Daniele Grassucci
Dopo Skuola
30 Marzo Mar 2018 1600 30 marzo 2018

Violenza a scuola? C'è eccome, ma la punizione è 'morbida'

Violenza Scuola

Ha destato scalpore la vicenda dell’insegnante di Alessandria, immobilizzata alla sedia con del nastro adesivo e presa a calci dai suoi alunni. Il tutto mentre si trovava in classe, un primo superiore, di fronte a ragazzi poco più che bambini. Ed è solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Tra lanci di oggetti, violenza verbale, aggressioni fisiche le scuole d’Italia stanno diventando delle arene di combattimento. Skuola.net, perciò, ha voluto analizzare la situazione attraverso i dati. Esaminando i Rapporti di Autovalutazione (RAV) – contenuti tutti nel portale ‘Scuola in chiaro’ – pubblicati da 18 scuole superiori di altrettante regioni italiane, è stato possibile capire quanto è diffusa e com’è distribuita la violenza nelle varie regioni. Ma, soprattutto, come rispondono presidi e corpo docente. Più comprensione o più mano pesante? Vediamolo insieme.

Violenza nelle scuole: in quali regioni ce n’è di più?

I RAV riportano infatti sia i dati medi regionali che il dato nazionale. Quest’ultimo indica che in più della metà delle scuole superiori – poco più del 58% - si è verificato almeno un episodio di violenza sanzionato dall’istituto. Di conseguenza solo nel 42% circa degli istituti non ci sono testimonianze di atti ‘fuori dalle righe’. Anche se non è dato sapere se questi avvengano tra studenti o vedano protagonisti anche i professori. Passando alle singole regioni, il triste primato della litigiosità lo detiene l’Emilia-Romagna (con il 66% delle scuole che riporta casi di violenza), seguita da Abruzzo (65,5%) e Toscana (65,1%). Tra le più virtuose, invece, spiccano la Basilicata (comportamenti violenti riscontrati nel 34,3% degli istituti) e il Molise (35%), regioni più piccole e quindi con minori probabilità di problemi; infine la Calabria (48,1% di casi di violenza).

Le punizioni: i provvedimenti sono adeguati?

Dai RAV emergono, però, anche i dati relativi alle punizioni che vengono somministrate come risposta agli atti di violenza. Premesso che la compilazione di questi rapporti avviene a discrezione di ogni scuola e che la percezione della violenza (e della conseguente sanzione) sono da calare nel contesto sociale di riferimento, la buona notizia è che nella quasi totalità delle regioni si prendono sempre provvedimenti: su scala nazionale, solo lo 0,30% degli istituti italiani fa finta di niente. La passività maggiore si registra in Veneto, ma è una percentuale comunque minima (1,1%). Come quella delle altre regioni in cui le scuole reagiscono di meno: Puglia (1%), Campania (0,8%) e Lombardia (0,3%).

E nei casi in cui la sanzione c’è, di che provvedimenti si tratta?

Punizioni che possono essere di vario genere. Su scala nazionale, nel 31,3% dei casi (la maggioranza) sono di tipo interlocutorio, semplici richiami verbali o provvedimenti blandi mirati più a far comprendere lo sbaglio che a condannare. Nel 18,20% dei casi, invece, si passa a vere e proprie sanzioni; che possono andare dalla nota sul registro fino alla denuncia. Minori i casi in cui s’intraprende la strada dei provvedimenti di tipo costruttivo (8,4%), come ad esempio destinare i colpevoli degli episodi di violenza a lavori socialmente utili, finalizzati alla rieducazione dei ragazzi.

Dove si punisce con il pugno duro

A livello regionale, sono Abruzzo (27,3%), Campania (22,6%), Toscana (22,4%) le aree in cui prevale la ‘mano pesante’ e vengono presi maggiormente provvedimenti di tipo sanzionatorio. All’altro capo della classifica, in questo senso, troviamo invece Basilicata (11,4%), Lombardia (12,7%) e Veneto (14,3%), regioni in cui si interviene meno a livello pratico.

E per quanto riguarda le punizioni costruttive?

Infine, le punizioni che prevedono azioni costruttive – ad esempio lavori socialmente utili - a volte vanno di pari passo con quelle sanzionatorie: è il caso del Molise, dove 15% è la percentuale di chi subisce azioni sanzionatorie e anche di chi subisce provvedimenti costruttivi. Le altre due regioni dove si fa largo uso di questo tipo di misure sono l’Emilia Romagna (13,5%) e il Piemonte (13%).

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