Piero Cecchinato
Specchi e allodole
12 Gennaio Gen 2018 1636 12 gennaio 2018

Università gratis: quella certa voglia di omologazione al ribasso

Università

Si definiscono “imposte” quei tributi richiesti per soddisfare bisogni pubblici giudicati indivisibili, che quindi vanno pagati da tutti i cittadini a prescindere dal fatto che si fruisca dei servizi finanziati con la relativa raccolta (Irpef, Ires, Irap, etc.).

Chiamiamo invece “tasse” quei tributi che il cittadino è tenuto a pagare a fronte di un certo servizio (si pensi alla vecchia TARSU), con la precisazione che non esiste comunque, in questo caso, un vero rapporto di corrispettività tra prestazione pecuniaria e attività pubblica. Solitamente la tassa è infatti inferiore al costo del servizio, che per il resto è coperto dalla fiscalità generale e dalla raccolta di imposte.

Si definiscono infine “tariffe” i prezzi di fruizione di un servizio che, anche se di rilievo pubblico (come il servizio di trasporto), dà origine a rapporti di diritto privato e non di rilevanza tributaria. Il vincolo che si instaura è contrattuale e non coercitivo: chi consuma paga.

Le rette universitarie rientrano nella seconda tipologia. Si tratta di tasse che il cittadino è tenuto a versare a fronte di un certo servizio. La fiscalità generale sarà poi chiamata ad integrare i costi necessari per erogare quel servizio laddove non coperti dalle rette versate dagli studenti.

Quanto utilizzare traendolo dalle imposte di fiscalità generale e quanto dalle rette versate dagli studenti è questione tutta politica.

L’Italia è uno dei paesi europei con le rette mediamente più elevate, attestandosi a circa 2.000 dollari all’anno (di seguito gli ultimi dati tratti dal rapporto Education at glance 2017 dell’OECD).

In Europa peggio dell’Italia solo Olanda, Spagna e Regno Unito (che però ha un sistema universitario difficilmente comparabile).

Le tasse italiane sono tuttavia mediamente inferiori rispetto ad un discreto numero di altri Paesi dell’OCSE, come USA, Nuova Zelanda, Canada, Giappone, Cile e Australia.

La rilevazione OCSE si riferisce ovviamente alle medie/paese e, per quanto riguarda l’Italia, tiene conto anche del principio di progressività, per il quale chi ha di più paga di più.

Così, ad esempio, nell’Università della mia città, con un ISEE di 100.000,00 euro si arriva a sostenere un costo complessivo annuo di 2.504 €. Con un ISEE di 10.000,00 euro un costo complessivo di 153,59 €.

Nell’Università pubblica italiana i più ricchi pagano infatti di più.

Che dire allora della proposta di Pietro Grasso di rendere l’Università completamente gratuita per tutti?

Siccome parte da un presupposto sbagliato, ossia che i più abbienti frequentino solo istituti privati, ci pare una proposta sbagliata.

La gratuità totale finirebbe invero per premiare i figli dei più ricchi e, in linea con il nome del movimento politico che la propugna (Liberi e Uguali), finirebbe per rendere formalmente uguali tutti gli studenti, sostanzialmente annullando ogni sana differenziazione, incluse quelle basate sull'impegno (nota: sono diventato un po' allergico all'uso del termine "merito"; il termine "impegno" è molto più genuino). Una dannosa omologazione al ribasso Rendendoli inoltre meno liberi, perché la libertà in democrazia ed in condizioni di concorrenza necessariamente imperfetta (quella perfetta non appartiene a questo mondo), di sacche di privilegio e monopolio, impone correttivi per assicurare le medesime possibilità a tutti, senza avvantaggiare qualcuno a scapito di altri.

In un paese che già spende molto poco in istruzione (vedi la tabella che segue, sempre tratta da EAG 2017), pensare di finanziare l’Università facendo a meno delle rette e ricorrendo interamente alla fiscalità generale ci appare quindi decisamente sbagliato.

Molto meglio, se proprio vogliamo agire sulla tassazione per rendere più equo il sistema, alzare le aree di esenzione, aumentare gli scaglioni di progressività ed il numero di borse di studio.

Ma c’è un’altra ragione per cui non riteniamo opportuno riversare interamente sulla fiscalità generale i costi dell’Università.

La tassazione diretta in capo allo studente (salvo il principio di progressività, per quanto ci riguarda) crea con l’istituto un conflitto, assolutamente genuino, che costringe quest’ultimo a fornire un’offerta formativa sempre migliore per non perdere introiti.

Trarre le risorse in maniera indistinta dalla fiscalità generale toglie invece incentivi agli istituti per migliorarsi, spingendoli verso una dannosa omologazione al ribasso.

Laddove possibile sarà quindi sempre preferibile un costo legato direttamente al servizio (una tassa o addirittura una tariffa), perché più democratico. Un simile sistema mette infatti l’utente nella condizione di poter contestare attivamente le scelte di spesa rifiutando il servizio e, quindi, di influire sulle decisioni di chi quelle scelte assume, politici od amministratori che siano.

Del resto, il futuro della democrazia si gioca anche, e forse soprattutto, su una maggiore politicizzazione del tributo. Su una maggiore vicinanza del contribuente alle scelte di spesa. Su una maggiore presenza di tributi locali e di scopo, che costringono il governante ad una maggiore trasparenza e consentono una migliore verifica da parte dell’elettore dell’impiego dei fondi.

Il finanziamento tratto dalla fiscalità generale, invece, annacqua l’impiego delle risorse, allontana il contribuente dalle decisioni di spesa e rende più difficile giudicare il servizio rispetto alle risorse impiegate.

Si obietterà che è interesse generale che l’Università sia sussidiata dalla collettività piuttosto che dai suoi utenti, perché il ritorno in termini di investimento in istruzione è un ritorno di cui beneficia tutta la comunità.

Ma siccome la coperta è sempre la stessa, a parità di risorse è preferibile un sistema, pur a tassazione progressiva, che metta l’utente del servizio in conflitto diretto con l’ente che lo eroga, perché ciò offre maggiori garanzie di qualità.

E se si vuole evitare l’esborso diretto a carico degli studenti, allora un’altra soluzione preferibile è quella del prof. Paolo Gubitta della Scuola di Economia dell’Università di Padova: finanziare direttamente gli studenti (e non gli atenei), affinché questi possano scegliersi l’università di maggior gradimento.

Una proposta che ha l’enorme pregio di spingere al massimo la competizione fra istituti e migliorare enormemente l’offerta formativa.

Di certo, i cattivi esempi di spesa degli ultimi decenni scoraggiano finanziamenti diretti in capo agli istituti tratti dalla fiscalità generale.

Purtroppo, la modernità democratica ci sta portando troppo spesso a dolerci del principio “No taxation without representation” (nessuna imposta se non votata dai rappresentanti in Parlamento) e se va avanti così ci porterà all’estremo di preferire un sistema con “No more taxation with representation”, ossia un sistema che riduca il più possibile le scelte di impiego delle nostre risorse da parte dei governanti, troppo spesso legate a tornaconti personali lontani dalle effettive esigenze della comunità.

Piero Cecchinato

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