Elisabetta Favale
E(li's)books
8 Luglio Lug 2017 1845 08 luglio 2017

Qualcosa sui Lehman di Stefano Massini

Qualcosasui Lehman

Qualcosa sui Lehman di Stefano Massini

Ho preso in mano questo librone, ottocento pagine, lo apro e trovo le pagine scritte “a forma di poesia”, tanti “a capo”. Ho due versioni di questo libro, quello di carta è il feticcio, poi ho la versione ebook perché leggere ottocento pagine in metropolitana è difficile, io leggo ovunque, anche alla fermata del bus, se nessuno mi parla.

L’ho capito immediatamente che mi sarebbe piaciuto. L’inverno scorso lo spettacolo teatrale che ha dato poi vita alla versione di questo romanzo/ballata, era al Teatro Argentina di Roma, l’ho perso e mi dispiacque molto, allora eccomi qui con il libro. Non ho capito se Stefano Massini, l’autore, drammaturgo, è stato invitato a scrivere il romanzo in seguito al successo dello spettacolo ma ora è nella cinquina del Premio Campiello 2017.

Se non mancassero ancora alcuni mesi per la fine dell’anno direi che questo sarà per me il più bel libro del 2017, aspetto cauta però che arrivi dicembre.

Di cosa parla è facile da dire, della storia della famiglia Lehman, dei Lehman Brothers, con una “n” sola! Quei Brothers che nella seconda metà dell’Ottocento, anzi dal 1847, da un minuscolo paesino della Germania sono andati, uno dopo l’altro, in America e lì hanno fatto la storia e la rivoluzione della finanza mondiale fino al fallimento del 2008, ma a quel punto nessuno dei Lehman era vivo per assistere.

Incredibile quanto possa cambiare il modo di pensare a questo nome e a ciò che rappresenta una volta letto questo romanzo.

Henry, il primo Lehman, soprannominato La Testa, ha dato il via alla storia con la sua onestà antica, il suo concetto di lavoro come motore necessario alla macchina sociale e famigliare, Henry Lehman è il figlio maggiore di un mercante di bestiame di Rimpar famiglia ebrea ashkenazita, osservante, ortodossa. Dopo lo sbarco a New York, su consiglio di un rabbino newyorchese Henry, poco più che ventenne, va in cerca di fortuna a Montgomery, Alabama, il Sud degli schiavi del cotone. Apre una merceria e importa subito la famosa tela di Genova commerciando blue-jeans e stoffe di tutti i tipi. Lavora sempre Henry, chiude solo per lo Shabbat la domenica però tiene aperto perché gli operai non lavorano e vanno a messa, lui è lì pronto a vendergli le tute da lavoro. Gli affari vanno bene e dalla Baviera arrivano gli altri due fratelli, Emanuel, carattere focoso, detto Il Braccio e il terzo dei fratelli: Mayer detto Bulbe, patata. Così il piccolo negozio cambia l’insegna da Lehman diventa Lehman Brothers.

Dal cotone i tre fratelli passano al carbone, al caffè, alle ferrovie, investiranno con lungimiranza in tutto ciò che diventerà fondamentale per lo sviluppo del Paese. Supereranno la morte prematura di Henry, la Guerra di Secessione, la Grande Depressione e le grandi Guerre, lasceranno l’Alabama per New York per dare vita prima ad una banca, poi, insieme ad altre famiglie ebree (i competitors per eccellenza) come i Goldman e i Sachs saranno l’anima di Wall Street e della finanza moderna.

Sempre presenti per tutta la storia i morti che guideranno e per alcuni versi saranno la coscienza dei vivi, come in tutte le saghe famigliari anche qui quelli che sono stati i “peccati” dei padri, saranno le pene per i figli. Se La Testa aveva speculato sull’incendio delle piantagioni per impossessarsi di tutto il mercato del cotone e poi del caffè, gli eredi speculeranno sui bisogni successivi alle guerre, il sogno americano li condurrà verso qualcosa che neppure Il Braccio e Patata saranno in grado di capire perché finchè a capo di tutto sono rimasti i tre fratelli la “materialità” ha garantito gli affari, il cotone, il caffè, le ferrovie e dopo il denaro frusciante ma l’immaterialità dei titoli, sopraggiunta con le giovani leve, quella no, loro, vecchi ebrei della Baviera non la capivano.

Splendido il ritmo che Massini è riuscito a imprimere alla storia, un crescendo continuo sempre più concitato, sempre più veloce, una corsa durata fino alla morte dell’ultimo Lehman, Bobbie, Robert, che era figlio di Philip che era figlio di Emanuel.

