Elisabetta Favale
E(li's)books
25 Luglio Lug 2017 1412 25 luglio 2017

Per favore non dite niente Marco Ciriello

Per Favore Non Dite Niente Ciriello

«La colpa non è di nessuno.» Questo mi ha detto venti giorni prima che la malattia la rendesse muta. È morta di lunedì, all’ora di pranzo. Un vento leggero muoveva gli alberi nel parco di fronte a casa nostra. Eravamo tutti nel suo letto. Accarezzandole il viso ho cercato il nostro momento peggiore, per dimenticarlo: abbiamo litigato una sola volta in vent’anni; volevo cancellarlo, prima che Carla si addormentasse. Le ho raccontato di quel giorno e di quella racchetta da tennis rotta, inservibile, un regalo di una mia ex che io continuavo a portarmi dietro, di casa in casa. Come le avevo spiegato tante volte, era legata non all’amore, ma a una vittoria. Fino ad allora non avevo ancora vinto niente, né come calciatore né come allenatore, tranne un torneo estivo di tennis a Viareggio. Conservavo quella racchetta come un amuleto, e lei invece se ne uscì quel giorno con un’assurda, insolita scenata di gelosia, e continuò criticando il mio modo di affezionarmi alle cose, il non saper guardare al futuro.”

Nell’incipit di Per favore non dite niente c’è già l’essenza dell’intera storia, è anche per questo che mi sento di dire che è un gran ben libro.

Marco Ciriello ci racconta dell’amore, della crudeltà di dover sopravvivere ad una mancanza, ci racconta della necessità del silenzio, del non giudizio, di quanto possa essere complicata la contabilità dei sentimenti nel bilancio dell’esistenza.

“Non sono mai stato un uomo di fantasia. Di me i giornalisti dicevano che ero un calciatore di quantità: facevo bene quello che mi si chiedeva, non ho mai inventato nulla. Il mister mi diceva di tenermi uno, e lo tenevo; mi diceva di crossare più palloni possibili, e io eseguivo. Ho giocato negli anni peggiori dell’Inter e non ho vinto nulla. Finivamo sempre eliminati in Europa, sempre dietro in campionato. Della Coppa Italia inutile dire. Tolti i soldi, la mia non è stata una grande carriera.”

E quando arrivi a fare il bilancio della tua vita prima dei novant’anni di certo non lo fai volontariamente, gli eventi che ci costringono ai “dare e avere” non sono mai accompagnati da aggettivi positivi.

Marco è un ex calciatore che è finito su una panchina ad allenare come spesso avviene ai calciatori, quelli seri, ama da sempre Carla e ora l’ha persa.

Per favore non dite niente.

E’ l’invocazione che rivolge a chi, il giorno dei funerali, si prodiga a spiegargli come andare avanti, ma chi può dirgli cosa è giusto provare? Nessuno.

“E il dolore, il dolore, non serve proprio a niente. Se penso a quante volte ho letto della sua utilità, e mi sono anche fermato a rifletterci! No, no, ora posso dirlo proprio con la stessa autorevolezza che ho nel dire ai ragazzi «tu oggi giochi e tu no»: il dolore non serve a nulla, è la cosa più assurda di tutte.”

A chi non è capitato di dover fare i conti con un dolore grande? La mia tattica per esempio è viverlo fino in fondo, arrivare ad assaporarne anche il retrogusto, mi è successo anche di indugiare nel dolore perché era la necessità di quel momento, leggendo queste pagine mi sono immedesimata al 100% nei due protagonisti.

Marco ha avuto e ha un bella carriera, è un uomo lucido, consapevole dei suoi pregi e dei suoi limiti e i suoi pregi sono i suoi limiti.

Ambizioso fino ad un certo punto, amante della precisione che lo ha portato a sacrificare i risultati, Marco è un marito devoto, così è stato in vent’anni di matrimonio.

In assenza di dolore il suo bilancio forse sarebbe stato meno accurato, così, invece, necessita di una dose supplementare di chiarezza.

Per favore non dite niente.

Deve averlo pensato anche Carla.

“La ragazza che sta disegnando la protesi per la gamba di Carla è una biondina silenziosa di nome Benedetta, magra, nervosa nel fisico, molto calma e dolce nella voce e nei gesti. Ha un viso luminoso, e quando sorride, dopo mezz’ora di prove e misure, libera la tensione, promette una protesi provvisoria fra quattro giorni e viene voglia di abbracciarla. Carla è composta, non lascia trasparire la sua sofferenza e il suo disappunto per la sventura, ubbidisce alle richieste della ragazza e non commenta, risponde alle domande con frasi brevi, quasi volesse farle sentire la sua estraneità.”

