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26 Agosto Ago 2017 1752 26 agosto 2017

Generazione Genova: avevano ragione i manifestanti?

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I trenta-quarantenni si ricorderanno perfettamente di questa immagine.

In occasione dei 16 anni di Genova sono emerse alcune letture favorevoli ai manifestanti del 2001 e conclusioni del tenore “Avevamo ragione noi”. Certo, di mezzo c’è stata la crisi del 2007/8, i Millennials faticano oggi a trovare posti di lavoro stabili e ben retribuiti, le disuguaglianze tra ricchi e poveri sono cresciute. A me quei movimenti al tempo interessavano, per questo mi sono proposto di capire se l’”avevamo ragione” è corretto oppure sa un po’ di auto-assoluzione. Come aspirante economista, ci sono alcuni aspetti che non mi tornano: davvero possiamo concludere che avessero ragione i no-global? No, ma servono qualche dato e qualche ragionamento non scontato per capirlo. Per semplificare la lettura utilizzerò uno schema domanda risposta.

Perché i poveri sono sempre più poveri?

Non è vero, la globalizzazione ha strappato dalla povertà almeno un miliardo di asiatici (qui c’è la crescita di PIL pro capite di Cina e India). Analizzando le informazioni più recenti, mentre la popolazione mondiale è passata da 5 miliardi e 200 milioni nel 1990 a più di 7 miliardi nel 2013, le persone in povertà estrema sono passate dal 35% al 10%.

Per quanto ci riguarda, ha avuto importante impatto a livello di potere di acquisto, tenendo bassi i prezzi di alta tecnologia (per esempio in un decennio la spesa media per acquistare un dispositivo è calata da 636 a 235 euro per uno smartphone e da 169 a 43 euro per un cellulare tradizionale) e riducendole per l’abbigliamento, dato che le catene global di fast fashion come Zara o H&M non esistevano o quasi ai tempi di Genova (dati su abbigliamento qui); senza scordarci alcune multinazionali che frequentiamo mensilmente, tipo Ikea o Tiger. Infine, saremo poveri, noi italiani, ma non rinunciamo alle vacanze all’estero a Natale, Pasqua e in estate, dato che i prezzi dei biglietti aerei, con la diffusione delle low cost, sono crollati: e ancora una volta il merito è della deregulation tanto criticata all'epoca.

Mentre dobbiamo osservare che noi Millennials siamo ancora incapaci di comprarci un appartamento, è vero, ma è colpa della globalizzazione e del turbo capitalismo? Andiamo a vedere… Gli acquisti di case da parte di stranieri ammontano a 50.000 in dieci anni; nel 2016 le vendite in Italia di abitazioni ammontavano a circa 600.000: difficile imputare pertanto alla globalizzazione uno dei nostri problemi principali. Possibile invece che sia imputabile alla ricchezza dei genitori in contrasto con quella dei figli: metà degli acquisti dei Millennials è favorita dai risparmi dei genitori e per metà degli italiani (il 58% tra gli over 60, tra chi ha i soldi, quindi) la casa è un bene di investimento. Questo ha come conseguenza che i prezzi non calano, unito al fatto che nessuno vuole mettere a repentaglio il proprio bene rifugio, e piuttosto che vendere sotto-prezzo chi può, gli anziani proprietari, non vende affatto. Sebbene la situazione statunitense non sia per molti aspetti confrontabile (e sia economicamente leggermente migliore della nostra), è utile analizzare alcune statistiche sulla difficoltà dei Millennials di comprare casa negli States. Né le cose paiono migliorare: perdete un secondo per vedere questo grafico e scoprirete che gli stipendi dei giovani crescono più lentamente e arrivano a valori più bassi nella progressione di carriera - scordatevi la casa prima dei 40 anni.

Ma perché gli stipendi crescono così poco? Più che accusare la concorrenza sleale e la globalizzazione, abbiamo cercato una causa nella crescita della pressione fiscale, che arriva a mangiarsi il 47,8% del salario lordo; per chi non ha famiglia e non può godere di sgravi fiscali si è assistito sostanzialmente a un inasprimento della pressione fiscale dal 1990. Il costo di un dipendente per le imprese si è fatto con gli anni sempre più elevato anche per una seconda ragione: le aliquote contributive (contributi per la pensione). Dovendo finanziare una nazione di anziani, sono passate da una media del 9% negli anni 50 al 33% attuale. Vi basta guardare la vostra busta paga, per crederci. Poca globalizzazione quindi, e tantissima mala gestio nostrana.

Però è vero che manca lavoro per colpa della globalizzazione! Verifichiamo se c’è una correlazione tra tasso di disoccupazione e apertura di un paese al commercio estero. L’Italia non è certo tra le economie più aperte secondo l’indice di apertura prodotto dall’International Chamber of Commerce; le prime economie che tasso di disoccupazione hanno? Singapore 1,69%, Hong Kong 3.3%, Lussemburgo 6,67%, Belgio 8,48%, Paesi Bassi 6,67%. Indovinate la nazione del G20 col più alto tasso di apertura? La Germania... Più che una correlazione tra globalizzazione e disoccupazione pare evidente che ci sia una differenza tra chi ha approfittato dell’allargamento dei mercati e chi no, e consiste essenzialmente nella rapidità di adattamento e nella capacità di programmazione, certamente più facile per micro nazioni come Singapore, Islanda, e meno per grandi nazioni. Purtroppo l’economia italiana ha goduto a lungo, in passato, di una valuta debole e non si è specializzata per tempo in settori ad alto valore aggiunto; ancora oggi soffre della mancanza di azioni coordinate e subisce i continui stop alle nuove infrastrutture strategiche (in ultimo, il TAP).

