza un De Andrè, senza i Waterboys, senza certa gente che ha trasformato il punk in folk e senza i brividi che provi quando senti la lingua di un’altra regione, magari Davide Van De Sfroos non avrebbe tolto dal cassetto le sue canzoni e non avrebbe trovato il coraggio di lanciarle.

Sono stati tanti in giro per l’Italia ad usare la propria lingua, Otello Profazio, i Tenores di Bitti, i grandi interpreti della pizzica, i Tazenda, Peppe Voltarelli, il Parto delle Nuvole Pesanti, Daniele Sepe, Enzo Avitabile. Pensa che con Enzo ci siamo trovati a suonare in Vaticano, io in dialetto del lago le sue tiritere e lui in napoletano stretto dentro la musica di Pulènta e galèna frègia. La world music non ha bisogno di prove: si muove da sola, si mescola come si mescola; noi creiamo confini e barriere, la musica segue una logica diversa. Se sali su un aereo i confini dell’uomo non li vedi, vedi solo i confini tracciati dalla Natura.

Cristina - Se avessi scritto e cantato in italiano avresti raccolto maggior successo oppure sei riuscito a sfondare perché sei un autore di nicchia? Parlo anche di successo economico.

Oddio se avessi cavalcato l’onda… Ad un certo punto della mia storia mi sono reso conto che avrei potuto piacere a mille oppure a trecento persone. Quei mille avrebbero probabilmente dimostrato un certo interesse per te perché magari cantavi delle belle cosine, si bravo, niente più. Ai trecento avresti potuto interessare molto, perché eri in sintonia con loro. Io lo so che si possono fare canzoni non irresistibili che veicolate bene rendono bei soldini ai propri autori-esecutori. Mi viene in mente Il ballo del quàquà… Niente di male. Anche in alcune mie canzoni ci sono strutture e valenze minori rispetto a quelle contenute in altri miei pezzi; ad un certo punto ti rendi conto che puoi fare un lavoro oppure rispondere ad una chiamata. Io sentivo di non voler percorrere la curva comoda. Ma chi te lo fa fare di andare a fare trekking inerpicandoti e faticando per arrivare lassù? Ma non lo sai che c’è l’elicottero che ti porta su in dieci minuti? Lo so che c’è…però io sono un trekker e voglio fare la salita a modo mio.

Non è che canto in dialetto perché voglio che in tanti non capiscano le mie canzoni, non sono mica scemo. Io sono convinto che questa cosa, come prende me puo’ prendere anche altre persone, come io sono stato preso da Crêuza de mä o dalle canzoni in occitano, in sardo o in siciliano. Non puoi sempre ragionare ed essere ragionevole ed opportunista; segui la tua chiamata e vai.

Claudio - Il Grande Libro della Verità Assoluta (Wikipedia) dice che la tua musica è Folk -Folk rock - Folk punk - Country rock - Blues -Progressive folk. A me sembravano delle splendide ballate….

La musica è diventata tanta. La world music, la musica del mondo, è sempre stata diversa. Ad un certo punto esce la necessità di catalogare questa musica: è rock, è jazz, è folk, è classica, è reggae… Prendiamo ad esempio Bob Marley, lui è sicuramente nella storia del rock, ma allo stesso tempo la sua musica è reggae, tecnicamente musica giamaicana. E’ ovvio che ci vuole un po’ di segnaletica, però ultimamente questa segnaletica sta diventando esagerata. Non si può non vedere più la strada perché vedi solo i tanti, troppi, cartelli…con ogni semaforo che dice la sua!

Una banana può avere il suo bel bollino blu, oppure giallo, verde o rosso. Può averne su anche diciotto di bollini ma non diventa un’anguria, resta una banana. Allora se mi chiedi che musica faccio ti dico che la mia è una musica di matrice folk, ma molto libera. E’ vero che ci ho messo il reggae, i prodromi sono arrivati dal punk, è vero che c’è dentro un blues di casa nostra.

Gli esegeti non trovano dentro la mia musica il perfetto rifacimento di quella musica, ma nel grande …… (boh…qui DVDS usa un termine che somiglia a mesedoz…io non l’ho mica capito, comunque quella parola li dovrebbe voler dire “minestrone”) minestrone quella traccia c’è. Benché il testo, la lingua e quello che devi cantare sia fortemente radicato, tutto si mischia al reggae, al folk, al blues, al sinfonico… Ma alla base di tutto cosa c’è davvero? Una ballata. Veloce o lenta che sia, è sempre una ballata, nata in cucina, sul balcone, in darsena o in riva la lago. Sarà vero tutto quello che dice wikipedia ma è ancora più vero che sono ballate.

