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26 Ottobre Ott 2017 1426 26 ottobre 2017

Perché le petromonarchie del Golfo ora puntano sulle rinnovabili

Pannello Solare

Dici “petrostato” e pensi subito all’Arabia Saudita. Nel Paese su cui regna la casa reale dei Saud nel 2016 sono stati prodotti oltre 12 mila barili di petrolio al giorno (dati dell’agenzia governativa americana Energy Information Administration). Per questo fa ancora più impressione il progetto saudita di emanciparsi dal greggio puntando sulle rinnovabili, un piano seguito anche dalle altre monarchie del Golfo Persico che insieme a Riad possiedono quasi il 30 per cento delle riserve complessive di petrolio e che fino ad oggi hanno goduti di costi di estrazione e lavorazione molto bassi. A dettare la linea è stata Riad con l’ormai famoso “Vision 2030”, il piano di riforme che saranno adottate dal governo per rendere il paese indipendente dall’andamento dei mercati petroliferi. Gli Emirati Arabi hanno un piano per far arrivare le rinnovabili al 44 per del loro mix energetico, Il Kuwait ha intenzione di provvedere al 15 per cento del proprio fabbisogno energetico con l’eolico e il solare, il Qatar scommette sui pannelli solari, il Bahrein ha lanciato un piano per le rinnovabili da attuare entro il 2020, l’Oman sta lavorando ha diversi progetti per ottenere energia elettrica dai pannelli solari.

I costi per la produzione di energia solare si muovono al ribasso fornendo una situazione molto vantaggiosa per realizzar una strategia fondata sul soddisfacimento dei consumi energetici domestici (in costante) crescita e di attraverso l’eolico così da poter destinare gli idrocarburi solamente all’esportazione. Inoltre, la corsa al ribasso del barile mette ulteriore fretta alle petromonarchie.

Secondo le stime di Bloomberg New Energy Finance, entro il 2020 i paesi del Golfo e del Nord Africa raggiungeranno i 24.1 gigawatt di capacità solare ed eolica, cioè sei volte di più dell’attuale capacità. Un risultato che per essere raggiunto, però, necessità di 27,4 miliardi di dollari di investimento.

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