Cosa si può dire a qualcuno costretto ad accettare l’amputazione di una gamba? Cosa si può dire a chi vive nella consapevolezza che la meta, quella finale, è sempre più vicina e non si ha alcuna possibilità di rallentare perché la corsa non è volontaria.

E cosa si può rispondere ai “come va” e agli “abbastanza bene”? Si può arrivare a dire ABBASTANZA BENE, anche quando l’elenco dei dolori, dei sintomi collaterali, supera per lunghezza perfino l'elenco del telefono. Si sarà domandata Carla se quelli che le rispondevano “meno male, sono contento”, ci credevano davvero ai suoi ABBASTANZA BENE.

Ma chi può avere la misura di un ABBASTANZA BENE? Come si misura?

Marco Ciriello ha descritto in modo sommesso e delicatissimo i sentimenti di un uomo e una donna, ha declinato il dolore in varie forme, a ognuno le sue sfumature, diapason che si espande lungo tutte le pagine e il lettore si accorge che arriva in fondo con un senso di inadeguatezza. Non so come abbia fatto l'autore ad essere così profondo, non so quale sia stato il suo dolore, c’è stato un dolore? E non so se ha vissuto (o vive?) un amore così, come quello di Marco e Carla.

Io mi auguro che il suo sia solo talento, non per l’amore, per il dolore.

Marco Ciriello è un giornalista e scrive anche di sport, è la sua passione, bella l’idea di fare iniziare alcuni capitoli con un’azione vissuta dal protagonista sul campo di calcio:

Mi arriva il pallone

dalla sinistra, sono

poco fuori dall’area di

rigore, due, forse tre

metri. Stoppo e tiro

nell’angolo lontano,

a destra del portiere.”

Anche chi di calcio non capisce nulla come me riesce a farsi un’idea di Marco. Il libro ha creato molto scalpore alla sua uscita perché il protagonista ricordava un noto allenatore ed ex calciatore che si era dimesso dal suo incarico per stare accanto alla moglie malata di cancro. Non comprendo, in tutta onestà, perché si sia sentita l’esigenza di prendere le distanze dal protagonista della storia che Marco Ciriello ha scritto ma così è stato e tutto sommato forse ha fatto bene, l’allenatore, quello vero, perché in realtà il protagonista del romanzo dice:

“Le trasmissioni tv sono ossimori teologici, tribunali veloci di azioni irreversibili, esercizi di giudizio.”

Se pensi così vuoi identificarti in Marco, di certo non ne prendi le distanze, non ti lasci coinvolgere e travolgere da assalti mediatici o da chi pretende di proteggerti, da cosa poi?.

Il Marco di Per favore non dite niente dovrebbe essere, ma posso sbagliare, un centrocampista.

Su Wikipedia scrivono che il centrocampista ha come caratteristiche la resistenza fisica, un passo regolare, capacità di assistere gli attaccanti per aiutarli nella fase conclusiva che porta al goal. Non so se è un ruolo ambito per un calciatore, forse l’attaccante è più protagonista, più esuberante, quel che è certo che queste doti sono state indispensabili al Marco della storia per giocare la partita della malattia, del dolore e della perdita.

Nessun goal ma tanta resistenza fisica e psicologica a beneficio di chi la partita l’ha giocata in prima persona, Carla.

Io, come Marco, ho dovuto fare ad un certo punto della mia vita un bilancio, ero ancora molto giovane, non era nella natura delle cose, non era il momento ma sono stata costretta e sì, ho capito già più di dieci anni fa di essere nata centrocampista, anzi, centrocampista difensivo, mediano insomma.

Questa storia mi ha molto colpita, è immensamente triste e non lascia tanto spazio ad una vera rinascita, non per il protagonista e non credo fosse nell’idea dell’autore lanciare la sfida del “ricominciare”, non qui ma questa storia è incredibilmente bella, raccontata in un italiano "nobile", raffinato nella sua assenza di orpelli, la capacità dell’autore di costruire e far evolvere i personaggi nella complessità delle dinamiche di vita e morte, vittorie e sconfitte è commovente.

Perché leggere il libro, perché alla bellezza non si rinuncia.

Per favore non dite niente – Marco Ciriello – Chiarelettere

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