Ernesto Gallo e Giovanni Biava
Giovine Europa now
26 Gennaio Gen 2018 1649 26 gennaio 2018

Razze, palme e memoria zoppa

Grazie a Francesco Casales (vedi fine articolo) per questo pezzo su 'razze, palme e memoria zoppa'!

È passato poco meno di un anno da quando 39 Trachycarpus fortunei hanno acceso gli animi dei milanesi. Nella notte tra il 18 e il 19 febbraio 2017 un gruppetto di vandali ha ben pensato di opporsi alla ‘islamizzazione di Piazza Duomo’ e ha dato fuoco a un paio di esemplari. I Trachycarpus, il cui nome, in questo contesto di scontro culturale, non poteva che essere quello temibilissimo di palme, erano stati piantati dal colosso americano Starbucks pochi giorni prima. La polemica era esplosa, e le accuse di islamofilia si erano avvitate nelle bocche capienti dei cantori della ‘decadenza occiedentale’, così unendo in un sol coro tutta la crème della galassia destrorsa e identitaria nostrana. Starbucks, bontà sua, voleva giocare con il mai sopito orgoglio italiano, e aveva riportato in vita l’immagine un po’ demodé di una Piazza Duomo ottocentesca e coloniale. Buffo, che siano stati poi proprio i fascisti (anche se del terzo millennio, o giù di lì) a protestare, loro che avevano portato l’Italia alle nuove glorie proprio grazie all’impero, punto estremo dell’espansione italiana oltremare. Buffo, che non abbiano capito che le palme in piazza Duomo, nell’ottocento, quando le hanno piantate, non indicavano certo una islamizzazione, al massimo un’etnocentrica appropriazione culturale.

Ma le Palme non erano che l’inizio. L’invasione ormai si gioca in tutt’altri campi. E c’è chi ha pensato dia affiancare all’elemento culturale quello biologico. Attilio Fontana, candidato alla Regione Lombardia ha dichiarato proprio l’altro giorno che ‘tutti non ci stiamo’ e che dobbiamo reagire, noi di ‘razza bianca’, che dobbiamo rispondere o smettere ‘di esistere’, estinguerci in quanto ‘razza’. Nulla di nuovo, da un certo punto di vista. In una campagna elettorale in cui gioco al ribasso non è che un eufemismo di cattivo gusto, la politica della paura giocata sulla pelle degli ultimi non è certo una novità. Il riferimento alla razza, allora, non è che l’ennesimo alzarsi dell’asticella, l’ultimo tentativo di portare allo scoperto le frange più istituzionali (e di per sé monche) dell’antirazzismo e guadagnare una manciata di voti.

Quarant’anni fa Furio Jesi scriveva che ‘una cultura non consiste certamente solo delle incrostazioni del linguaggio che in essa ricorre; ma la sopravvivenza indisturbata di queste incrostazioni è per lo meno sospetta, dal momento che una cultura e un linguaggio significano anche un’ideologia e un assetto ben definito di rapporti sociali’ (Jesi, F. (1978), Cultura di Destra, Milano: Nottetempo, p. 26). Il ragionamento di Jesi era un invito a non dimenticare il significato della parole nella loro traiettoria storica. Perché è in nella loro traiettoria che i concetti si dispiegano, rendendo così possibile l’individuazione di quei rapporti di potere che ancora oggi si mantengono, anche se in forme totalmente diverse.

Il riferimento alla razza bianca, allora, non è solo sintomo di una politica senza progetti, il cui unico obiettivo sembra essere quello di restare dove si è, o di rientrare in parlamento il più in fretta possibile. E non è nemmeno il riemergere di vecchi e dimenticai deliri razzisti (come spesso si suggerisce). Piuttosto si è di fronte a un tentativo (spesso del tutto incosciente, come nel caso di Fontana) di risemantizzare il termine razza, spingendosi sempre più in là nell’equazione fra elemento biologico e culturale.

Tra pochi giorni, il 27 del mese, ricorrerà la Giornata della Memoria. Zerocalcare, nel suo calendario 2018, lo definisce il momento bile del mese, quella in cui scatta la ‘memoria a cucù’. Il 27 gennaio, in tutte le scuole della penisola si racconterà a ragazzi più o meno ignari, di quando i loro nonni e bisnonni subirono le ignominiose leggi razziste di Mussolini. E ignominiose lo furono per davvero. Ma troppo spesso ci si dimentica che le leggi razziste non colpirono solamente la popolazione italiana di discendenza ebraica o gitana, ma anche tutti i sudditi Africani dell’Impero, che vivessero in Italia o in Colonia. Le leggi razziste del ’38 non spuntarono dal nulla. Esse furono la logica continuazione di una politica di ‘purezza della razza’ messa in atto dal regime ben prima degli accordi con Berlino, almeno fin dai tempi delle Direttive di azione per l’organizzazione e l’avvaloramento dell’AOI del 5 agosto 1936 (Gabrielli, G. (1997, Un aspetto della politica razzista nell’Impero: il “problema dei meticci”, «Passato Presente», 41, 88).

Fin dall’invasione dell’Etiopia nel 1935, infatti, il regime fascista aveva posto al centro della propria politica Imperiale l’instaurazione di ‘una chiara, severa coscienza razziale’. L’inizio della segregazione anti-ebraica alla fine degli anni ’30, non era che una parte di un progetto ben più ampio, il quale si prefiggeva di stabilire ‘non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime’. Il soggetto su cui andava calibrata la propria superiorità, ҫa va sans dire, erano il suddito coloniale nero e l’ebreo. Ma se l’antisemitismo fascista si dispiegò appieno soltanto dopo il 1938, il razzismo anti-nero affondava le sue radici nell’intera esperienza coloniale italiana.

È quindi Fontana un diretto discendente del colonialismo e del razzismo fascisti? C’è un filo diretto che leghi il mascella di Predappio all’ex sindaco di Varese? Non c’è una risposta univoca. Perché se è evidente che Fontana ha un concetto di razza totalmente avulso da un qualsivoglia riferimento intellettuale (per quanto delirante, come nel caso del sempreverde Evola), è altrettanto chiaro che la sua forma mentis è plasmata su concetti che si speravano passati. Ma è ormai frusta la retorica del razzismo in quanto elemento accidentale, eliminato nel dopoguerra nel dopo-Jim Crow nel dopo-Apartheid. In un articolo molto recente, Anna Curcio e Miguel Mellino hanno dimostrato come il razzismo non abbia mai smesso di essere un efficace dispositivo di gerarchizzazione sociale. Perché il razzismo è un dispositivo organizzatore ineliminabile dal sistema capitalistico, in quanto strutturalmente necessario alle sue pratiche.

Francesco Casales vive a Bologna. Dopo una discreta serie di peregrinazioni accademiche ha capito che la specializzazione non faceva per lui. Da allora si è occupato di razza e razzismi, colonialismo italiano e teorie post-coloniali. Da grande vorrebbe occuparsi di botanica radicale.

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