Claudio Scaccianoce
Ipse Dixit
17 Ottobre Ott 2017 1529 17 ottobre 2017

"Potevamo fare un partitino. Abbiamo preferito batterci per un'idea". Intervista a Marco Furfaro.

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Marco Furfaro potrebbe diventare uno dei protagonisti della politica di sinistra a venire. E non solo per età anagrafica. Che si sottoponga quindi al pubblico interrogatorio.

Imputato Marco Furfaro, si alzi e si presenti alla Corte!

Mi chiamo Marco, ho 37 anni, sono nato a Pistoia e cresciuto in un piccolo paese di nome Agliana. Uno di quei posti dove si conoscono tutti, dove il mondo inizia e finisce in quattro punti cardinali: il bar, la piazza, la Chiesa e il campo da calcio. Manco il cinema avevamo, visto che era bruciato il locale.

Ho studiato economia a Firenze, dove ho vissuto per tre anni. Mi sono pagato gli studi giocando a calcio e lavorando d’estate fin da quando ero minorenne. Amo il vino, il cinema, le serie tv (come tanti vivo male l’attesa per l’ottava stagione del Trono di Spade) e sono un tifoso sfegatato della Fiorentina (quando gioca, può chiamare pure Mattarella, io non rispondo).

Ma la passione più grande, il pensiero cui rifuggo ogni volta che sono un po’ giù di morale sono i miei due nipotini. Pochi giorni fa sono andato a prenderli a scuola… un’emozione unica.

Non sono diventato di sinistra leggendo Gramsci o le avventure del Che.

Imputato Furfaro, Lei è davanti a questa Corte in quanto, da fonti ritenute attendibili (confermate da bisbigli raccolti anche nei peggiori bar di Caracas) risulta che Lei sia un uomo di sinistra. La invito a confessare senza reticenze!

Non sono diventato di sinistra leggendo Gramsci o le avventure del Che. Quelle sono arrivate dopo. Sono diventato di sinistra perché sono cresciuto in una famiglia che faticava ad arrivare a fine mese. Perché essere di sinistra, per i miei genitori operai che si spaccavano la schiena in fabbrica per pochi soldi, era battersi per dare la possibilità ai propri figli di poter studiare, viaggiare, lavorare, di non essere sottoposti a nessun ricatto.

Citando una vecchia canzone, si battevano per far sì che “anche l’operaio potesse avere il figlio dottore”. Quella era la sinistra. Non una sezione, un segretario da ammirare, ma l’idea che insieme si potesse cambiare la propria vita e quella degli altri. Una cosa bellissima, romantica, rivoluzionaria. Era comunità, passione, era prendere parte. Erano discussioni appassionate nelle case del popolo che pullulavano di tutte le stratificazioni sociali: da quello che si era fatto imprenditore a chi aveva problemi con la droga. Sarò grato tutta la vita ai miei genitori. Erano poveri, ma con una dignità che ancora oggi mi guida.

La mia passione politica nasce con loro. Ho visto mia madre piangere di nascosto perché non aveva i soldi nemmeno per portarci a mangiare una pizza (figuriamoci le vacanze), mio padre dire sempre no a qualsiasi compromesso potesse ledere la sua onestà, la sua rettitudine. Hanno faticato e studiato, preso il diploma in tarda età. Lottavano ogni giorno contro la miseria. Mio padre ha fatto carriera studiando la sera e la notte, privandosi dell’affetto dei figli. Io e mia sorella – madre, moglie, avvocato che si occupa di carcerati, una donna fantastica - ci siamo laureati. Siamo una splendida famiglia. Hanno vinto loro. Per questo sono di sinistra, perché lotto per il diritto alla felicità di chi oggi non può permettersela. Come hanno fatto i miei genitori per i propri figli.

Marco, assodato che il tuo cuore batte a sinistra, ora resta da sciogliere il nodo della tua appartenenza attuale. In questo momento lo schieramento di sinistra sembra essere animato da un numero elevatissimo di sigle e di movimenti. PD, Campo Progressista, Articolo 1 - Movimento Democratico e Progressista, Sinistra Italiana, Possibile, SEL… E certamente ne sto dimenticando altri. Ci vuole una guida per muoversi in questo intricato labirinto di sigle. Tu dove sei posizionato? Il perché della tua scelta.

Vero, la sinistra è un arcipelago di piccole patrie, spesso buone per chi le guida, inutili per chi sta fuori. Faccio parte di Campo Progressista. Perché ho conosciuto Giuliano Pisapia non nei salotti di Milano, ma per le strade di Genova quando difendeva i manifestanti dalle botte della polizia, l’ho visto battersi nella difesa degli ultimi, l’ho apprezzato nelle visite che fa ai carcerati senza chiamare telecamere e giornalisti… Potevamo fare un partitino, accontentarci, mandare qualcuno in Parlamento.

