Vincenzo Maddaloni
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25 Ottobre Ott 2017 0943 25 ottobre 2017

Non c'è più voglia di Rivoluzione

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BERLINO. Il pessimismo che regna in Italia come in tutta l’Europa meridionale è in gran parte imputabile alla paura di essere condannati alla povertà. E’ storia nota che nell’Occidente sviluppato la quasi totalità delle famiglie ha redditi inferiori rispetto alle generazioni precedenti. Un trend che riguarda il 70 per cento della popolazione occidentale. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio. Naturalmente l’Italia si distingue fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più traumatico. È in assoluto il paese più colpito. Il 97 per cento delle famiglie italiane da dieci anni a questa parte è fermo al punto di partenza o si ritrova con un reddito diminuito.

In tutta la Russia saranno pochissime le celebrazioni in programma a ricordo della presa del potere dei bolscevichi il 7 novembre, il 25 ottobre secondo il calendario giuliano

Tuttavia ad Est come ad Ovest nessuno invoca la rivoluzione, sebbene la ridotta fiducia dei consumatori e il minore potere d’acquisto delle famiglie aggravino la recessione, e le previsioni di una ripresa stabile siano continuamente rinviate. In questo scenario, non fa meraviglia la notizia che in Russia sarà ricordato quasi in sordina il centenario dell'evento che, nel 1917 mise fine a un impero secolare, generò due rivoluzioni, inaugurò l’era del comunismo, cambiando irrevocabilmente il corso della storia della Russia e del mondo intero. Saranno pochissime le celebrazioni in programma a ricordo della presa del potere dei bolscevichi il 7 novembre, il 25 ottobre secondo il calendario giuliano. Del resto, lo stesso presidente russo Vladimir Putin si è limitato a segnalare la necessità di «un’analisi profonda, onesta e oggettiva del 1917». In perfetta sintonia, i media mainstream ricordano che, «A Mosca la presa del potere da parte dei bolscevichi portò a violente battaglie e a centinaia di vittime».

Comunque sia, i dati oggettivi macroeconomici confermano che i ricchi saranno sempre più ricchi, mentre la popolazione, e soprattutto le classi popolari, saranno sempre più povere. A supporto c'è tutta una campagna mediatica per far sì che le popolazioni accettino le riduzioni del loro welfare. Infatti, da molti anni a questa parte la parola più utilizzata dagli Stati nelle loro politiche economiche e sociali continua ad essere “austerità”, anche quando i listini di borsa dimostrano il contrario.

Il cittadino si considera escluso, spaesato, senza modelli validi per il futuro per i quali sarebbe disposto a fare anche la rivoluzione

Lo sconvolgente è, che pochissime voci sui media mainstream se ne chiedono la ragione. Il motivo per il quali in pochi si pongono questa domanda logica è perché potrebbe toccare temi conflittuali, di solito evitati nella narrativa ufficiale della maggioranza degli Stati. Infatti l'utilizzo di termini come “sfruttamento” ormai fa venire le bolle, genera tutta una serie di accuse che dipingono l’autore che li usa come un ideologo con scopi agitatori, uno che va silenziato.

Insomma, quelle che erano grandi questioni collettive stanno diventando preoccupazioni individuali, insormontabili. Così salta la rappresentanza, deperisce la politica. Si frantuma tutta la gerarchia dei valori che reggono uno Stato, dove oggi più di ieri le élite si sono confiscate sviluppo e progresso a loro uso e consumo, mentre le libertà politiche, e le libertà civili vengono dopo la forza, la sicurezza, la ricchezza, rischiando di valere meno di nulla. Tutto questo spiega perché il cittadino si considera escluso, spaesato, senza modelli validi per il futuro per i quali sarebbe disposto a fare anche la rivoluzione.

vincenzomaddaloni.it fb vincenzo Maddaloni @maddaloniit

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