Elisabetta Favale
E(li's)books
18 Maggio Mag 2018 1705 18 maggio 2018

Fuoriclasse si nasce o si diventa? Recensione del libro di Malcolm Gladwell

Successo

Fuoriclasse: Storia naturale del successo di Malcolm Gladwell (il titolo in lingua originale è: Outliers: the story of success) e Fuoriclasse sarà anche il titolo di questa finestra sul panorama letterario che sceglie di raccontare le storie di uomini e donne che hanno lasciato un segno con il loro lavoro, i loro studi, le loro invenzioni portandoli ad essere dei “Fuoriclasse”, degli “Outliers”.

Partiamo col dire chi è l’autore, Malcolm Gladwell: Malcolm è figlio di un professore di matematica inglese e una psicoanalista giamaicana, cresciuto in Canada si è laureato a Toronto in storia, attualmente vive a New York, è un giornalista che ha iniziato la sua carriera al Washington Post scrivendo di economia e di scienze per arrivare poi al New Yorker, ma soprattutto oggi Malcolm Gladwell è uno scrittore di successo, i suoi libri si concentrano essenzialmente nel settore delle scienze sociali.

Il libro che ho scelto, Fuoriclasse, è il resoconto di numerose ricerche che hanno avuto come scopo stabilire cosa accomuna le persone che nella vita hanno raggiunto grandi successi.

La particolarità dell’approccio suggerito da Gladwell è che ribalta totalmente l’idea del self-made man, vuole farci capire che in realtà siamo da sempre tutti vittime del mito del migliore, del più brillante, della persona che si è fatta da sé, al punto da credere che i “fuoriclasse” scaturiscano naturalmente dalla terra!

Nel libro vengono raccontate numerose storie di persone “fuori dal comune” come ad esempio Bill Joy, il fondatore di Sun Microsystem considerato anche il Thomas Edison di Internet, la storia di Bill Gates, quella dell’avvocato Joe Flom e di Mort Janklow, uno dei più grandi agenti letterari di tutti i tempi e viene spiegata la teoria cosiddetta delle 10.000 ore.

Io ho letto Fuoriclasse perché è uno dei 10 libri preferiti di Bill Gates, ero curiosa, devo ammettere che fin dalla prime pagine ho apprezzato la lingua secca, diretta, lo stile colloquiale seppur meticoloso e preciso con cui l’autore parla di statistiche senza annoiare il lettore anzi, tenendolo attaccato alle pagine creando attesa sui risultati delle ricerche a supporto delle sue teorie. Interessante, per chi si avvicina a questo libro, può risultare anche l’approccio, Malcolm Gladwell è decisamente figlio di questi nostri tempi, molto più attuale di autori come Tom Wolfe che avevano puntato tutto su posizioni anticonformiste e sull’analisi dei cambiamenti sociali, sicuramente efficaci negli anni Settanta ma che poco si attagliano alla società di oggi, Gladwell è il fratello maggiore di Zuckerberg, scrive e descrive un’America intelligente e flessibile e quel che vuole capire è quali sono gli elementi scatenanti che portano alcune persone a entrare nell’Olimpo dei Fuoriclasse.

Vi avverto, se nutrite sogni di gloria, leggendo Fuoriclasse potreste vederli crollare miseramente o al contrario, se siete troppo modesti per pensare di sfondare, potreste trovare invece informazioni che vi convincono di potercela fare!

Il libro parte da un concetto fondamentale:

il successo segue un corso prevedibile, a riuscire non sono i più brillanti, il successo non è neppure il risultato delle decisioni che prendiamo in un certo momento o il frutto di un impegno preciso, il successo è un dono, i Fuoriclasse sono persone a cui sono state concesse delle opportunità e che hanno avuto la forza e la presenza di spirito per coglierle.

Se vuoi diventare un grande giocatore di hockey della nazionale canadese, devi essere nato in gennaio altrimenti non hai speranze! Negli anni Ottanta, racconta Gladwell, uno psicologo canadese, Robert Bransley, parlò per la prima volta di età relativa, Bransley si accorse che i giocatori delle squadre di hockey che giocavano nella Major Junior A (la stessa lega dei Vancouver Giants per capirci) erano tutti nati tra gennaio e marzo, la percentuale era talmente alta che si incuriosì e cercò la spiegazione a un dato tanto macroscopico, bene la spiegazione a cui arrivò fu molto semplice: nell’hockey canadese il limite minimo per entrare in una classe di età è il 1° gennaio quindi un ragazzino nato il 2 gennaio potrebbe trovarsi in squadra con uno che è nato a fine anno ma tra i 10 e i 12 anni uno scarto di 6/12 mesi rappresenta un gap a livello di maturità fisica notevole e siccome in Canada l’hockey è come per l’Italia il calcio, gli allenatori che selezionano bambini fin dall’età di 9 o 10 anni preferendo scegliere quelli più robusti nati appunto nei primi mesi dell’anno della classe di appartenenza e quelli saranno i prescelti per gli allenamenti migliori, avranno modo di giocare anche 70 partite contro le 20 che si troverebbero a giocare gli altri più piccoli.

