Elisabetta Favale
E(li's)books
18 Dicembre Dic 2017 1825 18 dicembre 2017

4321 Il libro delle illusioni di Paul Auster

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Ho voluto scherzare con questo titolo, in attesa di far sedimentare 4321, voglio suggerire un libro che io ho trovato più bello, Il libro delle illusioni. Cito:

“La vita di David Zimmer, professore di letteratura comparata in un college del Vermont e narratore/"autore" del Libro delle illusioni dello scrittore americano Paul Auster, viene sconvolta a trentotto anni dall'improvvisa morte di sua moglie e dei suoi due bambini in un incidente aereo. Dopo alcuni mesi passati nella disperazione e nella solitudine più assolute, David scopre di sapere ancora ridere guardando in televisione un vecchio film muto. Si immerge allora nella ricerca e nello studio dei film dell'attore e regista Hector Mann, scomparso misteriosamente nel 1929.

Fin da questo avvio il lettore di Auster ha già riconosciuto alcuni ingredienti tipici delle sue storie a partire dalla Trilogia di New York (Rizzoli, 1987; Einaudi, 1997) un grave lutto, come quello che ha colpito David Quinn in Città di vetro (Anabasi, 1994; cfr. "L'Indice", 1995, n. 1) isolandolo da ogni consorzio umano; una persona che sparisce come il Fanshawe della Porta chiusa, e l'angosciosa, a volte maniacale, ricerca dell'altro, che si rivela essere il proprio doppio, di Fantasmi, nel vano tentativo di trovare almeno se stessi. Anche la prima opera in prosa di Auster, L'invenzione della solitudine (1982; Anabasi, 1993; Einaudi, 1997; cfr. "L'Indice", 1994, n. 4), una sorta di autobiografia che si può considerare il nucleo generativo della sua narrativa, fu concepita dall'autore in seguito all'improvvisa morte del padre, evento che fece scaturire in lui l'esigenza di capire quell'uomo rimasto fino allora "invisibile" e di ricostruirne il ritratto in forma di parole prima che la sua esistenza si volatilizzasse per sempre. La morte, quindi, come momento necessario per capire la vita - altro leitmotiv della narrativa austeriana -, e quando non si tratta, per i suoi personaggi, di una morte vera e propria, sarà allora un'esperienza molto simile, una "quasi-morte", a rendere possibile una specie di rinascita, a provocare una sorta di agnizione, che segna l'inizio di una nuova fase dell'esistenza.

È quello che accade ad Anna Blume nel Paese delle ultime cose (Guanda, 1996) quando si lancia dalla finestra di un palazzo, a Stanley Fogg che, nel Palazzo della luna (Rizzoli, 1990; cfr. "L'Indice", 1991, n. 3), rimane per tre giorni in una grotta del Central Park, a Sachs quando, in Leviatano (Guanda, 1995; cfr. "L'Indice", 1996, n. 1), cade da una scala antincendio, a Walt, il protagonista di Mr. Vertigo (Eianudi, 1995; cfr. "L'Indice", 1996, n. 1), che viene sepolto vivo dal suo maestro di vita... L'archetipo di questi personaggi è rintracciabile nella figura biblica di Giona il quale, commenta lo stesso Auster nell'Invenzione della solitudine, rimase tre giorni nel ventre della balena, "come se la morte che aveva trovato lì dentro fosse la preparazione per una nuova vita, una vita che è passata attraverso la morte, e perciò una vita che finalmente riesce a parlare". Dopo una simile esperienza, il mondo non può che apparire sotto una luce diversa. I personaggi di Auster, che incarnano situazioni ontologiche liminali, vivendo nell'angoscia di un'identità sempre oscillante, sull'orlo dell'annichilimento o della pazzia, percepiscono inevitabilmente la qualità transeunte, irreale del mondo, il suo essere privo di sostanza, un miraggio, o appunto un'illusione.

