Elisabetta Favale
E(li's)books
5 Aprile Apr 2018 0701 05 aprile 2018

La Milano di carta di Michele Turazzi. Intervista

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Avendo vissuto a Milano ho letto davvero con piacere questa tua “Milano di carta”, mi è venuto in mente Giovanni Verga che aveva descritto Milano, quando andò a visitarla nel 1881 in occasione dell’Esposizione Nazionale industriale e artistica, come: “un’ esuberanza di vita, quasi un’esultanza di sensazioni e di sentimenti a misura che lo svariato panorama si va svolgendo ai vostri occhi”. “Esuberanza di vita” trovo sia una definizione molto azzeccata per questa città. Il tuo libro ce la racconta attraverso gli occhi di alcuni scrittori e ci invita a cercare in queste citazioni una relazione emotiva che potrebbe legarci a Milano o spingerci a visitarla.

Io regalo a te Michele e ai lettori due miei ricordi speciali di Milano.

Il primo è legato a Porta Romana, una delle sei porte principali di Milano, era il 2013 e per lavoro ho avuto l’opportunità di andare a casa di Dario Fo che in un bel palazzo signorile occupava tre piani dedicati rispettivamente a: abitazione, atelier (in cui il Premio Nobel dipingeva) e un piano che era un vero e proprio porto di mare, invaso perennemente dagli attori della compagnia teatrale. Bussai emozionatissima alla porta di quest’ultimo piano dove mi accolsero dei giovani che lavoravano nella segreteria di Dario Fo, mi fecero sedere in un salone enorme stracolmo di quadri, di foto, di oggetti e proprio di fianco al divano il Premio Nobel! Che poi è una targhetta… Dopo circa un quarto d’ora di attesa vengo portata al piano dove il maestro stava dipingendo, lo trovai in una stanzina piccola con una finestra che affacciava nel cortile interno del palazzo, si alzò per stringermi la mano, io tremavo e non smettevo di ringraziarlo per avermi ricevuta, mi fece fare un giro per vedere i quadri che aveva completato e quelli a cui stava lavorando e mi regalò una stampa di un disegno che aveva fatto quando si stava costruendo la nuova area dei grattacieli di fronte alla stazione Garibaldi e a ridosso del quartiere Isola. Era un disegno contro il progetto of course! Mi invitò anche a tornare a trovarlo, la domenica, mi disse, amava mangiare al ristorante cinese che c’era proprio lì vicino… non ebbi mai il coraggio di andare! Avevo letto che la casa era destinata a diventare una cosiddetta “casa di artista” come ce ne sono tante in Italia, mi viene in mente quella di Moravia a Roma, non so come sia finita però… Volendo citare un’opera di Dario Fo ambientata a Milano direi sicuramente anche io Morte accidentale di un anarchico.

Il secondo è in realtà un suggerimento per chi vuole immergersi in una stradina poco battuta dai turisti che è Via Custodi, dove si trova lo storico deposito dei tram di Milano, in zona Porta Ticinese. In Via Custodi al civico 16 c’è una interessante libreria e galleria d’arte che io adoravo andare a visitare soprattutto (e so che la cosa suona strana) d’inverno, quando tutto era grigio e la porta del deposito dei tram sembrava la bocca della balena di Pinocchio! Volendo conoscere la storia della Milano dei tram si possono leggere le pagine scritte da Francesco Ogliari che ha dedicato più di 100 volumi alla storia dei trasporti e quindi anche a quelli di Milano che troviamo in un libro del 2010, Milano in tram.

Scelgo invece di citare dal tuo libro Helena Janeczek per ricordare la Via Paolo Sarpi di una volta, quando era il "quartiere", il borgo degli ortolani. Da Le rondini di Montecassino:

“Poi il bello di via Paolo Sarpi era tutt’altro. Questa strada persino leggermente in salita appena oltre il piatto centro storico, Bastioni di Porta Volta a pochi passi. Questa stradona di paese dove non c’era niente che non trovavi: giubbe di lana cotta tirolesi originali, bottiglierie, latterie, magazzini del bianco con vasta scelta di lavori di Firenze ricamati a mano e una piccola boutique che produceva vestiti e gonne a fiorellini, mia agognata meta personale. Costava tutto meno, in via Paolo Sarpi, ed era di qualità buona: buona come può esserla solo la merce scelta direttamente da un proprietario che sta tutto il giorno nel suo negozio, negozio che poteva ancora chiamare bottega in molti casi.”

Finita questa lunga premessa la prima domanda che vorrei farti è questa:

1. Il tuo libro è pubblicato nella collana Città di carta delle edizioni Il Palindromo, ma secondo te è la letteratura che diventa veicolo di promozione dell’immagine di Milano o al contrario è Milano che può diventare veicolo per la letteratura?

