Fabrizio Patti
Taccola
23 Ottobre Ott 2017 1604 23 ottobre 2017

Il governo delle cento strategie nazionali di fronte ai referendum ha perso la voce

Graziano Delrio
Il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Graziano Delrio
ANDREAS SOLARO / AFP

Se dovessimo giudicare questo governo e quello precedente guardandoli dall’alto e con alcuni anni di distanza, potremmo definirli come i governi dei pianificatori. Sono stati esecutivi che hanno varato: il piano nazionale porti; il piano nazionale aeroporti (continuazione e attuazione di governi precedenti); il piano nazionale turismo; l‘armonizzazione delle fiere; l’agenzia nazionale per il lavoro e le politiche attive; la strategia energetica nazionale; l’autorità per l’energia estesa ai servizi idrici; il masterplan per il Sud declinato nei patti territoriali per il Sud che hanno costretto le regioni e città metropolitane a concordare le priorità degli interventi.

Ora, si può essere d’accordo o meno con questi interventi, che nascevano tutti dalla presa di coscienza dei danni fatti, soprattutto in alcune regioni del Centro-Sud, del federalismo post-2001 e dal clientelismo che ne è derivato.

C’è da chiedersi perché non ci sia stata, in queste settimane di campagna referendaria, una sola voce da parte di chi questa pianificazione l’ha fatta, per rivendicarne il metodo. Di fronte a chi chiedeva l’autonomia delle regioni su temi come il commercio estero, i porti e gli aeroporti civili, le grandi reti di trasporto e di navigazione, la produzione, trasporto e distribuzione dell'energia non si è sentita una sola contro-argomentazione. Si è sentito solo dire “il referendum è una buffonata”, senza spiegare se il metodo seguito fosse compatibile o no con l’autonomia (e con l’autonomia di quali regioni).

Il ministro Graziano Delrio in un recente convegno sul sistema aeroportuale aveva spiegato il proprio pensiero in due passaggi. Uno: «Io sono un pianificatore convinto e credo che la pianificazione sia uno dei segreti per poi eseguire gli investimenti. L’Italia mancava di piani strategici e ora li ha tutti: il piano strategico della ferrovia, delle strade, degli aeroporti, dei porti». Due: «Sono un assoluto difensore delle autonomie ma credo che le autonomie possano essere difese solo se gli enti pubblici capiscono che non sono nodi isolati ma parte di una rete».

Non avrebbe avuto senso parlare di questo, in sede di campagna contro o pro il referendum? Non avrebbe senso dire qualcosa ora che Matteo Salvini e Silvio Berlusconi parlano di estendere l’autonomia a tutte le regioni? Delrio non ha parlato, come non lo hanno fatto i ministri più interessati dalle altre riforme, da Carlo Calenda a Claudio De Vincenti.

Questa mancanza di spiegazione, di dialettica, di argomentazione delle proprie ragioni rispetto a quelle degli autonomisti, porta dritto a una conseguenza semplice: la subalternità culturale e la conseguente irrilevanza politica di un’area che sembra non sappia più parlare a nessuno.

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