Autori Vari
Millennials
4 Settembre Set 2017 0953 04 settembre 2017

Millennials, o la generazione autistica

Finoaquituttobene
Fino a qui, tutto bene.

Nelle nostre bolle social-indotte, siamo circondati da giovani aperti che, nonostante fatichino, non si arrendono alla rabbia, che immaginano un mondo senza frontiere, accogliente, ecosostenibile. Giovani che invece di sparare per strada organizzano gaming civici, che invece di fare rapine per finanziare la propria rivolta organizzano il crowdfunding. Siamo incessantemente coinvolti in progetti, siamo interattivi senza sosta, abbiamo centinaia di contatti e amicizie; schifiamo la politica perché è marcia, lenta, vecchia. Tendiamo a dipingerci con toni per lo più auto-assolutori, come probabilmente fa qualunque generazione, con la differenza che siamo i primi perdenti che non si ribellano.

Abbiamo cercato più volte su questo blog di capire perché ciò accada, e ogni volta abbiamo trovato delle ragioni simili: poco coordinati, individualisti, troppo precari e impegnati ecc… Sui media mainstream ci dipingono come svogliati, narcisisti, smidollati, qualcuno ci ha definito choosy e forse non aveva tutti i torti. Ma in fondo, ripensandoci, dipingiamo più i sintomi della malattia che le cause.

Voglio partire da un episodio che mi ha fatto riflettere. Pochi giorni fa ho pubblicato su un altro blog un articolo che aveva a che fare con l’ex Presidente del Consiglio, Matteo Renzi. Ho ricevuto questo commento: “Non avete capito gli italiani ne hanno le scatole piene di tutti voi avete degretato la morte della nostra nazione dico nostra non vistra preche non siete degni di essere italiani incominciate a fare le valige traditori!!!!!!!!!!!!!!” Abbiamo chiesto alla persona perché questa violenza e, dopo qualche commento più pacato, abbiamo capito che voleva esprimere un vero disagio, dato che probabilmente nessuno la ascolta, e nemmeno ce l’aveva con noi (che purtroppo o per fortuna abbiamo decretato ben poco finora). Credo che la reazione di molti miei coetanei sarebbe stata volta a mostrare le deficienze ortografiche, qualcun altro avrebbe canzonato l’incauta commentatrice, qualcun altro, orripilato dalla comparsa di alcune espressioni razziste in un commento, avrebbe chiuso la conversazione, sentendosi superiore in quanto aperto, multiculturale, e probabilmente studente Erasmus.

Siamo una generazione sostanzialmente impermeabile all’orrore, che abbonda intorno a noi: italiani semi-analfabeti che hanno perso il lavoro e vivono sotto sfratto, anziani privi di cure, disabili privi di assistenza pubblica, disoccupati di lungo corso che non hanno gli strumenti cognitivi per cogliere le complessità del mondo di oggi, indebitati fino alle mutande che finiscono nelle mani degli usurai, rovinati pure, ma non solo, dal gioco d’azzardo, unico momento di eccitazione in una vita culturalmente deserta. C’è l’Italia che vive ancora di calcio perché non sa godere di altri stimoli, c’è un’Italia che soffre la concorrenza degli immigrati ed è apertamente razzista. Nessuno di noi legge i commenti sulla pagina di Salvini, ma se siete curiosi di capire in che abisso civile siamo finiti dovete farvi coraggio, e dedicare qualche minuto a leggere le reazioni di fronte ai casi di cronaca. Per lo stupratore congolese di Rimini si parla di castrazione, lavori forzati, camere a gas. Lo scrivono persone reali, dalle foto nemmeno paiono tutti dei sanguinari.

Di fronte a questa parte, nutrita, del Paese, riteniamo che la colpa sia dei media di destra, che fomentano o addirittura inventano, dei politici irresponsabili, dell’ignoranza che abbonda. Ci trinceriamo nella nostra superiore educazione difendiamo la nostra sensibilità con buone dosi di ironia cercando compulsivamente su Spinoza nuove battute (Andrea Coccia argomenta una sensazione che avevo da tempo). Con l’indignazione semi-permanente, incorporata ormai magicamente nelle nostre tastiere, compiamo il nostro dovere politico: che sia un cartello in un video, uno slogan, un cambio di profilo Facebook, ci indigniamo, toni aspri e pigrizia tutelata.

Siamo diventati adulti rinunciando all’utopia e diffidando del progresso. Ognun per sé, e non perdiamo troppo tempo in noiosi ritrovi come i circoli di partito, mal tolleriamo ormai pure le elezioni “tanto sono tutti uguali”. Qualcuno litiga ancora sulle bacheche e su Twitter, informandosi al volo sul primo sito internet trovato, ma anche qui, svegliatevi dal sogno!, svolgiamo un lavoro perfettamente inutile: comunicare senza avere la fiducia dell’altro non produrrà mai un cambio di pensiero.

Che ci è rimasto? I valori, i nostri sacrosanti valori, che ci distinguono e risparmiano la fatica inutile di non comprendersi. Tante interazioni implicano rapporti superficiali e rapidi: nei nostri speed-date politici, quando li facciamo, le reazioni dell’interlocutore di fronte ai nostri sogni sono fondamentali. Benché iper-formati, masterizzati e dottorati, non andiamo molto forte nella disciplina della retorica: nessuno ci ha insegnato logica e teoria dell’argomentazione. Solitamente nei nostri dibattiti usiamo due pose intellettuali: quelli che dicono cose innovative che non comprendiamo sono “approssimativi”, quelli che dicono banalità, che però abbiamo capito, sono “rigorosi”.

Si invecchia presto e male con ‘sti giovani d’oggi. Perché, come scrive Philippe-Joseph Salazar, “I valori sono questa cosa mostruosa al centro dell’indebolimento del discorso politico… invocarli permette magicamente di non formulare più argomentazioni sviluppate, di fare a meno di esaminare la ragione avversa e di oscillare costantemente nella sfera emotiva perché la caratteristica della fede nei valori è questo attaccamento irrazionale, patetico, alla loro forza indefinita”.

Non abbiamo orecchie per chi non condivide i nostri valori. Ma, visto che la demografia non è dalla nostra parte, ci condanniamo a rimanere minoranza: non siamo in grado di ascoltare un orrore che non capiamo e non vogliamo provare a rappresentarlo. Questo orrore esiste, purtroppo cresce, e voterà i nostri futuri capi, che decideranno anche per noi: ma tanto parliamo inglese e siamo sempre pronti a partire. O no?

ANDREA DANIELLI

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