Abbiamo preferito batterci per un’idea: quella di ricostruire un nuovo centrosinistra, cioè l’idea di mettere insieme tutti coloro che non si riconoscono solo nei partiti, ma che vorrebbero un Paese migliore. Milioni di persone a cui la sinistra, in tutte le sue forme, non parla più. Vengo da una storia molto radicale, ma di quelle a cui interessa poco urlare gli slogan e prendere like su facebook. La politica, la sinistra, ha senso se cambia la vita della gente. La sinistra, quella politica, oggi ha rinunciato a battersi, è solo parole vuote, retorica, urla sguaiate. Rimpiange la propria storia, ma l’ha completamente dimenticata.

Sono dentro Campo Progressista perché sono interessato ancora a una sinistra eterodossa, fuori dagli schemi, che si batta per ricostruire un fronte largo di speranza. Una sinistra che non ha paura di sporcarsi le mani, se serve a migliorare la quotidianità delle persone.

Sei toscano anche tu, in politica sta diventando un’epidemia. Ti crea qualche imbarazzo trovarti in tribuna a tifare la Fiorentina fianco a fianco con Matteo Renzi? So che hai due nipoti a cui tieni molto, Marco e Sveva. Spero che per il loro bene tu li abbia indirizzati al culto del Diavolo Rossonero… loro almeno qualcosa vinceranno prima o poi!

No, non provo nessun imbarazzo. Perché lui va in tribuna, io in curva, al massimo in maratona. Mi piace stare tra le persone normali, non sopporto né i salotti né i circuiti di vip che si danno un tono più per ciò che rappresentano che per quello che sono. I miei nipoti vivono a Bologna. Sveva è ancora piccola, Marco tifa Bologna e Fiorentina. Credo, più che altro, per lo zio. Ma non lo forzo mai, è un bambino, che cresca, tifi, sogni, gioisca e pianga per ciò che lo emoziona. Sia Fiorentina o Bologna, non importa.

Ogni volta che si parla di diritti arrivano gli imprenditori della paura.

Torniamo seri. Ius soli. Un tema che ha profondamente diviso gli italiani e che certamente diventerà argomento di scontro al calor bianco nella ormai prossima campagna elettorale. Atto di civiltà oppure “lasciapassare” per uomini e donne lontani dai nostri valori ?

Un atto di civiltà. Questa stupidaggine del “lasciapassare per uomini e donne lontani dai nostri valori”, l’ho già sentita. Ogni volta che si parla di diritti arrivano gli imprenditori della paura. Si ricorda il dibattito sulle unioni civili? Accadde lo stesso. Sembrava che una volta approvata quella norma il nostro Paese sarebbe cambiato in peggio, a sentir loro. Con le unioni civili, l’Italia non è cambiata. Solo che ora ci sono qualche milione di persone che possono unirsi civilmente e che saranno un po’ più felici di quanto lo sarebbero state senza quella norma. Idem con lo Ius Soli.

Stiamo parlando di bambini e bambine di genitori integrati, che lavorano e pagano le tasse in Italia. Sono italiani, per la maggior parte cattolici, parlano il nostro dialetto. Si tratta solo di prendere atto di una fotografia del Paese. Il resto, è solo paura scatenata da politici che non sono in grado di dare risposte né lavoro e incolpano il “diverso”. Ma non credo che gli italiani siano così stupidi da cascarci una volta ancora.

Abbiamo mafie che non nominiamo più, che hanno cambiato faccia: non sparano, fanno affari.

Parlami delle tre più grandi piaghe che affliggono, a tuo modo di vedere, la nostra Italia.

La corruzione, le mafie e la cialtroneria della politica. Siamo ai vertici del mondo per il tasso di corruzione, di evasione fiscale. Abbiamo mafie che non nominiamo più, che hanno cambiato faccia: non sparano, fanno affari. Così vanno avanti i disonesti, non si crea lavoro, i meritevoli soccombono, gli ultimi per lavorare devono cedere al ricatto delle mafie.

Se la politica non fosse cialtrona, quando va bene, o collusa, quando va male, combatterebbe queste piaghe. Perché così avremmo maggiori risorse per creare nuovi e buoni posti di lavoro, imprese che operano con onestà e per la qualità, soldi per ridistribuire ricchezze. E un Paese più giusto, naturalmente.

Che impressione ti ha lasciato tutta la vicenda della possibile secessione della Catalogna? Precedente pericoloso o giusta rivendicazione di un popolo?

