Elisabetta Favale
E(li's)books
20 Marzo Mar 2018 0738 20 marzo 2018

Mentre morivo - William Faulkner

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Faulkner scrisse Mentre morivo in sei settimane, faceva ancora l’operaio, lavorava dodici ore al giorno, nel tempo libero lasciava (così raccontò in una intervista del 1956) che i pensieri venissero a galla e i personaggi, “insorgessero” fino a impossessarsi del suo lavoro e vivere, quasi, di vita propria.

Faulkner sosteneva che uno scrittore debba scrivere spinto dall’istinto non dalla “tecnica “ perché se a uno scrittore interessa la tecnica “allora è meglio che vada a fare il muratore “.

Così come non deve preoccuparsi dei suoi lettori, deve scrivere e basta!

«Jewel e io veniamo su dal campo per il sentiero, uno dietro l'altro. Benché io sia cinque metri avanti a lui, uno che ci guardasse dalla baracca del cotone vedrebbe il cappello di paglia di Jewel, sfondato e sfilacciato, di tutta la testa sopra il mio. Il sentiero, liscio a forza di piedi e che ormai, a luglio, è cotto e duro che sembra di mattone, corre come un filo a piombo tra i filari verdi del cotone lasciato a fiorire, su fino alla baracca in mezzo al campo, dove svolta e ci gira intorno facendo quattro angoli retti smussati e riprende per il campo, liscio a forza di piedi, e si allontana preciso.»

Mentre morivo è un romanzo complesso, talmente complesso che per le prime 20 pagine si sente la necessità (così è stato per me) di rileggere più volte, è indispensabile entrare nel ritmo, trovare un equilibrio nella storia e soprattutto conservare questo equilibrio visto che l’incedere diventa sempre più arduo.

Addie Budren sta morendo, la sua famiglia, composta dal marito Anse e i cinque figli: Cash, Jewel, Darl, Dewey Dell (l’unica femmina) e Vardaman, aspettano. Cash fuori dalla finestra sta costruendo la cassa in cui verrà seppellita, lo fa sotto gli occhi della moribonda perché ne approvi il lavoro. Addie ha fatto un patto col marito, dovrà seppellirla a Jefferson, il suo paese di origine a tutti i costi.

E la storia comincia proprio a questo punto, quando Addie muore e i sei intraprendono il viaggio per esaudire il desiderio nonostante questo corteo funebre improvvisato dovrà fare i conti con ogni tipo di difficoltà, affrontando perfino un diluvio e soprattutto la putrefazione del cadavere (ci vorranno nove giorni per arrivare a destinazione e la storia si svolge nel mese di luglio!) e la compagnia costante degli avvoltoi.

La morte qui è reductio ad absurdum e la percezione di questa morte è raccontata in così tanti modi che il lettore non può trovare in nessuno dei 15 personaggi una voce narrante a cui affidarsi perché i monologhi che costituiscono i capitoli del libro sono voce intima che pertanto limita notevolmente la percezione della realtà che ognuno filtra a suo modo.

Anse, il capofamiglia, per esempio, si percepisce come un uomo sfortunato, uno che sacrifica tutto per la famiglia eppure, dopo la morte della moglie dice: ” Io sono l’eletto del Signore adesso però posso farmi quei denti” (è sdentato). In questa semplice frase emerge in tutto il suo egoismo, nella sua individualità.

Se Jewel pensa che il viaggio fino a Jefferson col cadavere della madre in putrefazione valga ogni sforzo e pericolo perché si tratta di sua madre, per i personaggi estranei alla famiglia la cosa risulta addirittura oltraggiosa, totale mancanza di rispetto per la morte.

Ogni personaggio pensa e si esprime a suo modo, questo comporta continui cambi di registro ed è qui che emerge forte lo di stile di Faulkner che riesce a non far sentire la sua voce ma solo quella dei personaggi.

Ogni capitolo del libro è un monologo, a volte brevissimo, perfino di una riga soltanto (il figlio minore Vardaman per esempio in un monologo dirà soltanto “mia madre è un pesce”), ad ogni personaggio della storia (compresi il dottore, i vicini di casa ecc) viene data la possibilità di parlare, Addie stessa, quasi alla fine del libro, si presenta con un suo monologo che, vien da credere, sia post mortem.

In tutto abbiamo 59 piccoli capitoli disseminati di ogni sorta di simbolismii faulkneriani, a Darl, il figlio reduce di guerra, l’unico che si è allontanato dalla contea di Yoknapatawpha, dalla campagna, appartengono un gran numero di riflessioni, è l’unico personaggio davvero lucido, che riesce a vedere le cose per quelle che sono, è forse per questo che finisce relegato alla dimensione del folle.

“Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. È come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. È come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui”

Dal monologo di Tull il vicino di casa.

