Daniele Grassucci
Dopo Skuola
17 Novembre Nov 2017 1359 17 novembre 2017

Tecnologia a scuola, andare oltre Google e Wikipedia è possibile

E Learning

Incredibile ma vero. I ragazzi italiani di oggi non conoscono Internet e le nuove tecnologie. Chiariamo subito: non è che non le sappiano usare, semplicemente non sanno sfruttarle fino in fondo. La loro è una ‘frequentazione’ superficiale, che si limita a spingere pochi tasti; sempre gli stessi. Gli adolescenti (ma anche quelli un po’ più adulti) sono sempre connessi. Solo che lo fanno per tenersi in contatto con gli amici, per guardare video, scaricare musica, scattarsi foto, chattare, riempire i momenti della giornata liberi da impegni (e non solo quelli). Non c’è dubbio che smartphone, tablet e pc siano i loro amici più fidati. E allora perché, quando si affronta il capitolo ‘studiare con la tecnologia’, scappano tutti?

Per il 73% degli studenti Google è sinonimo di affidabilità
Per il 21% la fonte principale per le ricerche è Wikipedia

Quando si tratta di mettere le infinite vie del web al servizio della didattica, infatti, lo scenario cambia improvvisamente. Viene fuori la scarsa abitudine delle nuove generazioni a cercare quello che gli serve. I social network le notizie te le portano a domicilio, così il loro mondo si riduce alla bolla mediatica in cui si sono infilati. Così, se gli si chiede di approfondire, non sanno dove sbattere la testa. O, meglio, ripiegano sugli stessi strumenti. Le loro fonti si riducono drasticamente. Sono solo due, le più diffuse: Google e Wikipedia. Dei circa 35mila studenti che hanno risposto a un recente sondaggio Skuola.net, il 73% ritiene che il re dei motori di ricerca sia il luogo adatto per trovare qualsiasi cosa; il 21% gli preferisce addirittura la famosa enciclopedia ‘open source’ (poco attendibile per definizione); ignorato o quasi tutto il resto.

2 ragazzi su 3, quando studiano, usano Internet
Il 90%, però, solo per fare ricerche e aiutarsi nei compiti

Ma la responsabilità dei ragazzi arriva fino a un certo punto. C’è un concorso di colpe. La scuola non prepara a gestire tutte le risorse. Siamo ancorati a un modello didattico che vede ancora protagoniste assolute la carta e la penna. Gli studenti ‘imparano a imparare’ con la tecnologia quasi da autodidatti. E i risultati si vedono tutti. Ci provano ma non ci riescono: 2 studenti su 3 usano quotidianamente strumenti innovativi anche per la scuola, ma quasi tutti – circa 9 su 10 - la sfruttano solo per fare i compiti o effettuare ricerche di base, per ottimizzare i tempi e ripassare in maniera veloce, col minimo sforzo. Quasi nessuno si prende la briga di andare oltre: software di scrittura, forum e siti specializzati sono banditi.

Un vero peccato, considerando che il nostro Paese sarebbe anche pronto ad accompagnarli verso il futuro. Se si lascia da parte la scuola e ci si affaccia sull’università le cose cambiano. L’e-learning sta pian piano entrando nella normale didattica. Certo, gli atenei tradizionali continuano a fare fatica ad abbandonare gli schemi adottati nel corso di secoli, ma ci sono delle realtà che sulla tecnologia hanno fondato l’intero impianto formativo. Le università telematiche sembrano le uniche in grado di raccogliere la sfida. Fondamentale, però, è superare la diffidenza che ancora oggi suscitano. Da molti sono considerati atenei di ‘serie b’, per il solo fatto di non avere quattro mura all’interno delle quali far svolgere lezioni e esami.

Per fortuna i ragazzi non la pensano così. In tanti riconoscono i vantaggi di questa nuova tipologia di studio. Sempre in base alla ricerca già citata, il 40% apprezza soprattutto la possibilità di organizzare il tempo in maniera autonoma, il 23% si concentra proprio sul metodo didattico alternativo, il 23% sul risparmio economico, il 10% punta sulla possibilità di entrare a far parte di una community internazionale (visto che su Internet le distanze si azzerano). E allora diventa ancora più frustrante che solo 1 su 10 si dichiari pronto a iscriversi a un’università telematica. Mentre un altro 10%, pur dandogli credibilità, preferisce ancora gli atenei ‘classici’. Sembra che i diplomati siano quasi ‘spaventati’ dall’idea di non avere punti di riferimento fisici. È un salto nel buio ancora troppo grande. Nel frattempo, però, la distanza che ci separa dagli altri Paesi si allarga: basti pensare che negli Stati Uniti circa il 30% degli studenti di livello superiore segue almeno un corso ‘a distanza’ (stiamo parlando di oltre 6 milioni di alunni).

In tanti apprezzano il metodo didattico delle università telematiche
Solo 1 su 10 s'iscriverebbe senza problemi ad una facoltà 'a distanza'

Per rivedere le proprie opinioni, anche i più scettici non dovrebbero far altro che farsi un giro su Internet. Le università telematiche sono sottoposte a controlli e valutazioni, come tutti gli altri luoghi di formazione. La più autorevole di tutte è sicuramente quella effettuata dall’Anvur (l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca). Ebbene, analizzando i suoi Rapporti periodici, abbiamo scoperto che i critici hanno in parte ragione: molte telematiche non sono bocciate ma quantomeno rimandate. Ma anche ce n’è una che non solo ottiene il giudizio “Btel-pienamente soddisfacente” (quasi il massimo) ma che addirittura insidia le università tradizionali (piazzandosi ai primi posti assoluti tra i 23 atenei – statali e privati – monitorati dall’Agenzia): è l’Università Telematica Internazionale Uninettuno.

Il merito, secondo l’Anvur, sarebbe proprio del suo metodo didattico innovativo: materiali multimediali, esercitazioni interattive, piena e costante integrazione tra teoria e pratica, oltre che un’offerta formativa in linea con le richieste del mercato del lavoro globale, tutto in un “cyberspazio didattico” che va incontro a ogni esigenza dello studente. Non è un caso che i suoi iscritti superino le 20mila unità, provenienti da 163 Paesi del mondo. Anzi, se non fosse per gli stranieri, i suoi numeri sarebbero decisamente peggiori. Paradossale che un ateneo italiano veda i suoi connazionali in minoranza. Ma finché rimarranno affezionati solo a Google e Wikipedia sarà difficile cambiare le cose.

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