Il tempo è scandito, sempre uguale dai riti funebri che, alla morte di ogni Lehman si svolgono sempre allo stesso modo, come in Baviera, per decenni. Ho trovato struggente e geniale il personaggio di Salomon Paprinskij, un acrobata che, davanti a Wall Street, ogni mattina saliva sul suo filo teso e restava in equilibrio, metafora del tempo, delle azioni, della storia dei Lehman, la caduta di Paprinskij sarà la caduta dei Lehman.

Questo incredibile personaggio viene presentato così:

Solomon si ferma
in piedi
davanti al grande palazzo.
Sceglie due lampioni
A distanza di 50 metri.
Ecco: questi due.
Proprio a un passo
dal portone d’ingresso.
Solomon apre una valigia
tira fuori il suo filo d’acciaio
lo stende
dritto
teso
arrampicandosi
su per i lampioni.
La strada è pronta:
il filo è a posto.
Cosa manca?
Il coraggio.
Solomon Paprinskij se lo dà:
tira fuori una bottiglia
butta giù un bel sorso di cognac
poi
sale su
va in posizione,
Solomon Paprinskij,
e comincia a camminare.
Perfetto.
Aereo.
Leggerissimo.
Non sbaglia un passo,
Solomon Paprinskij:
è il migliore equilibrista
che New York conosca.

Le nuove generazioni, i figli di Emanuel e di Mayer (Il Braccio e Patata), finanzieranno l’industria cinematografica, produrranno King Kong e Via col Vento, Herbert, figlio di Mayer sarà Governatore di New York e poi un senatore democratico, Philip, figlio di Emanuel è il Lehman più “spietato”, quello che si imporrà alle vecchie generazioni chiedendo al padre e allo zio di farsi da parte e li convincerà portando a termine i suoi progetti di “smaterializzazione” degli affari, con lui azioni e obbligazioni diventeranno il business primario della Lehman Brothers.

Perché Philip
– figlio di Emanuel
nato a New York: nel suo sangue
nemmeno una goccia
né di Germania
né di Alabama –
è una macchina parlante.
Portentosa.
(…)
Governa le parole, Philip,
a vent’anni
sfodera i discorsi come nessuno fa
snocciola domande e si dà – lui stesso – le risposte.

Suo figlio Robert, detto Bobbie non aveva la testa e la stoffa di nessuno dei Lehman, morto nel 1969, desiderava occuparsi d’altro, amava l’arte e i cavalli, voleva essere un fantino o un collezionista d’arte ma era un Lehman:

Gli piace disegnare, a Robert.
E se gli chiedono
Cosa farà da grande
Risponde:
“Il pittore!”
Al che sua madre
puntualmente
ben sapendo
che sull’agenda del marito
non è previsto esattamente questo
lo corregge
sorridendo:
“Il banchiere pittore.”

Tant’è.
Robert
Lehman
a chi gli chiede
“Cosa farai da grande?”
risponde:
“Il fantino!”
Al che
sua madre
puntualmente
ben sapendo
che sull’agenda del marito
non è previsto esattamente questo
lo corregge
sorridendo:
“Il banchiere fantino.”
Al che
tuttavia
Philip Lehman
corregge anche lei
in stampatello:
IL FINANZIERE FANTINO.

Il dolce, timido Bobbie si sposerà diverse volte, donne sempre dominanti, lui subirà il successo di suo cugino Herbert, tuttavia sarà proprio Bobbie a rivelarsi il più scaltro dei Lehman.

Bobbie sarà il simbolo del ribaltamento delle ideologie passate, incarnerà il capitalismo globale, la finanza dei titoli “farlocchi”.

Ma Qualcosa sui Lehman è anche altro, è una storia yiddish, ben 35 capitoli hanno il titolo in yiddish, ogni vicenda, al momento di arrivare al suo culmine, sarà “sormontata” dalle Massime dei Padri, ho pensato, per tutto il tempo, leggendo Massini, a La famiglia Karnowski di Joshua Singer, ho ritrovato quel modo molto snob di trattare gli ebrei più poveri, quelli non colti, quelli arrivati dopo, anche qui ci sono pagine in cui i personaggi parlano dei nuovi immigrati con disprezzo. Altra assonanza con Singer è il modo in cui il sentire religioso cambia di generazione in generazione, sempre meno integralista rispetto alla tradizione ashkenazita dei padri, una religione che sfuma piano piano con i tempi moderni pur restando però un collante per tutte le generazioni.

