Elisabetta Favale
E(li's)books
28 Maggio Mag 2018 1358 28 maggio 2018

Jami Attenberg ci racconta come si diventa grandi. Da Grande - Recensione

Da Grande Jami Attenberg

Quando ho cominciato a leggere Da Grande, la prima cosa a cui ho pensato è stata che la scelta di scrivere in prima persona è una scelta “ardita” per una storia come questa, Jami Attenberg voleva raccontare, secondo me, una storia in cui lei, autrice, e la voce narrante si confondessero tanto da coinvolgere emotivamente il lettore che non avrebbe potuto fare a meno di rimanere invischiato nell’ambiguità delle voci, chi parla? L’autrice, la voce narrante? Cos’è vero e cosa no? Un po’ come dire: “Je m’appelle Erik Satie comme tout le monde” (cit.) in questo caso: Mi chiamo Andrea, come tutti.

Andrea, la protagonista, però è una giovane donna single, perennemente insoddisfatta, “egocentrata”, beve e fa uso di stupefacenti, passa da un uomo all’altro con estrema facilità, ecco perché Jami Attenberg, io dico, è stata coraggiosa a scegliere questo modo di scrivere, lei non vorrebbe, credo, essere confusa con Andrea in tutto e per tutto e si sa, noi donne veniamo spesso equivocate, quando affrontiamo certi argomenti scatta subito la tentazione di gridare all’autobiografia!

E’ un’ottima scrittrice Jami Attenberg e quindi è riuscita a mantenere un controllo perfetto del suo ruolo, è lei che comanda e gestisce la trama alternando piccoli capitoli in cui Andrea, e le sue vicende personali, vengono stemperate con i racconti degli altri personaggi: l’amica Indigo, la madre, il fratello, la cognata, così il lettore smette di pensare ad Andrea come la Jami implicita al personaggio.

Questa precisazione credo sia importantissima perché, al contrario di quanto accade in storie dove il protagonista è qualcuno che rimane impantanato in una situazione che sembra senza uscita e spesso causa nel lettore reazioni imprevedibili come rabbia, o depressione, qui Andrea finisce per essere compresa e giustificata da tutti, almeno così l’ho percepita io, non ho mai pensato a lei come a una bad girl eppure ne avrei avuto motivo.

L’ironia, le piccole manie della protagonista, le descrizioni delle paure più o meno immotivate, i desideri, sono perfettamente adattabili a ognuno di noi.

Andrea è single e questo l’accomuna a milioni di donne, Andrea detesta il suo lavoro che fa solo per pagarsi l’affitto e questo l’accomuna a milione di persone, non solo donne, Andrea ha un rapporto conflittuale con la madre, chi non ce l’ha?, Andrea non ama i bambini, non vuole diventare madre e qui entra in gioco un argomento molto più serio che la Attenberg sviluppa con leggerezza senza tuttavia sminuirne la complessità.

Andrea viene raccontata in un arco di tempo che arriva fino ai suoi 40 anni, è una giovane donna che ha scelto di far parte delle cosiddette “no-mo”, come vengono chiamate le donne che scelgono di non avere figli ma anche l’evoluta New York con la sua folta risma di trasgressivi artisti e intellettuali appare critica nei confronti di chi non si “incasella” ordinatamente nello schema sociale come Andrea. Le donne di questa storia sono tutte donne che rientrano in categorie precise: “home-centred”, “work-centred” e le cosiddette “adaptive” che fanno di tutto per conciliare home e work, Andrea non è nulla di tutto questo visto che ha un lavoro che le fa schifo, lei è un’artista non realizzata e non ha scuse per la società per non volere un marito e un figlio!

