Andrea Cinalli
Serialità ignorata
16 Marzo Mar 2018 1502 16 marzo 2018

Oggi tutti appassionati di serie tv

Twin Peaks

Primi anni Duemila. Io assiso in poltrona. La tv sintonizzata su Italia Uno. C’è il finale di stagione di Buffy. Mi piomba addosso il cugino che di serie non capisce un cazzo, che in tv segue solo il calcio e quei film d’azione senza sapore dove è tutto una pistolettata, una scarica di “Arghhh” agguerriti, un asettico liquame di violenza. Mi chiede perché perdo il mio tempo così. Là fuori c’è il mondo. C’è la vita. Lo dice come se fuori dalla finestra ci fosse l’Eden, ma io mi affaccio e vedo solo ragazzetti chiurlanti che cavalcano gli scooter salutandosi fra loro con la stessa grazia di Biscardi nel momento clou della trasmissione.

Le serie tv non servivano a un cazzo. Non erano un cazzo. Erano stupide, idiote, americanate senz’anima. Cose messe insieme senza alcuna originalità, roba commerciale senza aspirazioni artistiche.

Io, come immagino migliaia di altri ragazzi della mia generazione – sono del ’92, proprio l’anno della serie tv, anche se non sono stato creato da Stefano Accorsi – sono rimasto fedele a questa passione. I telefilm m’hanno fatto venire voglia di leggere e scrivere narrativa. E anche di studiare. Vedevo la scuola, lo studio, i libri come i mezzi attraverso i quali raggiungere, un giorno, quella perfezione di immagini e racconto. Sono arrivato a scrivere per riviste settoriali, il mio primo libro è un saggio sui telefilm.

Oggi esco fuori dalla mia cameretta, dalle mie visioni programmate, dalle letture e le scritture, e sui social scopro che mezza Italia è diventata esperta di serie tv. Non appassionati che studiano, che si informano, che vogliono saperne di più, che preservino una minima umiltà allacciando dibattiti finalizzati a una crescita culturale, ma gente che avendo visto Breaking Bad e Twin Peaks già s’è issata su un piedistallo a sparare giudizi assolutistici impermeabili a ogni tipo di confutazione. Gente che parla di scrittura, di showrunner, ma che davvero non ha idea di come sia organizzato il lavoro di uno sceneggiatore. Dell’impegno, del fallimento. Dei tanti, continui fallimenti. Un grande come John Wells dichiara di aver scritto oltre seicento sceneggiature nella sua carriera, e che ancora oggi deve confrontarsi con la paura di sbagliare. David Milch racconta in “Scrivere le grandi Serie tv” di Pamela Douglas (Dino Audino Editore, 2006) che fallisce e rifallisce e rifallisce, e cerca di trovare qualche grazia nel fallimento, ogni giorno.

Ma gli italioti che oggi si accorgono di quanto siano belle le serie tv non conoscono il fallimento. Sì, lo vivono, ci si schiantano contro, ma subito si affrettano a nasconderlo. Perché dello sbaglio si vergognano. Il fallimento è la fine di tutto, mica l’occasione di mettersi in discussione e ricostruirsi.

“Questa serie è figa. Punto. Non ammetto obiezioni.”, imbrattano così le pagine virtuali. E una serie è figa perché c’ha il protagonista figo, la protagonista figa, le musiche fighe e la regia – quel modo lì in cui chissà perché la camera si muove sopra, sotto, intorno alla scena – fighissima.

Ma conoscerli bene i testi (tele)filmici prima di esprimersi no, eh? No, meglio pigiare il tasto Play, sganciare un rutto virtuale e aspettare il prossimo like.

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