Elisabetta Favale
E(li's)books
6 Giugno Giu 2018 0745 06 giugno 2018

Credevo nel partito - Il disincanto di un comunista. In memoria di Giulio Seniga

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Cara Anita [...] parto solo e sono tutt’ora solissimo. La posta e l’avvenimento sono più grandi di me, e di tutto il mio coraggio e buona volontà. [...] Cercheranno di aggredirmi e di aggirarmi, ma non tornerò indietro.”

Dall’archivio di Giulio Seniga (inventariato grazie ai finanziamenti della Sopraintendenza archivistica per il Lazio e custodito presso la Camera dei deputati), è il brano di una lettera che scrisse a sua moglie Anita, compagna di vita e di battaglia.

Ma chi era Giulio Seniga?

Un’ “anima attraversata”, una “piccola mente”, un “ribelle verso l’autoritarismo comunista”, un “uomo esemplare”, o, come ha detto a me Vindice Lecis un “personaggio minore” del PCI. Seniga è anche l’uomo che nel luglio del 1954 lascia il partito portando via denaro e documenti, “una valigia che scotta”.

Leggendo “Credevo nel partito”, un memoir che raccoglie i punti salienti del pensiero e della attività politica di Seniga, ho avuto modo di farmi un’idea dei sentimenti che in quel momento animavano un uomo che è cresciuto accanto a chi ha fatto la storia di quel partito, Togliatti (e Secchia), un pezzo di storia sconosciuta o quasi.

Lo “strappo” tra Seniga e il gruppo dirigente del Partito è avvenuto nel momento in cui lavorava all’interno dell’ “apparato di riserva” che gestiva i fondi segreti e le basi clandestine.

Seniga è stato un combattente garibaldino nella Repubblica partigiana della Val D’Ossola, il suo percorso di vita e di militanza si è distinto per l’approccio sempre controtendenza, di certo rappresentò un elemento di rottura all’interno di un partito coeso e soprattutto in balìa del culto della personalità del suo leader che è stato, innegabilmente, uno dei protagonisti della storia del Novecento.

Leggere queste pagine mi ha portata nel mezzo di una “controstoria” collettiva di cui mai si parla quando si racconta dell’Italia di quegli anni.

Il 25 luglio del 1954 l’Unita’ non dedicò neppure un trafiletto all’anniversario della caduta del fascismo, che significato assunse nella vita di Seniga quella omissione?

I quadri del partito sono dominati dall’opportunismo, dall’ambizione, dal conformismo e dalla paura. [...] nel partito regna l’acquiescenza e l’omertà verso atti di indisciplina morale a volte più dannosi di quelli di indisciplina politica. “

Chiarissimo.

La sua attività successiva all’uscita dal PCI fu volta anche a recuperare la memoria storica del movimento operaio riportando all’attenzione figure di comunisti non ortodossi come Rosa Luxemburg, l’obiettivo era riabilitare politicamente quegli antifascisti che erano stati messi da parte dal sistema.

La dimensione politica è stata, nella vita di quest’uomo, totalizzante, vita che al di fuori del partito fu spesa a raccontare un’altra verità.

Interessanti le pagine del viaggio di Seniga a Marcinelle dopo la strage dei minatori, colpisce la sua consapevolezza che nessuna inchiesta sarebbe riuscita a far luce e soprattutto a evitare tragedie come quella.

Vero.

Leggendo Credevo nel partito si ha l’impressione di essere nel “backstage” della storia, di guardare da dietro le quinte gli attori che hanno dato vita alla commedia, o, più spesso, alla tragedia umana.

Siamo a metà degli anni Quaranta

In quel periodo fui impegnato per due o tre giorni alla ricerca di una divisa da ufficiale dell’esercito da gallonare coi gradi partigiani che Audisio avrebbe indossato il giorno del suo comizio [...] compresi subito, attraverso quel particolare, che una grande severità di costumi non doveva esserci”.

Per uomo come lui quelle messinscene erano incomprensibili.

Appunti meticolosi su fatti che hanno condizionato gli eventi, immagino il terrore di dimenticare i particolari, l’ansia che animava quella penna perché ne tenesse traccia.

La condanna dei partigiani, l’allontanamento di Ferruccio Parri, il terribile eccidio di Portella della Ginestra, pian piano i segni del disincanto, dell’incapacità di cambiare davvero le cose e soprattutto l’assuefazione al potere da parte degli uomini che quelle storture dovevano eliminare, portano Seniga su una strada diversa.

Troppo idealista forse? Ma la politica “opportunista” dei capi del partito era destinata a deluderlo ogni giorno di più.

Da qui partì il desiderio di allontanarsi, gli fu chiaro che il movimento operaio italiano era destinato a fallire, allora, conscio che mai avrebbe convinto quegli uomini a rinunciare ai loro privilegi, decise di dotarsi dei mezzi per fondare un nuovo movimento.

Togliatti nella nostra storia è dipinto spesso come un moschettiere della democrazia, nonostante il cinismo che ebbe modo di mostrare in diverse occasioni che videro soccombere prigionieri italiani, partigiani, operai. “Il Migliore”, questo era il suo soprannome, fu uno dei nostri “padri costituenti “:

“ come italiano mi sento un miserabile mandolinista...“.

Bisognerebbe certo dedicarsi ad uno studio approfondito di questa nostra storia, cercare consapevolezza perché “la storia siamo noi e nessuno si senta offeso” (cit.).

Martino Seniga, figlio di Giulio, è un giornalista. Quando racconta di suo padre lo fa descrivendo un uomo vissuto solo ed esclusivamente in funzione delle sue idee, coerente e determinato cercò di andare sempre oltre un sistema “preconfezionato” e ne subì sempre le conseguenze.

Mio padre era un bracciante. Io sono un metallurgico. Ho lavorato ininterrottamente in fabbrica dall’età di 14 anni fino all’8 settembre del 1943. Ho frequentato diversi corsi serali di disegno e specializzazione meccanica. All’Alfa Romeo, a contatto con dagli anni 1936-1937 con operai antifascisti e comunisti sono diventato antifascista e comunista”.

Giulio Seniga

P.S.

Seniga prese realmente una grossa somma di denaro dalle casse del partito (era denaro che arrivava da Mosca) e lo usò per finanziare il movimento e le iniziative editoriali che divennero strumento per la sua lotta. Non visse mai da uomo ricco.

Giulio Seniga - Credevo nel partito - BFS EDIZIONI

A cura di M.A. Serci e M. Seniga

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