Sicuramente la seconda. Credo che Milano sia una delle città più letterarie d’Italia, uno scenario perfetto in cui ambientare un romanzo: la sua bellezza non esibita e stridente, frutto di contrasti tra opposti, accompagna le storie che vengono raccontate senza sovrastarle. Il suo essere spuria, sempre diversa anche a poche centinaia di metri di distanza, è uno stimolo alla fantasia e all’inventiva. Senza contare, poi, che molti dei rivolgimenti della storia italiana hanno avuto Milano come punto focale – la Resistenza, gli anni di piombo, tangentopoli… – e questo fornisce l’humus giusto su cui attecchisce la grande letteratura: raccontare una storia particolare per parlare di una questione collettiva.

2. Hanno creato una app che si chiama cityteller e serve a raccontare le città attraverso citazioni di libri, tu che citazione inseriresti per Milano?

È molto difficile sceglierne una soltanto, ma ci provo. Direi le righe che chiudono Ascolto il tuo cuore, città di Alberto Savinio, che infatti ho scelto anche come apertura del libro:


La luce comincia a fare aureola alla cattedrale. Le guglie si spiccano a una a una come candelotti da una torta genetliaca, lasciano spoglia la triangolare calvizie del tetto, si spandono disordinatamente nel cielo; poi si raccolgono savie, e, come un bambino che sillaba, compongono queste due parole:

MILANO

IRROMENTABILE

Che significa irromentabile? Capisco che è una parola encomiastica, ma quale?

3. Sei arrivato a Milano da Treviso, io ci sono arrivata da Roma, l’idea che mi sono fatta è che si tratta di una città che va, prima di tutto, “intuita” (nel senso latino del termine), per te che città è Milano, raccontalo per favore brevemente a chi dovrà leggere il tuo libro.

Milano va compresa a poco a poco, senza fretta. Parte del suo fascino risiede proprio nell’essere una città dalla bellezza nascosta, in esplicito contrasto con tutti quei luoghi universalmente considerati “incantevoli” o “pittoreschi”. Quando la bellezza non è sfacciatamente esibita, trovo sia ancora più gratificante saperla riconoscere. Per quanto mi riguarda, comunque, Milano è prima di tutto la città che mi accolto e adottato.

4. Mi è piaciuto, della tua Milano di carta, il fatto che non sia omologata a “topoi”, come hai scelto gli autori e le opere da inserire?

L’idea alla base del libro era quella di seguire in ogni capitolo un autore, un percorso e un’epoca storica. Ognuno dei dieci scrittori principali, quelli attorno cui ruotano i capitoli, vuole essere anche un pretesto per indagare una determinata zona della città e sviluppare una tematica peculiare. Così, quando si parla di Hemingway, si parla del Duomo e della Galleria, ma anche degli ultimi sussulti della Belle Époque. Con Scerbanenco ci muoviamo tra Città Studi e Lambrate, e allo stesso tempo entriamo nella Milano criminale di Francis Turatello, negli anni in cui il quotidiano «La Notte» può titolare: Milano come Chicago. Per raggiungere questa densità tematica, i grandi scrittori del Novecento mi sono sembrati i più adatti: la città che raccontano è infatti diversa da quella attuale, ma non irriconoscibile come quella di Manzoni o Stendhal, e questa mi è parsa la giusta ricetta per far dialogare il presente con il passato.

5. Hai citato, tra i tanti: Bianciardi, Bartezzaghi, Buzzati, Gadda, Mari, Manzoni, Hemingway, la Helena Janeczek (che io adoro), Marotta, Eco ecc. qual è secondo te quello che ha una forza suggestiva ed evocativa tanto potente da farti innamorare della città?

Se si parla di forza evocativa, devo citare di nuovo Ascolto il tuo cuore, città, di Alberto Savinio. Un libro che è una lunga, raffinata e innamorata divagazione su una Milano che oggi non esiste più. Volendo nominare testi più “tradizionali”, probabilmente Un amore di Dino Buzzati è uno dei romanzi dove Milano esce con più forza, vero personaggio tra i personaggi.

6. Se dovessi spiegare ad un lettore quale ritratto storico/sociale viene fuori dalle tue pagine e individuare un filo che unisce tutte le Milano narrate cosa diresti?

Credo – e spero – che ne venga fuori il ritratto di una città che non ha paura di trasformarsi, di fare autocritica e di rimettere costantemente in gioco le certezze acquisite. Una città che, nonostante le contraddizioni, guarda al domani con fiducia.

7. Tu leggi “letteratura di viaggio”? Se sì qual è il tuo libro preferito?

Forse non è al cento per cento “letteratura di viaggio”, ma Istanbul di Orhan Pamuk è un testo splendido, uno di quei rari casi in cui chi legge può “sentire” l’anima di un luogo.

8. Il sentimento che più ti ha animato nella scrittura di questo libro.

La curiosità.

