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Millennials
18 Febbraio Feb 2018 1721 18 febbraio 2018

Disuniti e polarizzati, pronti a nuove elezioni da spettatori

Periferie

Abbiamo fallito. Non solo non abbiamo cambiato il mondo ma abbiamo seriamente rischiato di peggiorare noi stessi. Per incastrarci in un sistema divenuto più competitivo ci siamo auto-convinti dell’importanza della specializzazione, abbiamo rinunciato alle nostre passioni di gioventù, investito in argomenti tecnici per nulla stimolanti, messo da parte arte e passione.

Guardando la timeline su Facebook ci sono tanti miei coetanei che hanno pensato che il 4 marzo 2018 fosse il momento giusto per la politica attiva. Qualcuno si è lanciato tardi, in primavera avanzata, qualcuno tardissimo, e rischiano tutti di schiantarsi. Avremmo dovuto preparare per tempo la presa del Palazzo d’Inverno, ma ci siamo sovrastimati o, semplicemente, non siamo socialmente consapevoli.

Le spaccature nella non-classe dei Millennials sono varie e profonde: tanti precari, tanti disoccupati, tanti sotto-occupati frustrati, ognuno con esigenze naturalmente diverse e aspirazioni multiformi. Nel calderone di una generazione che sta peggio dei predecessori si producono diverse idee di società e politica: chi cerca di emergere vorrebbe più meritocrazia, chi non ha nemmeno un lavoro, o non dispone di protezione, ambisce naturalmente a una società più orizzontale e attenta alla tutela dei diritti. Tra i due lati la polarizzazione è forte: quelli che hanno successo hanno vissuto e studiato all’estero, si sentono un’élite transnazionale e credono in un’Italia più aperta al mondo, eticamente laica, globalizzata; chi vive nelle periferie e nelle province impoverite è incazzato a vario titolo: contro la globalizzazione che ha distrutto molte aziende manifatturiere (sedie, scarpe, lavatrici, mobili) che un tempo assicuravano serenità ai giovani che non intendevano continuare gli studi; contro la “finanza” e le “banche”, aiutate nonostante lo Stato avesse parecchi problemi di deficit. Così come la Germania Est vota partiti xenofobi pur non avendo immigrati, al tempo stesso la piccola Italia impoverita di provincia coltiva idee razziste per lo stesso motivo: sentirsi non considerati, abbandonati dallo Stato, nonostante le difficoltà vissute. Perché, ammettiamolo, l’attenzione di una parte politica e dei media va verso chi ha difficoltà ben peggiori: i sopravvissuti all’attraversamento del Mediterraneo. Da un punto di vista etico mi pare non ci sia partita, da un punto di vista sociale lasciare inascoltate delle richieste d’aiuto, per quanto grezze e improvvisate siano, produce solo maggiore disagio. Né è raro che i giovani eccellenti, cresciuti con un discreto culto dell’individualismo, prendano distanza dai loro coetanei più sfigati, li scherzino con ironia affilata, li offendano con uscite da grammar nazi, li schifino perché “retrogradi, razzisti, omofobi” non allineati col pensiero progressista. E l’unico momento per mandare tutti a fanculo, oggi, sono le urne.

La sfida tra difensori del bene e "poracci" è solo la proiezione culturale di un ulteriore conflitto strisciante, di cui si parla troppo poco, quello tra ereditieri e figli di nessuno, tra chi ha i genitori benestanti e chi no; è normale che le priorità siano diverse quando per qualcuno il lavoro è fonte di sopravvivenza e per qualcun’altro uno strumento di auto-realizzazione - se non fosse chiaro, accetto uno stipendio da fame per fare il lavoro che amo perché la spesa la fa la mamma. Il mercato delle case è un gioco solo per chi ha i soldi di papi, lo stretto mercato del lavoro funziona meglio se hai una raccomandazione, benvenuti nella terra delle opportunità.

Anche se abbiamo rinunciato all’ideologia marxista, dovremmo ricordarci che la classe dominante in Italia ha fatto passi da gigante per imporre il proprio pensiero: la forte crisi del mondo dell’editoria consente solo a pochi figli di papà di campare come giornalisti, l’accademia ha cacciato ormai tutti dai percorsi di ricerca, pagando poco e male. La rete è semplicemente troppo frammentata, troppo rapsodica ed emotiva per aggregare pensiero alternativo. E il vuoto di pensiero diventa vuoto di consapevolezza. Aggiungiamo che siamo una minoranza demografica (i giovani 15-34 anni sono 12,7 milioni, praticamente pari agli over 65) che votiamo meno (metà degli under 25 potrebbe disertare le urne), e si capisce perché subiamo passivamente tutto ciò che gli anziani fanno per sopravvivere. Suvvia, le pensioni e le tasse non sono sostenibili, né lo è il debito pubblico. Per rimediare a un mercato del lavoro inefficiente si precarizzano gli ultimi entrati. Hanno scaricato su di noi il costo dei privilegi, e noi continuiamo a subire.

Alle prossime elezioni saremo divisi e ininfluenti, di certo nei programmi non si parla molto di noi. Nel Centro-destra le proposte mirano soprattutto a regalare sollievo ai disperati (veri o presunti), senza costruire il futuro. Perché non ci sono le risorse, e per comprare voti ci indebiteremo di nuovo. Nel Centro-sinistra il programma di 42 pagine riesce ad annegare le buone azioni proposte per i giovani, e quelle realizzate dal Governo - viziato però dal peccato capitale di aver aiutato le banche. LeU ha tante belle idee ma nel suo programma la parola “giovani” compare raramente. Il M5S propone due punti (su 20) pensati soprattutto per i giovani: l’aiuto alle famiglie e il reddito di cittadinanza. Peccato proponga una pensione di cittadinanza, per controbilanciare subito, e un superamento della legge Fornero che avrebbe effetti catastrofici sui conti. L’unico programma vicino alle istanze di equità generazionale è quello di + Europa, che, però, difficilmente riuscirà a essere influente.

Riusciremo a imparare dagli errori commessi?

ANDREA DANIELLI

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