Alfredo Ferrante
Tantopremesso
8 Dicembre Dic 2017 1644 08 dicembre 2017

Perché Gomorra fa quel che deve fare

Gomorra

Sono rimbalzate rumorosamente sui media in questi giorni le riserve espresse da alcuni magistrati circa la rappresentazione della camorra nella serie Gomorra, in onda su Sky e giunta alla sua terza stagione. Giuseppe Borrelli, procuratore aggiunto antimafia e capo della DDA di Napoli e Catanzaro, nel corso di un incontro con alcuni studenti ha sostenuto che la serie televisiva offre una rappresentazione folkloristica dei clan, pericolosa perché distoglie l’attenzione dall’attuale configurazione della camorra, che non è più solo omicidi, estorsioni e traffici illeciti, ma esprime propri rappresentanti in regioni, province e comuni. Federico Cafiero De Raho, capo della Procura Nazionale Antimafia e Antiterrorismo, ha detto che raffigurare la camorra come fosse un’associazione come tante altre non fotografa la realtà, dato che la camorra è fatta soprattutto di violenza. Anche Nicola Gratteri, procuratore capo a Catanzaro, ha espresso le sue perplessità, affermando che se davanti alle scuole ci sono ragazzi che si muovono, si vestono e usano le stesse espressioni dei personaggi il messaggio non è positivo, e che occorre inserire qualcosa di alternativo, un messaggio che i criminali non sono invincibili e forti. Marco D’Amore, che interpreta il personaggio di Ciro di Marzio, denunciando il rischio di censura, ha dal canto suo replicato sul Corriere della Sera che gli attori partecipano da artisti e da cittadini a tratteggiare uno dei profili possibili del nostro paese, con l’intento di rendere incredibile e meraviglioso il racconto cinematografico e, allo stesso tempo, partecipare ad un fortissimo atto di denuncia che è partito dall’operato di Roberto Saviano.

Insomma: Gomorra sì o Gomorra no? Meglio esser chiari: le parole di chi è in prima fila per combattere il fenomeno mafioso in Italia pesano, e pesano assai. Quel che credo conti davvero, tuttavia, è la percezione del pubblico e come viene metabolizzata la rappresentazione del mondo criminale attraverso gli schemi cognitivi dello spettatore. E a cosa assiste lo spettatore? Assiste, a mio modo di vedere, alla rappresentazione, cruda e senza filtri, dell’assenza di ogni umanità. In questo non mi trovo d’accordo con chi, come Gratteri, pensa che la fiction corra il rischio di umanizzare e rendere simpatici boss e manovalanza camorristica: al contrario, ne ritrae l’assoluta mancanza di empatia o di sentimento proprio dell’essere umano. Anche quei pochi sprazzi di amore, affetto o amicizia che fanno raramente capolino nella narrazione vengono immediatamente spazzati via senza esitare: padri e madri, mogli e mariti, figlie e figli sono al massimo ostacoli verso la conquista di un potere effimero e cafone, precario quanto vuoto, devoto ai canoni elementari delle regole del Sistema. Allo stesso tempo, ha certamente ragione Giovanni Belardelli quando sul Corriere della Sera parla di assenza di qualsivoglia parvenza dello Stato: forze dell’ordine, magistrati e Istituzioni appaiono fugacemente, restano sullo sfondo nell’universo camorrista di Gomorra. Una rappresentazione inverosimile e che dunque, sostiene, Belardelli, azzoppa la tesi che Gomorra sia in primo luogo atto di denuncia. Eppure, la mancanza di ogni riferimento allo Stato e la raffigurazione desolante che si fa dell’ambiente in cui si muovono i personaggi è assolutamente terrificante: nessuna indulgenza, nulla di eroico. Nessun valore assume importanza se non la bieca violenza, la triste solitudine di tutti, nessuno escluso, il terrore dietro l’angolo, la fede usata come ninnolo senza riverbero alcuno nella vita di ognuno. È lo schifo elevato a quotidianità quello che gli sceneggiatori mettono in mostra, in questo apprendendo molto bene la lezione di Saviano, ed esponendo senza veli l’abisso di nulla che le mafie rappresentano per questo Paese.

Tutto ciò non toglie dal tavolo taluni aspetti di quel che i giudici impegnati nel contrasto alla camorra sostengono: la penetrazione nella vita pubblica e politica da parte delle organizzazioni mafiose, in particolare, rappresenta uno dei più gravi colpi al cuore del Paese, zavorrato da criminalità e corruzione. Non possiamo, tuttavia, fare addebiti ad una serie televisiva, che, se coglie forse aspetti parziali dei fenomeni mafiosi, fa quel che deve fare: interpretare la realtà, in questo caso senza patinature o sconti. C’è un elemento, tuttavia, che appare davvero doloroso, ovvero la possibile emulazione di cui parla Gratteri: se c’è chi mette in atto comportamenti che mutua dalla serie televisiva, senza coglierne la negatività ed anzi dando ai personaggi una patente di figura da prendere ad esempio, c’è di che preoccuparsi. E parecchio. Certo, anche dopo l’uscita di Pulp Fiction di Quentin Tarantino i criminali da strada impugnavano pistole di traverso e mimavano movenze e battute dei personaggi. Altra roba, altro registro, neanche a dirlo. Ma il problema in questo caso non è una serie televisiva o un film: è la tragica mancanza della cultura della legalità nel Paese, anche e soprattutto nelle regioni in cui le mafie nascono e hanno le loro basi operative, ramificandosi ormai ovunque, dentro e fuori i confini nazionali. Gomorra non dichiara di voler dare esempio civico o fare scuola di legalità: non è il compito che si è dato. Vuole offrire uno spaccato dell’orrore, umano e civile, che le organizzazioni mafiose rappresentano. Il resto spetta allo Stato. Anzi, alla Repubblica: le Istituzioni tutte, le parti sociali e le organizzazioni della società civile, l’impresa e l’informazione, i cittadini. E partendo dalla scuola e dai luoghi di aggregazione sociale (sostenendoli e, dove serve, creandoli) per dire che il nostro è, con tutti i difetti, uno Stato di diritto in cui la legge esiste ed è uguale per tutti.

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