Sono stato sei mesi a Mostar, dopo la guerra, in Bosnia. Là ho conosciuto cosa significa chiudersi in sé stessi, la degenerazione che porta considerare gli altri “diversi” o “peggiori”. Addirittura qualcosa da eliminare. A Mostar la strada principale divide due mondi che vivono nella stessa città: da una parte i cattolici, dall’altra i musulmani. La Catalogna è un caso diverso, ma tiene dentro lo stesso germe malato.

Perché va benissimo valorizzare la propria identità, le proprie peculiarità all’interno di un contesto più grande, ma quando il vento tira forte dalla parte dell’isolamento e di chiudersi in se stessi, non ha mai portato niente di buono. E’ giusto che la Catalogna abbia le proprie forme di indipendenza, però all’interno di un contesto solidale, sia esso spagnolo che europeo. Fuori da questo, non c’è speranza per nessuno. Paesi ricchi o poveri che siano.

A destra fanno solo "ammuina".

Se la sinistra piange, il centrodestra non ride. Salvini è pronto a chiedere le primarie di coalizione, Berlusconi le detesta. Giorgia Meloni guarda con assai poca benevolenza al referendum consultivo di Lombardia e Veneto del 22 ottobre, Maroni ipotizza un rimpasto di Giunta come richiamo alla linea comune. Sembra che entrambi gli schieramenti facciano a gara per dare un vantaggio strategico al Movimento 5 Stelle. Cui prodest?

A destra fanno solo ammuina. Sono bravissimi in questo, si dividono per determinare una propria identità. C’è chi agita il razzismo e punta alla solita guerra agli immigrati, chi è contro l’Europa, chi fa il nazionalista, chi il secessionista, chi il popolare europeo. Ma vedrà che tra poche settimane si coalizzeranno. Rappresentano un pericolo, più del Movimento 5 stelle.

A sinistra? Rimango basito, senza parole. Non si combatte per costruire una nuova speranza, una coalizione larga che metta a fuoco le diseguaglianze e torni a parlare di futuro. Ci sono solo leaderini, da Renzi in giù, che puntano al proprio tornaconto personale o si scagliano gli uni contro gli altri per rancori passati. Alle persone del teatrino tra maschi virili che giocano a fare la lotta tra loro, non interessa nulla. Vogliono sapere se hai un’idea del mondo da contrapporre alle destre e come incide sulla propria vita. Spero di cuore che si riparta da questo.

A luglio in occasione della scomparsa di Paolo Villaggio hai scritto: “ ci sarebbe bisogno di un Fantozzi che racconti le sfighe, le paure, le voglie recondite che ci imbarazzano e vorremmo urlare. Un Fantozzi che racconti, semplicemente, ognuno di noi. Tra lacrime e sorrisi. Che racconti il mondo di oggi, di un lavoro offerto a nero, a voucher, di un licenziamento, di una borsa di studio non finanziata, mentre, a modo nostro, esclamiamo "com'è umano lei” La satira ha cambiato pelle. Oggi è molto più diretta, più cruda. Ma forse funziona di meno…

Raccontare la vita della gente, questo manca oggi alla tv, alla satira, al cantautorato. Raccontarla nelle sue debolezze, fragilità, “sfighe”. Questo si faceva un tempo. E serviva, perché ti sentivi rappresentato, veniva rappresentata la tua storia. Che era là a dirti “non sei solo, ci sono tanti altri come te”. Ed era effettivamente così. Raccontare la povertà, la miseria, le peripezie dell’italiano medio era un modo per riconoscersi in una comunità. E anche per sentirsi più forti nella voglia di liberarsi da quella miseria.

Una delle tue citazioni preferite è "Sotto il fascismo ero più libero di quanto lo siano adesso i giovani". (A. Camilleri). Spiegamela.

E’ una provocazione. Ma che spiega, in modo brutale, che il fascismo non è una solamente e semplicemente una dittatura. Il fascimo è ricatto. Come, sottolinea Camilleri, quello che vivono oggi tanti giovani, tante donne, tante persone. Il ricatto tra lavoro schiavizzato o stare a casa senza far niente, il ricatto tra andare all’estero o rinunciare ai sogni, il ricatto tra lavoro e salute. La precarietà è sinonimo di ricatto, questo non ha capito la politica e, purtroppo, nemmeno la sinistra.

Presto anche a te, come ho già fatto con altri politici, la mia lampada di Aladino. Esprimi tre desideri… la vincita al Superenalotto non è contemplata nell’offerta.

Che i bambini di tutto il mondo possano guardarsi tra di loro senza che un adulto imbecille gli dica “non siete uguali, quelli devono tornarsene a casa loro”. Che la sinistra torni ad essere sinonimo di speranza.

E che la Fiorentina vinca il terzo scudetto, visto che per i primi due non ero nemmeno nato, dopo tutto ciò che ci ha fatto patire in questi anni, ce lo meritiamo.

Grazie Marco, buon lavoro e buona vita.

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