Perché queste percezioni così negative, allora?

I giovani europei si trovano tra l’incudine di una concorrenza forte da parte di coetanei asiatici, affamati, ben preparati, e il martello della migrazione di chi dalla globalizzazione non ha ricevuto ancora sufficienti benefici, l’Africa. Non nascondiamocelo, la migrazione qualche effetto negativo ce l’ha: immigrati illegali abbassano i salari nei lavori a più bassa formazione. Questo effetto è più forte nei paesi in cui esistono ancora molti lavori di bassa manovalanza, e il nostro, purtroppo, è uno di questi, come abbiamo appena visto.

Sì, avrai ragione su alcune cose, ma almeno sulla finanza che comanda sarai d’accordo?!

Serve quel minimo di competenza di economia bancaria. Seguitemi, cercherò di essere semplice, partendo da una cittadina svizzera, Basilea; qui si riunisce l’omonimo Comitato di vigilanza bancaria che ha elaborato negli anni dei complessi regolamenti per coordinare e omogeneizzare i requisiti patrimoniali e le azioni di vigilanza. L’ultimo regolamento, Basilea III, è in corso di attuazione dal 2011. Già dall’introduzione di Basilea II, nel 2004, si era riconosciuto che un elemento di salvaguardia della qualità delle banche, il c.d. terzo “pilastro”, era costituito dal mercato. Il mercato infatti prezza le azioni e le obbligazioni delle banche (azioni di quelle quotate, ovvio), obbligando in tal modo le stesse a fornire informazioni dettagliate ai mercati, in merito al bilancio, alla propria organizzazione interna, ai propri business. Offre pertanto chiari segnali sulla solidità delle banche e le obbliga a essere trasparenti: non è un caso che alcune delle crisi più gravi in Italia abbiano riguardato banche non quotate. Il mercato della finanza, non dimentichiamolo, è costituito da specialisti che gestiscono la ricchezza di milioni di persone. Utilizzano dati oggettivi e rating per decidere dove investire: il mercato non ha cuore né passione; la massimizzazione dell’utile impedisce decisioni “di ritorsione”, o l’uso di strategie di semplice minaccia. Se davvero i titoli italiani sono privi di rischio, troveranno sempre qualcuno disposto a comprarli. Dato che il rating attribuito dalle agenzie è a livello medio-basso, prossimo ai titoli speculativi, invece che prendercela con le agenzie stesse dovremmo capire che cosa ha così mal ridotto il valore dei nostri bond. Quello che in molti ritengono un vincolo inaccettabile è in realtà una grande opportunità per le finanze pubbliche di qualunque paese, e ancor più per i suoi cittadini; governi dittatoriali che spendono come pare a loro e nascondono denari all’estero, democrazie fasulle che comprano consenso, e svalutano la propria moneta per nascondere o postporre i propri problemi, non hanno grandi chances sui mercati internazionali.

Ma perché non dichiariamo default come l’Islanda? Il 62% del nostro debito è posseduto da italiani, l’impatto sull’economia sarebbe devastante, si brucerebbero miliardi di risparmi e il sistema bancario, che usa i nostri titoli come garanzie, non sarebbe più in grado di ottenere liquidità dalla BCE. E no, l’Islanda non ha fatto alcun default, anzi, ha nazionalizzato il debito delle banche salvate: poteva permetterselo, dato che il suo rapporto debito/PIL pre-crisi era al 28% (poi è arrivato al 90%).

Ma almeno sulle disuguaglianze, non avevamo ragione noi?

Le disuguaglianze sono aumentate, sì. Sono frutto della globalizzazione? In parte sì. L’impoverimento delle classi medie deriva da fattori che sopra abbiamo accennato: minore competitività della manodopera non specializzata, maggiore tassazione, maggiore prelievo per pagare le pensioni. La classe dei super ricchi ha invece approfittato dell’espansione dei mercati (maggiori introiti) e della globalizzazione finanziaria, che consente loro di spostare i capitali dove rendono di più e dove sono meno tassati. Sul primo aspetto, servono due interventi: maggiore efficacia delle politiche antitrust e maggiore assistenza ai giovani imprenditori che vogliono innovare e creare migliori posti di lavoro. Sul secondo aspetto, può essere d’aiuto un calo generalizzato della pressione fiscale (che è anti-redistributiva, a oggi) e politiche mondiali di fiscalità più omogenea, rese più cogenti da una crescita dei movimenti dei consumatori: possiamo boicottare chi non paga tasse? Certamente sì, a patto di sapere chi sia, e qui servono maggiore trasparenza e un’informazione di migliore qualità.

ANDREA DANIELLI

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