Alberto Cazzani
Liberalizzazioni immaginarie
8 Settembre Set 2017 1608 08 settembre 2017

Legge sulla concorrenza, meglio tardi che mai!

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Immagine con licenza Pixabay.com

La definitiva approvazione in Parlamento della legge sulla concorrenza chiude un capitolo tragicomico di questa legislatura. Ci sono voluti infatti trenta mesi – molto più della gestazione di un elefante – perché le Camere dessero il loro ok al testo. Dopo averlo rimaneggiato e impoverito del coraggio necessario per introdurre un vero sistema di liberalizzazioni in determinati settori pubblici a rilevanza economica, mamma elefantessa ha dato alla luce un cucciolo che fa tenerezza per la sua scarsità di sostanza. Per questa legge, gli ottimisti calcolano una sua immediata incidenza dello 0,2% sul Pil. Per arrivare a un punto pieno in un lasso di tempo più lungo. I critici invece storcono il naso dicendo che si tratta di una bella cornice che sta intorno a un quadro mediocre.

Sì, la legge parla di concorrenza, liberalizzazioni e apertura ai benefici del libero mercato. Tuttavia, troppo spesso rimanda a decreti legge che dovranno essere attuati da un esecutivo, si sa, più sensibile agli equilibri politici con le minoranze – e ai calcoli parlamentari – piuttosto che attento a seguire le regole del buon senso.

La legge sulla concorrenza quindi è cucciolo che non si sa quanto potrà sopravvivere. Primo perché è annuale. Quindi andrà rifatta già nel 2018. Con la nuova legislatura. Figuriamoci! E poi perché nulla cambia in fatto di contraddizioni e di vera rivoluzione liberale nel mercato.

Prendiamo un esempio, a caso, il trasporto pubblico locale. La legge ammette che il settore abbia bisogno di una ventata di innovazione. Parla quindi di mobilità sostenibile, omogeneizzazione delle competenze regionali e locali, infine suggerisce l’introduzione della bigliettazione elettronica. Tutto qui? Uno dei comparti più disastrati – per mano pubblica – della nostra economia, per essere rimesso in carreggiata, chiede soltanto che il consumatore possa fare il biglietto online e non ogni volta che sale su un autobus? Non un accenno alle partecipate e a come eventualmente rimpiazzarle per evitare che continuino a fare dei danni. Non un invito all’intervento dei privati. Come investitori e concorrenti.

Un’analisi recente dello Studio Ambrosetti, realizzata in partnership con Ferrovie dello Stato – e già qui si potrebbe argomentare in fatto di contraddizioni – ammette che il trasporto individuale italiano eccede di 140 miliardi di euro l’anno. Vale a dire che ognuno di noi spende 2.500 euro l’anno per muoversi quotidianamente. Ora, non oso immaginare cosa penserebbe un marziano, se decidesse di venire a vivere in Italia. Con una tale spesa – direbbe – chissà che qualità di servizio il Bel Paese mi mette a disposizione. Purtroppo saremmo costretti a invitarlo a non muoversi. Perché a fronte di questi volumi in uscita, lo studio ci ricorda che siamo un fanalino di coda in Europa in fatto di servizi e infrastrutture al cittadino. Siamo però i primi come utenti che utilizzano i mezzi privati per spostarsi. Ritardi, qualità di servizio offerto, disponibilità di linee, su ferro quanto su gomma: del nostro settore dei mezzi pubblici si possono salvare sporadiche eccezioni. Che la statistica non rileva. Questo provoca un blocco culturale. Il cittadino italiano si sposta con i mezzi propri. Gli estremi: il 78% dei palermitani usa auto o motorino per muoversi nella sua città. Contro il 16% dei parigini. Questo vuol dire traffico, inquinamento, scarsa sicurezza sulle strade, ma soprattutto 2.500 euro sborsati di tasca propria perché l’alternativa è un servizio inadeguato.

Che si fa? Si cerca di rinnovare il settore. Come? Purtroppo andando contro le regole del buon senso. Visto che la legge non dà istruzioni. Quindi favorendo chi nel settore è già presente come protagonista forte. Il prossimo matrimonio tra Ferrovie dello Stato e Anas è esemplare. Come anche il caso Atac. Azienda non decotta, deppiù! Direbbero da quelle parti. Ma che ci si ostina a non voler chiudere. Ora, mi sembra ingiusto sparare sulla Croce rossa. E comunque tornerò in futuro sull’argomento in modo più dettagliato. Il caso dell’azienda romana però è utile per dimostrare che questa legge, già di fronte a una situazione urgente e drammatica, non fornisce gli strumenti necessari né per risolverla né per evitarne una ricaduta.

La legge sulla concorrenza, infatti, dovrebbe incentivare l’intervento di aziende private in quei contesti in cui il pubblico ha fatto solo danni. Aziende lungimiranti e innovative. Da un lato capaci di cogliere l’opportunità a investire in un settore strategico per lo sviluppo. Dall’altro persuasive a cambiare una lacuna culturale italiana. Vale a dire lasciare a casa l’auto e spostarsi con un mezzo pubblico perché si fa prima, si risparmia e si viaggia meglio. E ancora, una norma ispirata da un genuino senso di liberalizzazione del settore dovrebbe agevolare l’effettiva contendibilità tra competitor in una gara pubblica e debellare qualsiasi ombra di conflitto di interessi tra gli appaltanti e i partecipanti alle gare, come invece è stato denunciato più volte dall’Antitrust.

Ecco allora il perché di questo blog. Il servizio pubblico, in questo caso il trasporto, non è gregario a nessuno per la competitività della nostra economia. Se vogliamo crescere, dobbiamo liberalizzare. Tempo fa il Ministero dello sviluppo economico stimava un aumento del 3,3% del Pil, in cinque anni, con l’introduzione delle liberalizzazioni. Sono numeri che fanno riflettere. Ma senza perdere tanto tempo. Le soluzioni e le opportunità non attendono altre trenta mesi.

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