Cristina: Domanda da un milione di dollari. Sei stato a San Siro, hai suonato in Vaticano, a Sanremo, hai suonato con orchestre sinfoniche; qual è la prossima sfida, il prossimo sogno dal realizzare?

I sogni mi piacciono più delle sfide, le sfide sono snervanti. Il primo concerto al forum di Assago, il secondo, Sanremo, san Siro non ne parliamo, hanno avuto tutti una gestazione massacrante proprio a causa di questa menata della “sfida”. Invece che nell’ottica del viaggiatore che osserva tutto con piacere, la sfida ti porta (in particolare negli ultimi due mesi prima dell’evento) in una condizione psichiatrica. Lo stress non è più derivante dall’ansia da prestazione, ma deriva dalla responsabilità che inevitabilmente hai. Capisci quante cose sono collegate all’evento, cominci ad avere dubbi su tutto, ti senti sempre più stanco. Per fortuna quando poi sali sul palco tutto avviene grazie alla spinta di una forza che nemmeno pensavi di avere. La forza della gioia che ti fa cantare come un pazzo per tre ore; se ripenso tutti questi eventi ti dico che è stato molto più difficile inseguire il drago e salirgli sopra piuttosto che cavalcarlo per tre ore. Una volta che eravamo sul palco si andava via che era un piacere!

Il prossimo impegno? Mah, sai a me non piace dire a me stesso “vorrei fare e strafare chissà che cosa”; le cose nascono perché ti accorgi che non vuoi che l’acqua rimanga stagnante. Dopo la serata al Teatro Arcimboldi con l’orchestra sinfonica (un grandissimo successo poi bissato altrove in altre due occasioni) io non mi sono messo a pianificare chissà quale super concerto mega spaziale. Sono ripartito con la mia chitarra insieme agli Shiver ed ho ripreso a fare il folk, il blues. Sono tornato fare la mia musica, una musica libera che sente il richiamo dei suoni di casa, ma che è libera. Volutamente non catalogabile.

La collaborazione artistica che non hai ancora avuto e che sogni…

Se dobbiamo sognare, sogniamo alto. Ry Cooder è il sogno di chi fa il mio genere. E’ un polistrumentista ed un produttore e sarebbe per me la mia “fata turchina”.

Dopo un bagno di folla come quello di san Siro si sente ancora il gusto del suonare live in piazza Puricelli a Piazza Comacina?

Ancora di più. Ancora di più, perché questi grandi eventi ti fanno volare alto ma poi il ricalarti in mezzo alla gente delle piccole piazze ti ricarica.

Claudio - Ultima domanda, facciamo un po’ di campanile. Ne stai uscendo troppo bene da questa intervista; ti faccio fare baruffa con i tuoi amici làghee. Allora lo specchio d’acqua a Y è il lago di Como o di Lecco?

Bella domanda, dovrei dirti che è il Lario.

Non svicolare!

Io l’ho sempre sentito chiamare il lago di Como e quando sono approdato lì sono arrivato sul lago di Como. Però adesso, dopo avere girato bene tutto il lecchese, la Valsassina, Mandello e tutta quella zona, faccio fatica anch’io a catalogarlo. Diciamo lago di Como perché una volta era tutta provincia di Como, la provincia di Lecco è arrivata dopo.

Il Manzoni dice: quel ramo del lago di Como, che volge a mezzogiorno, tra due catene non interrotte di monti, tutto a seni e a golfi… se lo dice lui! Poi però si svolge tutto nel lecchese…

Eh si, il Manzoni dice così. Comunque guarda io dopo avere fatto il percorso Terra e Acqua mi sono sentito molto più dilatato nelle mie appartenenze. Siamo onesti, uno che sta a Lecco o in Valsassina, non può sentirsi di Como e del lago di Como. Lui si sente del lago di Lecco, del Lario. Io mi sento del lago di Como perché abito lì ma quando vado di là (ricordo ad esempio quando hanno fatto delle riprese a Pescarenico mentre leggevo un brano dei Promessi Sposi sotto la pioggerella) capisco che loro sono del lago di Lecco!

Grazie Davide... buon lavoro e buona vita!!!

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