Elisabetta Favale
E(li's)books
8 Giugno Giu 2018 0841 08 giugno 2018

Bi.Erre. I Fondatori. Le Brigate Rosse oltre il caso Moro. Intervista a Gianremo Armeni

FBF284CD 18D1 4705 B96C 19C975AE59C6

Il romanzo storico di Gianremo Armeni, tra i massimi conoscitori della storia del Partito Armato, ripercorre tutte le tappe che hanno portato alla nascita e allo sviluppo delle Brigate Rosse, fino alla parabola finale. "Bi. Erre. I fondatori" è l'esordio della trilogia dedicata al terrorismo rosso.

Ho voluto fargli qualche domanda.

1. Lei ha studiato a lungo le Brigate Rosse, ci dice da dove è nato il suo interesse? È da giovane che ha deciso di accendere i riflettori su questa pagina di storia?

Ho iniziato a 25 anni e non ho più smesso. Il professore di Sociologia dell'organizzazione, Fabrizio Battistelli, con il quale mi sono laureato, e al quale vanno molti meriti nel mio percorso di crescita, aveva affisso sulla sua bacheca una lista (molto flessibile) di argomenti sui quali basare le tesi di laurea. Tra questi c'era anche l'azione di contrasto alle varie forme di criminalità, quindi anche quella eversiva. Da sempre suggestionato da alcuni ricordi molto sfocati dellastrage di via Fani (avevo appena 6 anni), gli proposi una tesi sul contrasto delle forze dell'ordine verso le Brigate Rosse e la mafia.

2. Ho letto con molto piacere il suo libro che ho trovato originale anche per il registro narrativo utilizzato, è efficace dal punto di vista “divulgativo”. Riflettendo sul linguaggio delle BR, ciò che mi ha sempre colpito dei “testi” dei comunicati è quel tono di “giustificazione”. Perché sentivano l’esigenza di “spiegare” e giustificare le loro azioni?

Probabilmente è un'impressione, naturalmente legittima, perché piuttosto che giustificare, l'intento era quello di spiegare e comunicare. I brigatisti erano gli accusatori, i giudici che condannavano le Istituzioni e i partiti, quelli che mettevano alla gogna i dirigenti delle più grandi fabbriche del nord Italia, da questo punto di vista quindi non sentivano alcuna necessità di giustificarsi. Per carità, magari a un livello più profondo, inconscio, poteva anche coesistere questa componente, visto che avevano scelto una strada senza ritorno, quella della lotta armata e della dichiarata illegalità. Sostanzialmente, il loro obiettivo era quello di cercare il consenso della classe proletaria attraverso una martellante azione propagandistica, nel rispetto dello slogan "nulla deve essere tenuto nascosto al popolo". Va anche detto che ci sono stati dei casi isolati - citati nel romanzo - in cui la "giustificazione" è stata evidente e prioritaria.

3. Il suo libro è una sorta di romanzo dove fatti reali si intrecciano a fatti e personaggi probabilmente funzionali al racconto, lei non giudica, espone. Qual è l’obiettivo di questo suo lavoro?

Non giudico perché non è quello il compito del narratore o del romanziere. Il giudizio lo hanno già dato la storia, la magistratura, la società civile, ma anche tanti ex brigatisti. Rivendico comunque un paio di punti in cui ho commesso questo errore, con l'uso di un paio di aggettivi di troppo, ma stiamo parlando veramente del nulla se paragonato alla complessità del lavoro.

L'obiettivo del romanzo è principalmente quello di "consegnare" un pezzo drammatico della storia d'Italia - sino ad oggi ad appannaggio degli addetti ai lavori e degli appassionati - anche nelle mani delle giovani generazioni, attraverso lo strumento leggero della narrativa.

4. Nella seconda parte del suo libro ci racconta di un aspetto importante per la strategia delle BR: “piccoli atti di giustizia proletaria, tanto per iniziare", ed ecco che cominciano a bruciare le auto dei dirigenti parcheggiate davanti alle aziende. Ci fa capire in breve quanta “distanza” c’era fra le condizioni economiche delle maestranze e quelle dei loro dirigenti? Vuole spiegare ai lettori cos’era una Brigata di fabbrica?

Sono certo che lo stipendio medio di un operaio metalmeccanico si aggirasse attorno alle 200.000 lire, perché si tratta della stessa cifra che si attribuirono i brigatisti clandestini. Ricordo di aver letto da qualche parte che un dirigente non prendesse meno di un milione di lire. E' una distanza rilevante, ma non paragonabile a quella che esiste a tutt'oggi tra un manager e un operaio. Tuttavia, i piccoli atti di giustizia proletaria non riguardavano tanto il divario economico tra chi comandava e chi stava in catena di montaggio, quanto per le condizioni nocive alla salute, per i ritmi lavorativi troppo pesanti, in alcuni casi ci sono stati dirigenti che si sono trovati l'auto in cenere perché accusati di adottare metodi fascisti... Le Brigate di fabbrica erano delle piccole unità che operavano per l'appunto all'interno delle grandi industrie, composte esclusivamente dalle forze "irregolari". Al pari delle altre Brigate, come ad esempio quelle di quartiere, erano inserite all'interno di nuclei territoriali più noti come "colonne", e rappresentavano il gradino più basso della scala gerarchica. Tra i loro compiti c'era quello di studiare la realtà di appartenenza, di acquisire informazioni, di proporre obiettivi...

5. Secondo lei cosa animava davvero questi giovani? Qual era il carburante che alimentava il desiderio di lotta? E quanto la giovane età contribuì a renderli impavidi?

