Elena Inversetti
Inversamente
26 Aprile Apr 2018 0952 26 aprile 2018

L'autore de "Il metodo famiglia felice" fa educazione digitale ai ragazzi partendo dai genitori

Libro Famiglia Felice Pellai Inversetti

Alberto Pellai, psicoterapeuta, autore del libro "Il metodo famiglia felice" a margine di un'intervista mi racconta di come è possibile fare educazione digitale nel concreto: "In un caso di grave cyberbullismo, in cui un preadolescente molto violento aveva sconvolto due famiglie. Gli abbiamo tolto il cellulare e la situazione si è risolta. Certo, è un lavoro lungo che va fatto anzitutto su e con i genitori che devono imparare a mettere un limite ai figli. Il problema è che oggi il confine tra i territori della norma e quelli della trasgressione è sempre più labile. Questo genera confusione e smarrimento”.

Alberto Pellai (4 figli in 11 anni) è medico psicoterapeuta e ricercatore presso il Dipartimento di Ricerche Bio-Mediche dell’Università degli Studi di Milano. Ne scrivo perché nel percorso #allaricercadelpadre di #inversamente è stato un incontro importante a cui sono arrivata tramite il passaparola di alcuni genitori.

Ed ecco il secondo motivo per cui ne scrivo. Nella mia adesione al cruciale progetto educativo Genitori Digitali val la pena annoverare Alberto Pellai fra gli esperti in merito all’urgenza di una ri-educazione a partire dalla generazione dei padri e delle madri dai 45 anni in giù per permettere lo sviluppo di una generazione sana di figli.

“La tecnologia oggi ha impattato la famiglia, gli stili di vita familiare, le relazioni educative, dando origine a territori senza genitorialità e causando una precocità di comportamenti nei figli molto grave. Oggi i genitori si sono persi e chiedono aiuto”.

Come? Anzitutto attraverso il monitoraggio delle vita online dei propri figli. Ma per farlo bisogna conoscere la tecnologia che mettiamo in tasca alla nostra prole. Non basta saper scrollare la home di Facebook né postare qualche immagine filtrata su Instagram.

“Ai miei figli non do il cellulare fino alla fine della terza media. Si ritiene, infatti, da un punto di vista scientifico che l’età minima utile per dare in mano uno smartphone ai giovani sia 14 anni. In casa siamo ancora tutti vivi, ve lo posso assicurare! I miei figli non sempre ne sono entusiasti, ma hanno capito le motivazioni, perché… gliele abbiamo spiegate. E non siamo gli unici. Come altre famiglie sperimentiamo che l’assenza del cellulare garantisce la presenza di esperienze più belle e più ricche da condividere insieme. Tuttavia non è semplicemente nel togliere che si educa o che si risolve un problema. Piuttosto è nel dare altro, nell’integrare. Anzitutto tempo e attenzione. I ragazzi se li vivono, se li sperimentano, se li toccano con mano, capiscono perché la mancanza dello smartphone generi una pienezza di vita reale più interessante. I nostri figli hanno bisogni concreti di crescita che non sono quelli del consumo”

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