Loris Guzzetti
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26 Settembre Set 2017 0918 26 settembre 2017

Il vero pericolo è il disincanto della democrazia

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Le elezioni in Germania hanno nuovamente manifestato la difficoltà, da parte delle forze politiche tradizionali, di reggere al confronto con nuovi soggetti, spesso anche imprecisamente definiti come “populisti”, o comunque di nuova esperienza politica.
Il modico risultato ottenuto dalla SPD stona inevitabilmente con il buon terzo posto conquistato dall’emergente AfD.
Se da una parte perisce uno dei partiti storicamente protagonisti della dialettica politica tedesca, dall’altra ecco che si rafforza, proprio a livello nazionale, una giovane forza di estrema destra, fondata solo nel 2013.

Al di là delle numerose considerazioni (più o meno pertinenti) sugli scenari di governi ora possibili, ciò che è opportuno approfondire sono le ragioni che hanno spinto moltissimi tedeschi a rifugiarsi lontani dalla resistente Angela Merkel o dal noto Martin Schulz, abbracciando le nuove ventate estremizzate.
Oltre alle ragioni, si potrebbe ben considerare anche il contesto in cui esse sono nate e in cui si potrebbero ulteriormente sviluppare.
È il contesto cioè che vedrebbe l’affermazione al suo interno di un progressivo “disincanto della democrazia rappresentativa”, attraverso un alto disprezzo (non sempre con ragione), palesato nei confronti delle forze volgarmente identificate come “establishment”.
Questo stesso disprezzo, se non adeguatamente considerato e compreso, continuerà ad accentuare toni, atteggiamenti ed azioni di stampo autoritario in maniera diffusa, minando davvero pericolosamente le sorti del bene comune.

E’ oggettivamente e nuovamente riscontrabile, infatti, l’apparentemente inarrestabile senso di sfiducia nei confronti delle attuali élite politiche che, vuoi per assurdità, vuoi per argomentazioni comprensibilmente veritiere, tende a tradursi in un preoccupante e generalizzato svilimento delle stesse istituzioni designate con il metodo della democrazia rappresentativa.

Molto più infestato risulta essere il pensiero secondo cui l’alternativa di un ritorno all’uomo forte, ad un sistema in cui chi comanda non è un primus inter pares, bensì un famigerato primus e basta, possa essere intesa come la miglior soluzione attualmente adottabile.

Certamente, questa non è priva di difetti, come ben si è disposti a riconoscere. Ma molto più infestato risulta essere il pensiero secondo cui l’alternativa di un ritorno all’uomo forte, ad un sistema in cui chi comanda non è un primus inter pares, bensì un famigerato primus e basta, possa essere intesa come la miglior soluzione attualmente adottabile.
Ritenuto fantasiosamente capace di risolvere problemi che, molto probabilmente, sono causati anche dal disinteresse vergognoso di tanti cittadini, il soggetto unidirezionale ed autoritario, capace di imporsi e comandare a bacchetta, rischia di animare menti e cuori di molti.

Del resto, la democrazia, specie se fondata sul nobile concetto della rappresentanza politica, funziona se ovviamente risulta attraente ai più, se è in grado cioè di affascinare e soddisfare intellettualmente un demos, al quale spetta poi l’utile compito di farla correttamente funzionare.
Il desiderio di maggior azione risolutiva in senso totalizzante, senza compromesso, nonché l’auspicio per una metodo decisionale più rigido e ristretto, pertanto autoritario, si scontra con la logica di controllo e di legittimazione prevista per il corpo elettorale.


Questo pericoloso disincanto della democrazia rischia così di dare spazio ad un potere impulsivo, che potrebbe andare oltre ai risultati elettorali delle varie e trasversali compagini populiste o estremiste. Ovviamente, con effetti potenzialmente devastanti che, però, si è ancora in tempo a scongiurare.

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