Elisabetta Favale
E(li's)books
12 Aprile Apr 2018 0706 12 aprile 2018

Il sale - Jean Baptiste Del Amo - Recensione

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Non conoscevo Jean-Baptiste Del Amo, Il sale è il primo romanzo che leggo e non posso che dichiararmi entusiasta.

Intanto vi propongo la trama e una breve nota sull’autore, a seguire le mie impressioni sul libro:

TRAMA

Il sale racconta di un’unica giornata della vita di Louise e dei suoi tre figli, Jonas, Albin e Fanny. Vite legate e corrose dalla salsedine portata dal mare della cittadina francese di Sète.

Col pretesto di una cena, l’anziana madre decide di riunire i figli, ormai adulti e lontani, nella casa paterna. Sembra una tranquilla occasione per rivedersi, ma l’attesa dell’incontro assume per ognuno le forme di un confronto definitivo.

Il ciclo di un giorno si dilata nelle voci e nei ricordi dei protagonisti, fino a raggiungere la consistenza e la sostanza di intere esistenze. Ciascuno sprofonderà nel proprio passato e nei ricordi di una storia familiare problematica e misteriosa. A far da sfondo, la figura del padre, ormai morto, eppure personaggio centrale, ancora capace di proiettare la sua ombra sulla vita di tutti.

Con una scrittura sensuale e materica, Jean-Baptiste Del Amo esplora temi essenziali come la morte, l’identità, il corpo e la malattia, la sessualità e l’omosessualità, la forza annichilente della memoria. Un’opera tanto giovane quanto impressionante che ha già la potenza di un classico.

L’AUTORE

L’autore: Jean-Baptiste Del Amo (al secolo Jean-Baptiste Garcia) è nato a Tolosa nel 1981. È stato paragonato a scrittori del calibro di Émile Zola, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas, Patrick Süskind e Gustave Flaubert. Con le sue opere, nel 2006, è stato premiato come miglior “Giovane scrittore” di Francia; nel 2008 è stato finalista del Premio Goncourt e del Prix Médicis, al vertice di importanza tra i riconoscimenti letterari francesi. Tutti i suoi libri in Francia sono pubblicati da Gallimard. Il Sale è la sua prima opera tradotta in Italia.

QUEL CHE HA LASCIATO A ME

Il romanzo di svolge in un lasso di tempo di 12 ore appena, è diviso in tre parti: Nona, Decima e Morta e un epilogo "isole uniche" che descrive in breve per ogni personaggio un sogno, un pensiero, un ricordo. Nella prima parte a ogni personaggio vengono dedicati piccoli capitoli che raccontano di episodi riferiti sempre al presente e al passato, in un continuo alternarsi fino a dare al lettore un quadro chiaro della famiglia e delle dinamiche che animano rapporti e sentimenti, qui ognuno si allontana dall’altro, i genitori dai figli, i fratelli dai genitori e tra loro, separati dai rispettivi rancori verso una famiglia/prigione.

Tutti sono tormentati da una morte: Louise dalla morte di quel marito despota, Armand, a cui pensa di continuo:

“Mentre Louise finiva di rifare il letto, l’inquietudine l’assalì alla gola. Armand si era frapposto tra lei e i suoi ragazzi. Pur essendo scomparso, era ancora fra loro il suo ostacolo ineludibile. Per lei sarebbe stato comunque impensabile circoscrivere il suo sposo al ruolo nel quale Jonas, per esempio, condannava il ricordo del padre. Armand era un essere particolare, Louise non aveva la pretesa di averlo conosciuto. Avevano vissuto l’uno accanto all’altra, non condividendo, in realtà, che dei brevi istanti, dei bagliori fugaci che li avvicinavano. Da questo, come avrebbe potuto affermare di conoscerlo?”

Fanny dalla morte della figlia Léa:

“Vedeva l’accettazione della morte della bambina e l’uscita da quel lutto inestricabile.

