Elisabetta Favale
E(li's)books
1 Marzo Mar 2018 1907 01 marzo 2018

Notturno cileno - Roberto Bolaño

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Notturno cileno, l’ultimo romanzo pubblicato quando Roberto Bolaño era ancora in vita, un romanzo breve, poco più di cento pagine. L’autore comincia il racconto e, frase dopo frase, arriva in fondo come un fiume in piena.

Mi ha ricordato, di tanto in tanto, Joyce, un lungo stream of consciousness che va a scavare nel profondo per raccontare la storia del suo Paese, il Cile.

E c’è il Cile di Allende, il Cile di Pinochet, il Cile che si trasforma e le trasformazioni lasciano ferite impossibili da curare.

Il protagonista è un uomo di chiesa, un uomo dalla doppia e forse tripla personalità, perfetto per rappresentare l’ambiguita’ che in quegli anni la Chiesa aveva mostrato di fronte a tanta barbarie. Sebastián Urrutia Lacroix, il nome del protagonista, un prete con velleità artistiche, poeta, critico, giornalista che usava, nei salotti dei letterati che frequentava (più della chiesa) lo pseudonimo di Ibacache.

La storia comincia con Sebastián oramai sul letto di morte che ripercorre la sua vita in un monologo/confessione reso ancora più potente dall’assenza di capoversi, di capitoli a far riprendere fiato al lettore.

Dicevo tripla personalità perché accanto al chierico e al poeta, c’è il “giovane invecchiato”, alter ego, coscienza spietata che pretende di arrivare ad una resa dei conti vomitando finalmente tutte le nefandezze di cui Sebastián si era “macchiato”.

«Ora muoio, ma ho ancora molte cose da dire. Ero in pace con me stesso. Muto e in pace. Ma all’improvviso le cose sono emerse. La colpa è di quel giovane invecchiato. Io ero in pace. Ora non sono più in pace. Bisogna chiarire certi punti. Quindi mi appoggerò su un gomito e solleverò la testa, la mia nobile testa tremante, e cercherò nell’angolo dei ricordi quelle azioni che mi giustificano e perciò smentiscono le infamie che il giovane invecchiato ha sparso in giro a mio discredito in una sola notte fulminea»

Neruda, Jünger, il famoso critico Farewell, le serate mondane, l’appoggio al regime di Pinochet a cui Sebastián darà lezioni per aiutarlo a conoscere il pensiero di Marx, un turbinio di personaggi che si alternano nella vita del protagonista che sta sempre dalla parte di chi può avvantaggiarlo, o meglio, lasciarlo vivere senza fare una scelta tra bene e male.

Efficace l’idea della ripetizione ossessiva di alcune frasi che trasformano i fatti in una sorta di beffa continua, di un gioco al massacro tra quegli uomini per i quali sembra contare solo la cultura gestita però a loro uso e consumo, elitaria e chiusa.

“In questo paese di proprietari terrieri, disse, la letteratura è una stravaganza e saper leggere è cosa priva di merito”.

Bellissime le metafore:

«il giovane bardo, al contrario, aveva una risata sottile come fil di ferro e come fil di ferro nervosa, e la sua risata andava sempre dietro alla grande risata di Farewell, come una libellula dietro a una biscia». E ancora descrizioni capaci di trasmettere lo stato di desolazione di Sebastián che in continui rigurgiti di coscienza mostra di riconoscere in realtà il male ma anche di non sapersene allontanare.

Descrivendo l’incontro con dei contadini:

“ E che cosa vedevo? Occhiaie. Labbra spaccate. Zigomi lucidi. Una pazienza che non mi parve cristiana rassegnazione (...) e quella pazienza quasi superò il limite della mia pazienza”.

Bella la descrizione dei viaggi che Sebastián fa in Europa andando ad incontrare uomini di chiesa custodi di patrimoni artistici, ognuno dei quali dedito alla falconeria, questi prelati e i loro falchi proteggevano le chiese dai nemici: i piccioni, che con i loro escrementi corrodevano pietre e marmi.

Quelle creature ignare e indifese non avevano dignità di “figli di Dio” eppure erano il simbolo terreno del Santo Spirito. Il falco mangia l’indifesa colomba.

Non si riesce in realtà ad odiare o giudicare Sebastián che appare spesso attonito, in balìa di se stesso:

“sentii solo parole isolate, la cadenza cilena, parole che non significavano nulla ma che in se’ contenevano la pochezza e la noia e la disperazione infinite dei miei compatrioti “

Sebastián che tocca il fondo frequentando la casa di María Canales (Mariana Callejas, scrittrice e moglie dell’agente DINA e torturatore Michael Townley), fin dove ci si può spingere e qual è il limite oltre il quale diventa impossibile abbassare lo sguardo e ignorare ciò che di fatto è evidente?

E risalire dagli inferi non è facile, è possibile però.

“Sono io il giovane invecchiato? È questo il vero, il grande terrore, essere io il giovane invecchiato che grida senza che nessuno lo ascolti? (...) i volti che ho protetto, quelli che ho attaccato, quelli da cui mi sono difeso, quelli che ho cercato invano. E poi si scatena la tempesta di merda”.

Un urlo di dolore quello di Bolaño che tuttavia in questo fiume di parole non ha ceduto alla tentazione di giudicare, il male che ha ammantato il suo Paese era un male che proveniva da ogni parte, dai potenti e da chi, silente lo aveva subito.

Notturno cileno - Roberto Bolaño

Adelphi, 2016 (2000)

Traduttrice: Ilide Carmignani

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