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Millennials
17 Novembre Nov 2017 1004 17 novembre 2017

Cari Millennials PD: no, non basta provarci

Moretti2

Che dire, siamo i primi a essere dispiaciuti. Avevamo letto sul Foglio che, all’ultima Direzione PD, alcuni Millennials avevano avuto modo di presentare un documento in grado di influenzare il programma del Partito. Il titolo ci aveva caricati: “dal salario minimo allo Ius soli. I giovani del Pd presentano le loro idee a Renzi”. E noi abbiamo pensato “oh, finalmente abbiamo l’occasione di farci sentire!” Abbiamo approfondito con legittima curiosità il documento che aveva “l'obiettivo [di] limare quelle piccole grandi disuguaglianze e malfunzionamenti che tarpano le ali alla nostra generazione e rendono la politica tragicamente lontana dai giovani”. Nel giro di pochi minuti, ci tocca ammettere, lo sconforto si è impadronito di noi. Ci siamo resi conto che tale obiettivo veniva mancato completamente, e ne abbiamo scritto, non senza durezza, sul nostro blog dedicato ai Millennials.

Ci hanno pacatamente replicato e spiegato l’errore commesso. Che dire, ci eravamo illusi: ci hanno spiegato che loro hanno proposto solo “uno spunto di riflessione, un punto di orientamento dell’analisi” – la Redazione del Foglio deve aver equivocato, evidentemente. Oppure, suvvia, la Direzione del più importante partito italiano non si meritava tutta questa cura e attenzione nei dettagli.

Peccato, abbiamo criticato invano. Abbiamo criticato qualcosa che, d’altra parte, non poteva nemmeno essere criticato. Il perché, lo spiegano loro stessi piuttosto bene: hanno scritto nei ritagli di tempo, il risultato è quello che è, d’altronde a vent’anni, senza lavoro, figli e casa da gestire, il tempo è davvero pochissimo. Nonostante il tempo tiranno, sono comunque riusciti a scrivere “proposte concretissime”. Sono ragazzi responsabili, contrari al “disfattismo totale e aprioristico”: per il fatto che si impegnano vanno ascoltati. Sbagliamo, o pare il controargomento di chi dice che i giovani di oggi sono pigri e demotivati? A fronte del deserto, provarci è già qualcosa, paiono dire. Sono così rivoluzionari che hanno interiorizzato la narrativa dei nostri carnefici: bravi. Sulla falsariga, sbandierano la propria giovinezza che consente loro “di provare, di sbagliare, di riprovare, di ascoltare le critiche, di migliorare e di difendere la dignità di quello in cui crede e di quello che fa”.

D’altronde, deresponsabilizzarsi è un ottimo modo di fare politica di questi tempi. Noi, se avessimo potuto incontrare Matteo Renzi, gli avremmo detto qualcosa di più pregnante e scomodo. Per esempio, lo avremmo aiutato ad affrontare la questione dell’equità intergenerazionale di questo paese – visto che vuole ancora dare mancette ai pensionati, e qualcuno dovrebbe pure fermarlo. Gli avremmo poi spiegato che non si tratta solo di “disoccupazione giovanile”, di “precariato” ma di sostenibilità dell’intero sistema paese da qui a pochi (pochi!) anni. Se non si imposta la discussione mettendo subito in chiaro la gravità della situazione che abbiamo ereditato, rimane solo una lista della spesa di intenzioni più o meno buone, tutte di facciata e nessuna che davvero attacchi il nodo della questione.

Prima di chiedere risorse, vanno messi in sicurezza i conti pubblici. Servono soluzioni tecniche che probabilmente non affascinano i nostri interlocutori, come strumenti di condivisione del rischio sovrano, titoli di debito o derivati, non possiamo ritrovarci tra un anno sulle bocche di speculatori che puntano sul nostro default.

Da dei Millennials preparati ci saremmo aspettati che il primo tema affrontato sarebbe stato il taglio della spesa pubblica, incredibilmente anti-redistributiva e sbilanciata sulle generazioni che ci precedono. Non è minimamente menzionato nel documento #Italia2020. Vi abbiamo accennato nel nostro articolo, ma evidentemente non meritiamo una risposta di contenuto: solo così aspiranti politici possono continuare a dire tutto e il contrario di tutto (così magari capiscono il riferimento a D’Alema, chissà).

Secondo tema, connesso col primo, le pensioni. Nessuna parola contro il Governo che incontra la Camusso (CGIL), la Furlan (CISL) e Barbagallo (UIL), gli eredi di chi ha fatto razzia del denaro del contribuente. Dal modo in cui ci hanno risposto, ci domandiamo se si siano mai posti il problema di chi rappresenti i giovani, di come interagire con chi la pensa in maniera diversa dalla propria. A ogni modo, noi siamo per un intervento netto di riduzione delle pensioni retributive: appoggiamo sia il ricalcolo contributivo (se fattibile) sia una decurtazione con degli ammortizzatori a controbilanciare.

Passiamo a temi più legati alla crescita, perché il debito si abbatte soprattutto crescendo. Parliamo di Università. Avremmo voluto leggere di vera meritocrazia: quella che si ottiene migliorando l’offerta formativa, con più docenti per studente, spazi più vivibili. Quella che si può raggiungere con il numero chiuso, con una modifica del finanziamento pubblico, non più per capita ma per occupato e/o per pubblicazioni. Un finanziamento concentrato, non inutilmente a pioggia. Chiudiamo le università che non sono all’altezza, ovviamente aumentando borse e mobilità (in qualcosa concordiamo, alla fine). Aumentiamo il legame con le imprese, semplifichiamo la burocrazia a tutti i livelli.

E potremmo finirla qui, per una ragione semplice: non serve a nulla presentare 68 “proposte concretissime” che richiederebbero, ognuna, mesi di analisi ed elaborazione che si dovrebbero sorbire i vecchi, visto che i nostri scrivono che le loro proposte attendono “un adeguato approfondimento da parte di persone più competenti ed esperte di [loro]”. Abbiamo lanciato tre temi prioritari, perché abbiamo già le idee per svilupparli e ne parleremo nei prossimi mesi. Siete ovviamente invitati, se vi va.

Però no, non chiudiamo qui. Manca una voce, trascurata dalla nostra politica, se non per vile ed estemporanea retorica: il Sud. Per noi il banco di prova ideale di politiche coraggiose, liberali, realiste. Dove scatenare uno Stato leggero, una burocrazia efficiente, zone franche, detassazioni per gli investimenti, dove costruire infrastrutture, spianare tutta l’Accademia e le concorsopoli, gli azzeccagarbugli e gli impaludatori di professione, beccare i falsi invalidi e far rispettare la legge. Solo così potremo attirare gli stranieri, con capacità di esecuzione e serietà, accelerare su start-up vere e sul fintech, creare centri di eccellenza nazionali.

PS

A proposito di Jep Gambardella: non dice di non voler partecipare alle feste, anzi! Lui partecipa, eccome, ma vuole soprattutto avere il potere di farle fallire. Perché alla fine il discorso ruota tutto intorno a una cosa: il potere. Sì, noi vogliamo avere il potere di far fallire l’inconsistente passaggio di testimone tra generazioni assuefatte al mondo che procede così com’è, al lento (non) mutare e alla volontà di mantenere cristallizzato il rapporto di potere creato nella nostra società. I privilegiati da una parte, noi tutti, dall’altra.

Andrea Danielli, Filippo Lubrano, Alessio Mazzucco, Leonardo Stiz, Chiara Maggi

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