Simonetta Caminiti
Senza quote rosa
26 Ottobre Ott 2017 1219 26 ottobre 2017

Sua figlia uccisa dalla Camorra. Lei, scrittrice, porta la poesia nelle carceri

Simonettaeangela

“Io sono una donna fortunata”, diceva Angela a Enzo Biagi, durante un’intervista. “Difatti non penso mai alle persone che hanno ucciso mia figlia. Lei è morta, è vero, ma per me è come se fosse successo senza la premeditazione di qualcuno, come se non fosse stata uccisa. Vede, non odiare chi ci ha fatto tanto male è la salvezza”. Era trascorso solo un anno e mezzo dalla scomparsa della piccola Simonetta Lamberti, undici anni nel maggio dell’82. Figlia di Angela Procaccini e di Alfonso Lamberti, magistrato, all’epoca procuratore capo di Sala Consilina (Salerno), impegnatissimo nelle inchieste di mafia, Simonetta fu freddata in un agguato della Camorra rivolto a suo padre. Si trovava di fianco a lui in macchina, al ritorno da un pomeriggio al mare, a Cava de’ Tirreni: una vicenda giudiziaria che si sarebbe conclusa 34 anni più tardi, con la condanna di un solo reo confesso di quel commando.

Ma ad Angela, la madre di Simonetta, di quella vicenda giudiziaria non è mai importato granché. Troppo risucchiata dal dolore, impegnata a vivere del suo lavoro (insegnante di lettere prima, dirigente scolastica dopo), e da una famiglia che, dopo la perdita della piccola, ha dato alla luce altri due figli, ma destinata a sbriciolarsi come in balia di un terremoto. Angela Procaccini è sempre stata una donna bellissima, i capelli biondi, la pelle chiara come latte, gli occhi di un verde ricco e unico; fascinosa per il suo eloquio sempre perfetto, per la sua voce bassa e tuttora freschissima, giovane, quasi ipnotica. Nessuno, a guardare il suo sorriso, immagina il suo destino di mamma “orfana”, un matrimonio, quello col giudice Lamberti, finito malissimo, un percorso di madre (di altri tre figli) travagliato come nelle pagine di certi romanzi in cui la fantasia dello scrittore, forse, calca un po’ troppo la mano.

Un anno dopo la morte di Simonetta, Angela e il marito Alfonso danno alla luce un’altra bambina: la chiamano Simonetta Serena, a voler ricordare nella figlia appena arrivata quella che non c’è più (“Devo essere sincera”, confessa Angela oggi, “io non volevo chiamarla così…”), ma con l’aggiunta un secondo nome tutto suo. Poi l’arrivo di Stefano, pochi anni dopo, il secondo figlio maschio (il primo è Francesco, l’unico fratello ad aver conosciuto Simonetta, ad esserle cresciuto accanto fino al giorno dell’omicidio). Ma la sofferenza stravolge la vita di tutti. Quella del marito di Angela, il padre dei suoi figli, che per lo strazio e i sensi di colpa, probabilmente, diventa una persona molto diversa dall’uomo che aveva sposato; e il loro matrimonio, alla fine degli anni Ottanta, finisce con un divorzio pieno di conflitti. Angela torna coi suoi piccoli (Serena e Stefano) a Napoli, nella casa di suo padre. Dove dormono in una piccola stanza tutti e tre e cercano di sopravvivere a questo secondo uragano (“prima vivevamo in una grande casa, adesso non era rimasto più nulla”); mentre Francesco, il primogenito, è un adolescente già avviato alla carriera militare. In particolare, la maternità di Angela è di nuovo messa a dura prova dalle difficoltà di Simonetta Serena: quella terza figlia la cui crescita, e sensibilità, si consumano nella convinzione di occupare il posto della sorella mai conosciuta. Di averglielo quasi sottratto, per le malizie di un karma che ha fatto nascere lei 360 giorni dopo l’omicidio di quell’angelo ormai inaccessibile, idealizzato, venerato e invocato, ma che oggi può guardare solo nelle fotografie. Di qui, i suoi disturbi alimentari, vicende personali ricche di autolesionismo e paura della vita. Angela riesce a salvare Serena, che tra l’altro diventa mamma a sua volta a soli 19 anni. Ma cos’è che salva lei? Cosa le permette di strappare al mondo giornate di gioia, dopo tanti di quei colpi che avrebbero potuto annientarla? Non solo Angela non ha mai odiato, come raccontava a Enzo Biagi. Soprattutto, lei pensa che la sua testimonianza potrà impedire a tanti giovani della sua terra di sottrarsi al canto della sirena che le cosche, soprattutto in alcune frange e in alcune situazioni familiari, rappresentano per loro. Porta nelle scuole e nelle carceri la poesia (è autrice di nove volumi, molti dei quali dedicati alla figlioletta scomparsa), e la storia della sua famiglia. Superato il concorso di dirigente scolastica, promuove una campagna di sensibilizzazione alla legalità quanto mai militante e convinta. “Nell'Istituto Penale Minorile di Nisida – mi racconta - , ho portato avanti un percorso sulla poesia e i sentimenti con alcuni ragazzi lì detenuti. Uno di questi ragazzi particolarmente sensibile, e del cui passato giudiziario non ho mai voluto sapere niente, venne invece a sapere del mio passato di dolore da scheggia profonda; è cominciata così una silenziosa intesa che si è poi rivelata il giorno in cui venne inaugurato, sul muro esterno del carcere, un mosaico di mattonelle di ceramica colorata, con i nomi delle vittime innocenti. Io cercavo a stento di frenare la mia emozione, ma lui, pur standomi lontano, la aveva avvertita. E quando il drappo cadde giù, M. mi si avvicinò e, abbracciandomi con energia, mi disse: ‘La mattonella di Simonetta l'ho voluta dipingere io, Maestra’.

