Piero Cecchinato
Specchi e allodole
2 Novembre Nov 2017 1441 02 novembre 2017

Perché i rivoluzionari sono degli smidollati

Puidgemont Bored

Tutti i rivoluzionari, alla fine, scappano.

Chi rimane, chi rischia la galera e finanche la pena capitale non è un rivoluzionario, è un ribelle, un resistente.

Gandhi, Mandela, Martin Luther King, Gramsci furono tutti dei ribelli, non dei rivoluzionari.

Leopoldo Lopez è oggi un ribelle, non un rivoluzionario.

Fuggendo in Belgio, Carles Puigdemont ha dimostrato di non essere un vero ribelle, un combattente, ma solo un misero attore in una messa in scena rivoluzionaria.

Uno come tanti, di cui la storia presto si dimentica. Uno che rifugge dalle responsabilità (non quelle verso il Governo centrale di Madrid, ma quelle verso la popolazione che ha aizzato).

Perché l’etica della ribellione è un’etica della responsabilità, mentre quella della rivoluzione è un’etica dell’incoscienza, se non della viltà.

Del resto, la resistenza, la ribellione, come scriveva Ernst Junger nel suo “Trattato del ribelle”, richiedono grandi sacrifici personali, perché un vero atto di resistenza mette in gioco una concreta, quanto drammatica assunzione di responsabilità.

Ma cosa rende il rivoluzionario un irresponsabile che alla fine ha la faccia tosta di darsela a gambe abbandonando i suoi?

La risposta ce la dà un grande filosofo come Vittorio Mathieu, che appartiene alla schiera di quegli intellettuali che avrebbero potuto contribuire a salvare culturalmente il centrodestra, se solo il centrodestra (e la sua incancrenita classe dirigente) glielo avessero concesso.

Nel suo libro “La speranza nella rivoluzione” (uno dei più bei saggi che si possano leggere sull’etica della rivoluzione), il filosofo ligure ci spiega che “Il rivoluzionario è come un attore di teatro che reciti un testo così persuasivo, da non riuscire a esimersi dal farsene portavoce.”

Di fronte a lui non vi stanno i cittadini, ma un pubblico, che all’inizio appare indifferente e poi, pian piano, si rende complice mischiandosi, anonimo, tra la folla.

“Il principio sovrapersonale” che muove la rivoluzione, osserva Mathieu, “fa di tutti uno strumento della sua azione: di un’unica grandiosa azione collettiva, anche se, di essa, alcuni si rendono conto, altri no”.

Conseguenza diretta di questa anonima collettivizzazione della rivoluzione, ci ricorda ancora Mathieu, “è che gli atti rivoluzionari non ammettono responsabilità individuali”.

Il ribelle, a differenza del rivoluzionario, “si sente responsabile della sua rivolta, per il bene e per il male, e accetta, nella vittoria o nella morte, questa responsabilità. Il rivoluzionario si metterebbe a ridere se gli si dicesse che è responsabile lui, personalmente, della rivoluzione. Egli è stato scelto come strumento piccolo o grande, di una sorta di provvidenza e ha fatto quel che non poteva non fare. Se ha fallito la storia potrà condannarlo o sopprimerlo, ma non in forza di un principio di responsabilità personale". E se è riuscito, non potrà attribuirsene lui il merito, "salvo che per una deviazione verso il culto della personalità”.

Per questo “il ribelle accetta la pena capitale, mentre il rivoluzionario, per quello che, da un punto di vista giuridico, è il medesimo crimine, la respinge.”

La divisione provvisoria fra palcoscenico e platea non può ovviamente durare in eterno ed è destinata a scomparire quando la rivoluzione si sarà compiuta (con una vittoria o una sconfitta) e si dovranno fare i conti con la realtà, nel bene e nel male.

E quando la rivoluzione si mette male, il suo leader ha solo due strade: rifuggire dalle proprie responsabilità, facendosi vilmente schermo dell’impersonalità e dell’anonimato della rivoluzione che lui stesso ha guidato, oppure restare e trasformarsi in ribelle, affrontando il processo politico che la sua azione ha provocato.

Gandhi, Mandela, Martin Luther King e Gramsci (ed un’infinità di altri veri combattenti per la libertà) furono degli autentici e genuini ribelli.

Puigdemont, invece, è solo un attore irresponsabile. E smidollato.
Forse, la causa di una popolazione non oppressa come quella catalana non vale la propria libertà personale.

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