So che nell’attimo esatto in cui vedrò il bambino la mia amicizia con Indigo finirà. (…) Non c’è niente di originale che io possa offrire a questo bambino. Sono obbligata a fare un’offerta, comunque, una vergine agli dei, un peluche a un bebè. Se dispongo questi doni sull’altare mi prometti che non resterò incinta? “

Jami Attenberg traccia un profilo perfetto di una donna in balia dei suoi demoni, è una donna a cui manca il cosiddetto “maternal instinct” e sicuramente philofobica, non ha riferimenti famigliari a cui aggrapparsi, il padre è morto di overdose e la madre è la “macchietta” di un’attivista non meglio specificata, una donna che non è mai cresciuta, perché dunque dovrebbe essere diversa lei, Andrea, che a stento è riuscita ad essere figlia di questa madre, di questi genitori “bambini”.

Famiglia qui è sacrificio e dove c’è sacrificio l’amore finisce o si affievolisce.

Ogni cosa tra noi era quieta, ma non silenziosa. Volli credere che tutto andasse bene. Chiesi loro di venire a trovarmi, lo fece anche mia madre, ma avevano sempre una ragione per non venire, e poi smisero del tutto di offrire ragioni, così noi smettemmo di chiedere.”

Così racconta Andrea il rapporto fra lei, il fratello e la cognata e sarà proprio tramite loro, tramite la nascita e la malattia della loro figlia che Andrea farà il suo percorso di crescita, se la morte del padre non era mai stata elaborata, gli anni di vita (pochi) della nipotina, segnati da un termine certo e prematuro, saranno invece il dolore necessario per la sua “evoluzione”.

Ho trovato molto toccante il modo in cui Jami Attenberg riesce a portare la sua protagonista ad “aprire gli occhi” sulla complessità della sua stessa vita che presuppone una definizione del proprio essere rispetto all’altro, la critica alla società in cui viviamo emerge ( nella mia lettura almeno) prepotentemente, oggi, la possibilità di essere liberi di mostrarci per quelli che siamo ha portato, paradossalmente, all’annichilimento, Andrea e la sua individualità stentano a diventare “persona”.

Una storia dal sapore agrodolce, una riflessione sincera sulla necessità di riappropriarsi di certi valori, di liberarsi della “sacralizzazione” del sé che non rende liberi, al contrario, ci spinge a ripiegarci su noi stessi come in una gabbia autoimposta.

Io adoro New York e qui la città viene fuori con tutti i sui pro e contro, leggere Da Grande significa entrare al 100% “in her shoes”, in quelle di Andrea intendo e l’esperienza è interessante. Se dovessi immaginare i personaggi di questa storia li vedrei bene disegnati da Liana Finch e sì, Leaving New York never easy come cantano i R.E.M..

Bella la traduzione di Viola Di Grado.

Da Grande – Jami Attenberg – Giuntina maggio 2018

TRAMA

Su richiesta della sua analista, Andrea Bern si definisce: sono una donna, una designer, un’amica; sono tecnicamente ebrea, sono una figlia, una sorella, e vivo a New York. Ma quello che pensa davvero dentro di sé è: sono sola, sono un’ex artista, una bevitrice, un’urlatrice a letto, il capitano di una nave che affonda, e ci vuole un gran coraggio per vivere quando tutti intorno a te sembrano avere chiaro cosa significhi essere adulto, quando amici e parenti si sposano e mettono al mondo dei bambini e tu continui a lottare con l’esistenza, a voler vivere secondo le tue regole e sei pronta a qualsiasi espediente pur di trovare un po’ di pace per il presente e un po’ di riparo dal passato. A un certo momento però la vita ti costringe a riesaminare tutto e a decidere cosa conta davvero. Allora finalmente la compassione troverà la via per venire fuori e prevalere su tutto il resto.

L'AUTRICE

Jami Attenberg (1971) è autrice di cinque romanzi. Laureata alla John Hopkins University, collabora con riviste e giornali tra cui il New York Times e Nerve. Dei Middlestein (Giuntina, 2014) Jonathan Franzen ha scritto: “I Middlestein mi hanno conquistato fin dalle prime pagine, e una volta giunto alle ultime ho ammirato la compassione di Jami Attenberg e la sua maestria nel saper raccontare una storia”.

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