Il libro delle illusioni è tutto una meditazione sulla vita e sulla morte, a cominciare dall'epigrafe, una frase di Chateaubriand, che recita: "L'uomo non ha una sola e identica vita, ne ha molte giustapposte, ed è la sua miseria". Tale è la sorte di Hector Mann che, uscito di scena (come Wakefield nell'omonimo racconto di Hawthorne) per aver nascosto l'omicidio commesso da una donna innamorata di lui nei confronti dell'attrice che egli intendeva sposare, non può più tornare a casa (come fa invece Wakefield), ma è costretto a vivere, cambiando nome, mestieri e città, una serie di esistenze diverse e sempre re-inventate, finendo con lo sposare una donna a cui un giorno ha salvato la vita, mettendo a repentaglio la propria. Assieme a lei compra un ranch nel New Mexico dove si stabilisce rimanendo nella più completa "invisibilità" finché, ormai ottantottenne e malato, avendo letto il libro sui propri film pubblicato da Zimmer, esprime il desiderio di conoscere l'autore. Purtroppo, poche ore dopo il loro primo fuggevole incontro nel ranch, Hector finisce i suoi giorni lasciando dietro di sé il nulla. Ha avuto un figlio che è morto a soli tre anni e, pur avendo continuato a produrre buoni film in assoluta segretezza (Zimmer riesce a vederne uno e ne rimane impressionato), le pellicole per volere suo e della moglie verranno bruciate immediatamente dopo la sua morte.

La sua incredibile storia - che il narratore viene a conoscere da Alma Grund, una giovane donna alla quale Hector l'ha raccontata chiedendole di scriverla e pubblicarla dopo la sua morte, e la cui irruzione nella casa di David provoca in lui un risveglio alla vita e all'amore - la sua incredibile storia, dicevo, per una serie di circostanze in cui periscono tutti i suoi protagonisti, sarebbe rimasta per sempre ignota e, quindi, come se non fosse mai successa (come l'albero che cade nella foresta...) se David Zimmer, undici anni dopo la sua conclusione, non si fosse risolto a scriverla conferendole la vita e svelando al lettore la propria interpretazione della morte del regista. La decisione del narratore di scrivere la biografia di Mann, e quindi anche la propria, deriva, come ci rivela soltanto nelle ultime pagine, dall'essere egli passato attraverso un gravissimo infarto, una "quasi-morte", insomma, che lo ha spinto a parlare nella consapevolezza di vivere ormai "in un tempo preso a prestito".

Il gioco illusionistico costruito da Auster raggiunge il culmine quando apprendiamo che il libro che stiamo leggendo, per disposizione testamentaria del suo "autore", è di fatto uscito postumo. Si tratta quindi delle memorie di un uomo morto, che racconta le memorie di un altro uomo morto che, come lui, ha sperimentato quell'avvicendarsi delle "forme mutevoli" della vita di cui parla anche Chateaubriand nelle sue Memorie d'oltretomba, un testo che Zimmer ha cominciato a tradurre subito dopo aver finito il libro su Hector Mann, e che viene spesso citato in un caleidoscopio di corrispondenze e rimandi intertestuali, così scopertamente insistiti e coltivati dalla letteratura postmoderna.

Viene alla mente, sull'onda dell'attualità, il film The Hours, trasposizione dell'omonimo romanzo di Michael Cunningham (1998; Bompiani, 1999; cfr. "L'Indice", 2000, n. 3), in cui Mrs. Dalloway di Virginia Woolf funziona misteriosamente da trait d'union dell'esistenza di tre donne vissute in periodi diversi. Analogamente, qui è il testo di Chateaubriand che instaura una connessione tra la visione che della propria vita hanno avuto lo scrittore francese, il regista e David Zimmer, i quali hanno tutti e tre conosciuto crisi e rinascite di cui hanno voluto parlare solo dall'oltretomba.

Si può aggiungere che lo stile introspettivo del racconto di Zimmer, in cui i dialoghi vengono trascritti senza virgolette a segnalare che persino le parole altrui sono state introiettate dal narratore e restituite dalla sua unica voce, allontana ogni pretesa di obiettività e realismo rafforzando la qualità illusoria del libro stesso. Il romanzo si pone pienamente nel solco della precedente narrativa di Auster, la cui creatività si manifesta questa volta nella felice invenzione delle trame dei film del suo eroe immaginario, film che vengono descritti fin nelle loro singole inquadrature con un linguaggio tecnicamente preciso ed efficace, certamente frutto dell'esperienza di sceneggiatore e regista dell'autore.”

Paul Auster - Il libro delle illusioni - Einaudi 2003

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