“Certe volte non sono tanto sicuro di chi ha il diritto di dire quando uno è pazzo e quando no. Certe volte penso che nessuno di noi è del tutto pazzo e nessuno è del tutto normale finché il resto della gente lo convince a andare in un senso o nell’altro. È come se non fosse tanto quello che uno fa, ma com’è che lo guarda la maggioranza di noi quando lo fa. [..] Ma non sono poi così tanto sicuro che uno abbia il diritto di dire che cos’è pazzo o che cosa non lo è. È come se dentro a ognuno ci fosse qualcuno che è al di là dell’esser normale o dell’esser pazzo, e le cose normali e le cose pazze che fa le guarda con lo stesso orrore e lo stesso stupore”

Dal monologo di Cash

Quel che mi ha rapita di questo romanzo è ( oltre alla struttura) il linguaggio, frasi fiume riassumono gli stati mentali dei personaggi, il lettore rimane stordito e disorientato dal modo in cui Faulkner costruisce le frasi, “organizza” i periodi, “spezza” i nessi, tanto da rendere impossibile la costruzione di un quadro mentale completo, di una “gerarchia” dei fatti narrati.

Per esempio, Jewel, personaggio chiave intorno al quale ruotano molti monologhi degli altri personaggi, ha un solo monologo, la sua storia però viene inglobata in molteplici altre storie, in eventi marginali, periferici perfino, che però ne fanno uno dei protagonisti più importanti.

Quel che conta per Faulkner non sono tanto gli eventi “reali”, piuttosto la dimensione astratta e intima dei personaggi.

La presenza del “mito” cristiano di cui è piena l’opera di Faulkner (tanto da indurre più di un critico ad andare “a caccia” delle cosiddette “Christ-figures” in ogni pagina, ma non lo sanno che il bisnonno di Faulkner era fissato con la lettura della Bibbia e costringeva tutti e impararne versi a memoria????) qui a me è sembrata più una metafora, una sorta di “esca emotiva” per il lettore, citavo poc’anzi il monologo del piccolo Vardaman “mia madre è un pesce”, molti hanno visto nel pesce a cui il bambino fa riferimento, un simbolo biblico ( Içsous Christos Theou Yios Sôtçr è l’acronimo della parola pesce in greco), ma questo pesce pescato dallo stesso Vardaman, è più che altro emblema di quello che era stato il legame tra lui e sua madre, un legame inestente, lei si era limitata a generarlo e basta, come un pesce lo aveva partorito e buttato “in mare”, in balia di se stesso, così penso io.

Addie, come madre, viene anche descritta metaforicamente come un cavallo quando il figlio partorito è Jewel perché in quel caso la maternità era stata vissuta dalla donna in modo totalmente diverso. Su questa metafora si sono fatte lunghe dissertazioni, è stato disturbato Freud addirittura!

Bellissimo il monologo che citavo di Addie: “Così mi presi Anse. E quando mi resi conto di avere Cash, mi resi conto che vivere era terribile e che quella era la risposta. Fu allora che capii che le parole non servono a nulla; che le parole non corrispondono mai neanche a quello che tentano di dire. Quando nacque mi resi conto che maternità era stata inventata da qualcuno che doveva trovarle una parola perché a chi i bambini li ha avuti non gli importava nulla se c’era una parola o no. Mi resi conto che paura era stata inventata da qualcuno che non aveva mai avuto paura; orgoglio, da qualcuno che di orgoglio non ne aveva mai avuto… Anche lui [Cash] aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto; che quando fosse venuto il momento, non ci sarebbe stato bisogno di una parola, per quello, più che per l’orgoglio o per la paura.”

Addie odiava la parola amore che suo marito usava per riferirsi all’atto sessuale, questa repulsione per la maternità, per il ruolo della donna nella famiglia, si ritrova più avanti nel libro nel monologo della figlia femmina Dewey Dell:

“Sento il mio corpo, le ossa e la carne che cominciano a dividersi e a aprirsi sull’esser sola, e il processo di diventare non-sola è terribile” così descrive la maternità.

L’assenza di sentimenti è condanna e assoluzione allo stesso tempo, l’indifferenza e l’indecisione dei personaggi spingono il lettore in una condizione di incredibile ansia che non riuscirà a trovare requie neppure alla fine, quando tutti daranno libero sfogo ai desideri inespressi.

Addie non aveva contato molto in quella famiglia, vissuta come un peso da viva e da morta, quasi giudice morale di ognuno di loro, nonostante ella stessa non avesse le virtù per il ruolo, eppure è la sua morte l’evento in grado di sciogliere i nodi, di realizzare i desideri, di consentire una sorta di “purificazione” collettiva.

Mentre morivo è la celebrazione dello stile “stereoscopico “ di Faulkner, pur fatto rientrare nel genere di narrazione che segue il cosiddetto “flusso di coscienza “, Mentre morivo si distingue per la capacità di riuscire a mantenere nel flusso dei pensieri generati dai soliloqui dei 15 personaggi una logica ferrea compresa la quale il lettore è in grado di procedere e abbandonarsi agli eventi.

Nessun giudizio, nessuna condanna per questi reietti, probabilmente proprio perché reietti, non si riesce a giudicarli dal momento che fin da subito è chiaro che la famiglia Bundren non ha le capacità neppure emotive oltre che culturali, di gestire i sentimenti, sono rozzi contadini e la loro “semplicità “ è simile a quella degli animali che vivono di istinti.

Un libro magnifico per il quale andrebbero spesi fiumi di parole e ore di studio per cui chi non lo avesse ancora fatto...

Mentre morivo - William Faulkner - Adelphi (Mario Materassi traduttore)

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