Daniele Grassucci
Dopo Skuola
6 Ottobre Ott 2017 1325 06 ottobre 2017

Smartphone a scuola: siamo sicuri che una legge basti?

Smartphone A Scuola

E pensare che vorrebbero inserirli a pieno titolo nella didattica. Ma, forse, è troppo presto per una rivoluzione del genere. Oppure è troppo tardi, perché la situazione è ormai sfuggita di mano. Dipende dai punti di vista. Una cosa è certa: il rapporto tra gli smartphone e la scuola non è mai stato facile. E probabilmente non lo sarà mai. Nonostante gli sforzi che si stanno facendo per cambiare volto a uno strumento che, nella testa dei ragazzi, serve soprattutto per l’intrattenimento, per rimanere in contatto col mondo, per riempire le giornate. Per carità, è indubbio che un uso ‘produttivo’ dei dispositivi mobile possa avere dei benefici sull’apprendimento, aiutando a colmare quel gap tecnologico che la scuola italiana paga nei confronti degli altri Paesi europei. Ma, va ammesso, non ci sono le condizioni per poter spalancare le porte delle classi agli smartphone. La cronaca ce lo conferma. Guai a toccare quello che è diventato lo scrigno dei segreti per milioni di adolescenti.

L’episodio avvenuto nei giorni scorsi in provincia di Cagliari ne è l’emblema. Sono bastati pochi protagonisti per mettere in piedi una scena assurda per un luogo, come la scuola, in cui i ragazzi dovrebbero imparare le regole delle convivenza prima ancora delle nozioni scritte sui libri. Un 14enne, una professoressa attenta e uno smartphone: il cast perfetto. La docente rimprovera l’alunno perché si accorge che, anziché seguire la lezione, sta armeggiando con il cellulare. Ma la reazione del ragazzo non è quella che ci si attenderebbe: lui non ripone il telefono chiedendo scusa; lui reagisce aggredendo la prof e colpendola con pugni al volto. Come se fosse una cosa normalissima, come se vietare l’uso dello smartphone – nella linea di pensiero dell’adolescente – fosse un’assurdità, una violazione di un diritto. Certo, siamo di fronte a un caso limite. Dietro c’è sicuramente dell’altro. Ma certifica come vivono, seppure con sfumature diverse, oggi i più giovani la quotidianità a stretto contatto con la tecnologia.

Smartphone in classe? Il 45% degli studenti lo usa ma non per studiare: il 16% chatta con gli amici, il 13% controlla i social network, il 12% fa ricerche su Internet, il 4% svolge i compiti in classe o gioca.

Perché, in presenza di un vuoto giuridico, nella mente dei ragazzi si potrebbe essere fatta strada l’idea che non sia un delitto tenere accesso il cellulare in classe. In fondo ce l’hanno sempre in mano, persino di notte: perché non farlo anche a scuola? L’ultima regolamentazione sull’uso dei dispositivi mobile negli istituti risale al lontano 2007 (con Fioroni al ministero dell’Istruzione): gli smartphone erano agli albori, la velocità di connessione dei telefoni era insufficiente per un utilizzo intensivo, chat e social network non giravano ancora sui cellulari. Il divieto assoluto che dettava la norma era più che sufficiente per centrare l’obiettivo. Ma poi il mondo è cambiato, l’innovazione ha fatto passi da gigante. I telefonini sono diventati dei piccoli computer. La scuola, però, è come se avesse voltato le spalle a ciò che stava accadendo fuori dalla finestra. Ma gli studenti, invece, le regole di quel mondo le stavano imparando rapidamente.

In pochi anni la situazione è precipitata. Sfruttando il silenzio generale, lo smartphone è diventato un compagno di banco inseparabile. Per fare tutto, tranne che per studiare. Secondo un recente sondaggio di Skuola.net, attualmente la metà degli studenti italiani non lo spegne mai quando è a scuola: il 16% lo usa per chattare con gli amici, il 13% per controllare cosa succede sui social network, il 12% per fare ricerche su Internet (magari per aiutare gli altri durante le interrogazioni), il 4% per svolgere i compiti in classe o direttamente per giocare. E la didattica? Relegata in un angolo: solo 1 ragazzo su 10 dice che tutti i suoi prof hanno adottato lo smartphone per spiegare. Nel 47% dei casi, invece, l’atteggiamento dei docenti è ‘a singhiozzo’. Ma quasi la metà degli studenti – il 44% - non ha mai visto come poter usare un dispositivo mobile per l’apprendimento.

Ora, però, con un colpo di spugna le istituzioni vorrebbero recuperare il tempo perduto. Da un lato, ribadendo - con i dovuti aggiornamenti - che lo smartphone deve rimanere rigorosamente spento durante le ore di scuola. Dall’altro, consentendo a quei docenti che vogliono sfruttare una risorsa così potente per arricchire il bagaglio culturale dei proprio alunni di rimettersi in carreggiata: oggi, quelli che lo fanno, in qualche modo trasgrediscono le regole; con una norma più attuale non ci sarebbero più equivoci. Ma c’è anche un terzo obiettivo: incentivare all’uso didattico dello smartphone anche quei professori che sono ancora ‘allergici’ al cambiamento; spinti dall’input proveniente dall’alto potrebbero rompere gli indugi e fare un passo verso il futuro. Anche se, onestamente, persino di fronte a un regolamento esplicito, stringente e moderno (come quello che sembra avere in mente il ministero dell’Istruzione) è facile immaginare che tutto sarebbe lo stesso vano. I ragazzi ormai sono abituati a non separarsi mai da chat e social, devono essere sempre pronti a scattarsi un selfie, sono troppo attratti dall’idea di sbirciare le risposte al compito in classe su Internet. Come spiegargli e soprattutto fargli metabolizzare il fatto che il cellulare, almeno in classe, è uno strumento di studio e basta? Non è che il recinto sta per essere chiuso ma i buoi sono scappati già da un pezzo?

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