Ecco quindi svelato il mistero, se sei un bravissimo giocatore di hockey ma non sei nato tra gennaio e marzo non hai molte speranze di essere scelto e mai verrai inserito nella rosa dei giocatori destinati a crescere nella squadra.

L’esempio è molto efficace, quello che Gladwell vuol farci capire è che il successo non può essere spiegato solo in termini prettamente individuali ma piuttosto deve essere analizzato insieme al contesto sociale, a volte anche al gruppo etnico di appartenenza, alla città in cui si è nati e cresciuti, alla scuola frequentata, alla famiglia in cui si è nati e soprattutto il successo è frutto di pratica e impegno.

Una lunga parte del libro spiega la “teoria delle 10.000 ore”, partendo da dati scientifici l’autore ci racconta di come la carriera di persone particolarmente “dotate” altro non è che il risultato di una preparazione lunga e rigorosa, in nessun campo è possibile eccellere se non ci si è dedicati per almeno 10.000 ore (sono più o meno dieci anni).

Interessante e divertente la storia di Bill Joy, fondatore di Sun Microsystem, colui che ha realizzato Unix ed elaborato Java, Joy, per un caso assolutamente fortuito, si è trovato a studiare all’università del Michigan che fu la prima in assoluto ad acquistare uno dei primi computer e a metterlo a disposizione degli studenti, Joy ne fu affascinato e cominciò ad utilizzarlo per ore e ore finendo per diventare, ancora giovanissimo, uno dei più grandi esperti di informatica.

Ma se Bill Joy ebbe questa opportunità durante gli studi universitari, Bill Gates l’ebbe addirittura a 13 anni quando, nella scuola privata che frequentava, sua madre e il gruppo di mamme di questi alunni facoltosi, decisero di comprare un terminaler da mettere a disposizione dei ragazzi, suo figlio fu quello che più di tutti gli altri si appassionò tanto da abbandonare, successivamente, gli studi ad Harvard per fondare la sua prima società di informatica ma il piccolo Bill, pur di avere il computer tutto per sé, non dormiva la notte, sacrificava ogni altra cosa all’apprendimento di quella che si è rivelata la più grande passione della sua vita.

Bill Joy e Bill Gates hanno lavorato per più di vent’anni notte e giorno e il loro successo è arrivato al momento giusto, quando i PC sono entrati nelle nostre vite, loro erano quelli che avevano contribuito a farli arrivare a noi perché li stavano studiando da molto molto tempo.

Opportunità giuste al tempo giusto.

Stessa cosa avvenne per il successo dell’avvocato Joe Flom. Figlio di ebrei provenienti dalla Romania, Flom si laureò brillantemente ma nessuno studio legale importante di New York voleva assumere un avvocato ebreo e di famiglia povera. Flom fondò un suo studio insieme ad altri giovani avvocati (tutti ebrei e tutti di estrazione sociale modesta) e si specializzò in una qualcosa di cui all’epoca gli studi importanti non volevano occuparsi: le acquisizioni ostili (era impensabile sporcarsi le mani in pratiche in cui una società voleva acquisirne un’altra a suon di colpi bassi).

A metà degli anni Settanta, quando la quantità di denaro impegnata in fusioni e acquisizioni era aumentata del 2000%, Flom e i suoi soci erano oramai i massimi esperti di quel settore e il loro studio legale arrivò ad avere circa 1000 avvocati, quello che sembrava destinato a rimanere uno studio marginale superò di gran lunga i tradizionali studi legali della zona di Wall Street.

Il talento, lo studio, l’esperienza, il carattere sociale della conoscenza, di questo ci parla Gladwell, ci dice che il nostro è un mondo che ha consentito a un tredicenne come Bill Gates l’accesso illimitato a un terminale in time sharing, se oltre a lui un milione di tredicenni avesse avuto la stessa opportunità quante Microsoft ci sarebbero state?

Un po’ di tempo fa un giornale italiano intervistò Gladwell chiedendogli di fare qualche esempio di Outliers e lui fece il nomi di Obama e fece anche il nome di Berlusconi spiegando che in lui convivono caratteristiche contrastanti che lo rendono di certo un uomo fuori dal comune: charme, originalità, capacità di interpretare la “medietà”.

Insomma, il successo di un Fuoriclasse non è nulla di misterioso o di improvviso, le persone fuori dal comune, i Fuoriclasse, alla fine non sono affatto fuori dal comune!

Detto ciò penso che ognuno può trarre dalla lettura del libro di Gladwell l’insegnamento che preferisce, spesso si racconta che molti di questi fuoriclasse non hanno una laurea (Bill Gates, Mark Zuckerberg, Michael Dell, Jan Koum, Travis Kalanick) beh, non ce l’hanno perché hanno passato 10.000 ore a studiare il loro business.

That’s it

Fuoriclasse: Storia naturale del successo di Malcolm Gladwell – Mondadori

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