Come dicevo, la tradizione e l’osservanza religiosa è maggiormente accentuata nei riti funebri che si ripetono identici per tutti, lo “strappo” arriva con la morte di Philip:

Direbbe il rito di non uscire per una settimana.
Figurarsi!
Come se l’economia si fermasse ad aspettare.
(…)
Direbbe il rito di non preparare cibo:
chiederlo ai vicini, riceverlo e basta.
Figurarsi!
Come se la servitù fosse in vacanza.
E poi se c’è una cosa giusta
Nel rito dei funerali
È quel buttare la terra dietro le spalle:
i morti ai morti, i vivi ai vivi.
(…)
Direbbe il rito di strappare un abito
Farlo a pezzi appena rientrati
Dopo la sepoltura
Al vecchio cimitero.
Figurarsi!
Sono cose di folklore
o al meglio cose di rabbini
cose che fanno quegli ebrei
venuti in America da poco:
quelli scappati dall’ Europa
dove a essere ebreo ti uccidevano nei campi.”
(…)
Ora che sono di sangue americano, i Lehman
Chi se li ricorda i riti dell’Europa?
Ebrei riformati, ci tengono a dirlo.
Che è come dire: “Facciamo a modo nostro”.
(…)
La sede della banca in One William Street
Oggi nonostante tutto resta aperta.
(…)
Tre minuti di silenzio per tutto il personale.
Niente di più niente di meno:
c’è il mondo intero che ci sta a guardare
l’America è una grande azienda
e Wall Street non può dormire
perché la Terra gira intorno al Sole
e sui mercati non fa mai buio.

Le donne in questa storia hanno il solo ruolo di mogli e madri a cui vengono delegate le faccende della famiglia, hanno il compito di lasciare liberi gli uomini di portare a termine la loro “missione”, non c’è spazio per l’amore, forse solo il primo Lehman, Henry, provò qualcosa di vagamente simile all’amore scegliendo la moglie, e forse Herbert, per gli altri fu solo una scelta scientifica. Il peggiore di tutti Philip che nella sua famosa agenda stilò un elenco di donne da valutare per il “ruolo” di moglie.

Mi ha impressionata molto anche tutto il “gioco” scaltro di potere che per decenni si svolse con i Goldman, i colpi bassi, e il segno evidente della vittoria era il posto in sinagoga, la fila, dalla ventesima alla prima, la religione per suggellare il ruolo sociale.

Massini ha scritto un capolavoro, non è un romanzo secondo me, è un’opera civile come lo era il teatro di un tempo, quello che affrontava temi di attualità, che portava in scena la vita reale. Non so neppure se è una ballata, forse si, ballata popolare intesa come recupero sentimentale di un qualcosa che appartiene al passato e che non tornerà più. Questa è di certo la sensazione che ho provato io lettore, la nostalgia per La Testa, Il Braccio e la Patata che pur nella loro spregiudicatezza mantennero un che di umano rispetto alla banca disumanizzata e smaterializzata che conosciamo noi, quella del fallimento del 2008.

Il 15 settembre del 2008 la Lehman Brothers Holding Inc. dichiarò di volersi avvalere del Chapter 11 del Bankruptcy Code statunitense: il codice bancarotta.

Il fallimento della Lehman Brothers ha innescato una crisi economica e finanziaria a livello mondiale che ha messo in evidenza quanto fosse fragile e precario quel capitalismo feroce e cinico che ci ha traghettati in questa società passando attraverso i primi finanziamenti per avere in casa il frigorifero fino ai mutui sub prime. Qualcosa sui Lehman ci racconta questa lunga storia di cui fanno parte anche altre dinastie di potenti famiglie come Goldman Sachs e Rotschild.

L’opera di Massini fa una cronaca, passa da letteratura a saggio e poi ancora a letteratura e a teatro, è un’opera ibrida, unica, Massini non esprime giudizi, non c’è una morale sui vizi del capitalismo, sono centosettanta anni di storia che non tralasciano nulla, che raccontano i simboli che hanno portato ai giorni nostri, i jeans, il cinema. Un moderno aedo dunque del Paese che da sempre induce al sogno perché non è solo la storia di una famiglia, è la storia d’America che racconta Massini.

Riassumendo, leggete Qualcosa sui Lehman e ci troverete:

il primo Lehman, La testa di nome Henry,

Il braccio di nome Emanuel,

La patata di nome Mayer.

E figli e nipoti:

Dreidel che non parla mai, fuma e basta,

Dawid il turbolento,

Philip il decisionista,

Arthur il matematico,

Herbert il politico,

Sigmund il coniglietto che si è dovuto improvvisare cinico,

Bobbie il creativo,

Harold e Allan crudeli,

Peter il docile.

Tante invisibili signore Lehman, tutte compagne di una testa, che “non sente l’amore, bensì lo capisce”.

Stefano Massini -Qualcosa sui Lehman – Mondadori

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