Uno di questi ragazzi particolarmente sensibile, e del cui passato giudiziario non ho mai voluto sapere niente, venne invece a sapere del mio passato di dolore da scheggia profonda; è cominciata così una silenziosa intesa che si è poi rivelata il giorno in cui venne inaugurato, sul muro esterno del carcere, un mosaico di mattonelle di ceramica colorata, con i nomi delle vittime innocenti. Io cercavo a stento di frenare la mia emozione, ma lui, pur standomi lontano, la aveva avvertita. E quando il drappo cadde giù, M. mi si avvicinò e, abbracciandomi con energia, mi disse: ‘La mattonella di Simonetta l'ho voluta dipingere io, Maestra’.

E quasi impacciato aggiunse ‘Grazie’." Angela sostiene, con ideali d’acciaio che sembrano fare i dispetti alla sua stessa tragedia, nascosti dietro una femminilità solare e che ben camuffa le cicatrici (ma non la memoria), che nessuno è mai imperdonabile, mai del tutto irrecuperabile. Nel suo ultimo libro, D (Graus Editore – con introduzione di Bianca Berlinguer), racconta invece sette storie di donne: “la diciottenne vanitosa, la ragazza anoressica – mi spiega –, la bambina violata, la donna tradita, la donna sofferente per una scelta difficile, l’immigrata dalla Tunisia e la sua odissea sul mare. Ma tutte hanno profondità di sentire, esperienza di dolore, capacità di résilience, desiderio di riscatto e di rinascita”. C’è anche il racconto di una madre “orfana” della sua bambina; una madre che di quella bambina corre in soccorso, ormai senza più speranza, e i suoi occhi inciampano nella scarpetta rimasta spaiata, caduta dai piedi della piccola durante la corsa in ospedale. Quello che successe ad Angela quando vide l’auto dell’ex marito crivellata di colpi e la cui unica traccia di Simonetta era, appunto, una piccola ballerina rosa. “Ho dedicato questa piccola raccolta a tutte le donne che nella loro vita hanno sperimentato forti sentimenti, ma anche grande tenacia: alle madri sconvolte dal dolore, alle adolescenti in crisi di identità, alle bambine private dell’infanzia, alle donne immigrate, alle donne adulte che ancora, nonostante tutto, credono nell’amore, e a quelle che si riscattano – conclude Angela – pensando al benessere. Anche, e soprattutto, quello degli altri”.

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