Si divincolava dalla sua solitudine e da quel buio insidioso che restavano sospesi sopra di lei. Riusciva a distanziarli di un passo. Non c’era, forse, un’ineffabile bellezza nella morte di Léa? Avrebbe conservato per sempre l’innocenza dell’infanzia. Avrebbe vissuto attraverso di lei, di Mathieu e di Martin, lontana dalla sporcizia della vita e del tempo. L’amore di Fanny si estendeva, abbracciava il suo dolore, si avvolgeva attorno al ricordo di Léa. (…)Lei era la figlia di Léa. “Léa mi partorisce” mormorò.”

Jonas dalla morte per AIDS del compagno e Albin da quella del padre oltre che dalla “morte” metaforica del suo matrimonio.

La famiglia di Del Amo produce solo dolore e violenza, umiliazione.

“Perché sua madre non si opponeva mai ad Armand? Perchè sembrava approvare quel suo desiderio di non vederli più, di ignorare del tutto la loro esistenza? A volte, quando lui li schiaffeggiava, Louise veniva a implorare il loro perdono. Non appena Armand andava via, lei scivolava nella loro camera. La testa affondata nelle spalle, le labbra serrate, gli accarezzava la testa e li supplicava di smettere di piangere. Fanny, allora, avrebbe voluto scacciarla senza pietà.”

La seconda parte è quella che avvicina i personaggi al momento della cena, ognuno si avvia verso Séte, la tensione oramai è altissima, il risentimento reciproco è tale da spingerli al ripensamento, non è una resa dei conti quella che cercano.

La terza parte è la voce dei morti che tuona ancora potente a voler mantenere ancorati i membri della storia ad un passato che non lascia via di scampo.

La solitudine, i sentimenti inespressi e la sopraffazione traghettano il lettore in un flusso di coscienza dove la serenità non sarà mai di casa, i sentimenti sono illusione e a governarli è l’istinto. L’acqua, quella del mare soprattutto, svolge un ruolo importantissimo, conduce al piacere Jonas, è morte per Fanny, solitudine per Louise, rispecchiamento per Albin.

Incredibile la capacità di Del Amo di costruire personaggi che coinvolgono il lettore per la loro negatività, capitolo dopo capitolo marciscono, sprofondano nelle loro colpevoli debolezze.

Il lirismo di Del Amo è un lirismo “sordido”, il potere del sesso, l’assenza della figura paterna che si manifesta solo con la violenza, l’incapacità di reazione della figura materna sono sabbie mobili che le onde dei ricordi non riescono a superare.

Durante i sette anni che avevano separato la nascita di Albin da quella di Jonas, Fanny aveva ignorato quanto ciascuna delle loro esistenze mettesse Armand a confronto con quello che non poteva essere. Mentre la nascita dei bambini posava le fondamenta della famiglia, ne sanciva allo stesso tempo il declino. Armand non poteva essere padre. Fanny, alla fine, l’aveva capito. Non dubitava che l’avrebbe voluto, che fosse felice della loro nascita, ma lo sapeva, ora, incapace di indossare quel ruolo. Come avrebbe potuto restituire a Jonas gli anni che lui non aveva vissuto, il tempo in cui lei e Albin non avevano avuto paura del padre? Quando formulava un giudizio su Armand, si sentiva falsa e debole. Era impotente nei confronti di quel legame che non poteva, ma avrebbe tanto voluto sciogliere.

Molto bello il racconto della traversata di Armand giunto dall’Italia in fuga dalla guerra, la fame, la disperazione la violenza di suo padre, lo segneranno e lui a sua volta segnerà il futuro dei suoi figli e di sua moglie.

“Louise conosceva la rudezza di quelle mani sulla sua pelle. Lei le conosceva, di volta in volta, lascive o autoritarie, e la violenza dei gesti assestati in silenzio sul liscio candore delle membra dei ragazzi l’aveva disarmata. Armand aveva deposto i bambini nel corridoio e loro avevano riguadagnato le proprie camere, l’odio per il padre che gonfiava i torsi stretti, le loro braccia marmorizzate dalla presa delle sue mani.

“Una banda di piattole” aveva detto Armand. “Le ramanzine sono sprecate”.

Perché leggere Il sale: perché è una scrittura potente, perché Del Amo riesce a raccontare l’inferno tirando fuori dai suoi personaggi le umane debolezze.

IL SALE - NEO EDIZIONI - 2018

Il libro ha vinto il contest di Modus Legendi 2018

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