9. Secondo te l’urbanizzazione “aggressiva” della periferia milanese di oggi può esercitare una fascinazione per giovani autori?

Credo che la periferia abbia sempre esercitato una grande fascinazione per gli scrittori milanesi, penso al ciclo dei Segreti di Milano di Testori, cinque opere che ruotano attorno al mondo marginale di Vialba, Roserio, Bovisa, Villapizzone. Oppure al pometto La ragazza Carla di Elio Pagliarani. Tra i giovani autori, invece, c’è Giorgio Fontana che ha ambientato la gran parte dei suoi lavori in una porzione cittadina che, anche se non è ancora davvero periferia, di sicuro è distante anni luce dalla cerchia dei Bastioni: via Padova, Casoretto, Lambrate. Per quanto mi riguarda, credo che la periferia offra agli scrittori una grandissima forza narrativa, sia dal punto di vista dei personaggi sia da quello dello scenario.

10. In fondo al libro c’è una mappa letteraria della città, ma se tu dovessi creare un mini percorso da suggerire al volo, da fare in tre ore, cosa consiglieresti?

Partirei da largo La Foppa – da dove si snoda la via che non esiste di Poema a Fumetti – e risalirei via della Moscova – incipit di Un amore –, poi costeggerei la sede del «Corriere della Sera» e arriverei in Brera. Berrei un caffè al Jamaica ed entrerei nel cortile dell’Accademia, seguendo così La vita agra di Bianciardi. Una volta uscito, all’altezza della piazzetta di Brera, getterei un’occhiata al di là del cancello che protegge la casa dove Lalla Romano ha scritto e vissuto per mezzo secolo, per poi risalire tutta via Brera e via Verdi, sbucando in piazza della Scala (all’angolo tra via Verdi e via Manzoni c’era il Caffè Cova, frequentato da Stendhal, Boito e gli scapigliati). Attraverserei la Galleria, immaginando il giovane Hemingway sorseggiare un bicchiere di vino, e arriverei in piazza del Duomo. A quel punto mi perderei nelle strette stradine che formano le Cinque Vie, ampiamente citate nell’Adalgisa di Gadda, fino a raggiungere la basilica di Sant’Ambrogio: lì abitava Petrarca. A quel punto, dipende dall’ora: se c’è tempo, perché non bere un Negroni affacciati sui Navigli di Alda Merini?

11. Diversi anni fa il milanese Luca Doninelli, pubblicò un libro intitolato Il crollo delle aspettative in cui raccontava in modo doloroso e al contempo spietato, di una Milano che, abbandonati i sogni di grandezza coltivati negli anni Cinquanta e Sessanta, si ritrovava ad essere una città “modaiola e tangentista”. Il libro di Doninelli era una sorta di manifesto di protesta, una “chiamata alle armi” per i milanesi che volevano bene alla loro città. Tu che non sei milanese cosa mi dici delle tue aspettative rispetto alla città? Sono cambiate negli anni?

Non sono nato a Milano, ma ho vissuto qui tutta la mia vita adulta. Non credo che le mie aspettative siano diverse da quelle di tanti miei coetanei che invece sono nati in città. In generale, Milano è oggi in controtendenza rispetto al resto d’Italia: è vivace, elettrica, attiva; così come è in controtendenza dal punto di vista politico. È una città finalmente di nuovo attrattiva, e non a caso la popolazione ha ripreso a crescere dopo anni di stagnazione. Quel che mi auguro è che questa energia non venga dispersa e che, anzi, possa essere il punto iniziale di un percorso: c’è bisogno di maggior apertura, uno sforzo teso a includere nel tessuto sociale tutte le anime che la formano, oltre a quelle di chi ogni anno arriva qui.

12. Ti è piaciuto Le otto montagne di Cognetti?

Sì, mi è piaciuto molto. Anche se, forse, il suo stile dà il meglio di sé alle prese con la forma-racconto, come nella raccolta Una cosa piccola che sta per esplodere.

13. Scriverai anche Treviso di carta?

Dopo tredici anni di lontananza, non sarebbe semplice farlo. E non sarebbe nemmeno giusto: a Treviso vivono e lavorano persone molto più qualificate di me per scrivere un libro del genere.

14. Hai già un calendario di appuntamenti per presentare il libro da poter condividere con i lettori?

Dopo l’anteprima di sabato 24 marzo, all’interno di Book Pride, parteciperò l’8 aprile al primo incontro di Milano Dentro/Fuori, un ciclo di reading dedicati a Milano e organizzati da Michele Crescenzo alla libreria Gogol & Company. Sempre alla Gogol ci sarà poi una serata dedicata esclusivamente a Milano di carta, il 17 maggio. In mezzo a questi due appuntamenti, ho in programma un paio di presentazioni fuori città, ma le date non sono ancora definitive.

MILANO DI CARTA - MICHELE TURAZZI - IL PALINDROMO ed. 2018

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