Il primo volume, Bi.Erre. - I Fondatori, l'inizio di tutto, cala il lettore proprio in questa cornice storica, mettendo in evidenza le ragioni per cui quel gruppo di giovani intraprese la lotta armata. Lo hanno spiegato molto bene i capi storici dell'organizzazione nei loro scritti, diversi furono i fattori che alimentarono questo ardore rivoluzionario: la resistenza tradita, le condizioni lavorative degli operai, un capitalismo definito asfissiante e assassino, l'imperialismo americano, l'accusa al partito Comunista e ai sindacati di sinistra di aver tradito certi ideali... Le Brigate Rosse nascono con il convincimento che soltanto attraverso la rivoluzione comunista la classe proletaria avrebbe potuto avere un futuro, liberandosi dalle catene della classe borghese.

A mio avviso, la giovinezza contribuì senz'altro perché soltanto a quell'età puoi mettere in gioco la tua vita in quel modo.

6. Quando descrive i diktat a cui i brigatisti dovevano attenersi rispetto alle case in cui vivere, il modo di guidare l’auto, il modo di rapportarsi con il “mondo legale", sembra di leggere una storia che racconta dell’organizzazione di un partito, penso al PCI di Togliatti. A chi si ispirarono i fondatori per l’organizzazione?

Le Brigate Rosse, alla stregua di un partito politico, cercavano un consenso, quello della classe proletaria, e non a caso gli è stato attribuito l'appellativo di partito armato, proprio perché avevano declinato la politica sul piano della violenza. L'impianto strutturale si rifaceva in qualche modo all'ortodossia di un'organizzazione comunista di matrice marxista-leninista dell'epoca, anche se le Bierre erano molto più rigide e verticistiche.

I brigatisti hanno sempre brillato per la loro capacità di organizzare, organizzarsi, e di pianificare, ma all'inizio c'è stato bisogno di un periodo di apprendimento. I Fondatoriiniziarono da zero. Impararono le tecniche clandestinesemplicemente studiando. In quel periodo, tra la fine degli anni Sessanta e inizio Settanta, circolavano diversi manuali, opuscoli, ciclostilati, libri, alcuni in forma clandestina, che insegnavano come sostenere la guerriglia metropolitana. Molti di questi scritti provenivano dalla tradizione latino-americana, ad esempio da Carlos Marighella e dai guerriglieri Tupamaros, ma come raccontato dagli stessi Curcio e Franceschini - due capi storici dell'organizzazione -anche i consigli di Giangiacomo Feltrinelli trovarono cittadinanza.


7. Le forze dell’ordine erano “le forze di repressione”. Ma in quegli anni come agivano i carabinieri, i poliziotti, l’esercito, erano violenti?

Io direi che esiste una linea di demarcazione rappresentata dall'istituzione della legge Reale per contrastare i fenomeni di terrorismo, nel 1975. Questo non significa che prima di tale promulgazione - che sostanzialmente aveva un carattere molto repressivo - lo scontro fosse morbido, ma certamente con l'adozione della nuova normativa il livello da parte delle forze dell'ordine si alza notevolmente. Tuttavia, restando in tema di contrasto alle Brigate Rosse, questa connotazione repressiva assume un carattere secondario perché il problema per le forze dell'ordine divenne un altro, quello di imparare a catturarli i brigatisti.


8. Ci fa un identikit del/della brigatista tipo?

Giovane, con forti motivazioni ideologiche, capace di sopportare una vita monastica, di rinunciare alla propria vita e alla propria famiglia, pronto a tutto, anche ad uccidere, fedele a un ideale, maniacale sotto il profilo del rispetto delle regole clandestine, con una cultura sopra la media, preparato sotto il profilo storico-politico, capace di dare valore alla compartimentazione, capace di confondersi in mezzo alla gente...


9. Si può individuare una sorta di “etica” nelle azioni dei brigatisti? Cosa e chi era (se c’era) intoccabile?

Dal mio punto di vista nessun concetto etico potrà mai essere accostato a qualsiasi organizzazione criminale, ma se la si guarda dall'ottica brigatista tutte le loro azioni erano etiche, nel rispetto del principio leninista secondo cui "la morte di un nemico di classe è il più alto atto di umanità in una società divisa in classi". Se proprio volessimo scendere nel dettaglio, potremmo dire che esistono un paio di principi, chiamiamoli pure morali, che hanno contraddistinto le azioni brigatiste, come quello di non recare danno a terzi, e l'altro di non appropriarsi del denaro dei clienti nel corso di una rapina in banca.

10. La negazione delle figure istituzionali è stata una caratteristica del pensiero delle BR, tuttavia i loro interlocutori erano gli uomini delle istituzioni, ma allora a chi si rivolgevano davvero quando scrivevano i loro comunicati? Era un modo per fare proselitismo?

Il loro interlocutore era il proletariato, e lo scopo principale era quello di ottenere il suo consenso. L'azione propagandistica è stata asfissiante. Le Bierre hanno sempre rivendicato quello che hanno fatto, e annunciato quello che avrebbero compiuto. Una sorta di manifesto programmatico per assolvere al compito che si erano date, quello di risvegliare le coscienze proletarie per arrivare fino all'ultimo stadio: l'insurrezione armata delle masse.


11. Che peso aveva l’istruzione nel pensiero delle BR?

Molti brigatisti provenivano dalla fabbrica, non tutti hanno avuto modo di completare il ciclo di studi. Alcuni erano laureati, altri si erano iscritti a un corso di laurea ma lo hanno abbandonato. Detto questo, a prescindere dal pezzo di carta, non ho mai conosciuto un brigatista che non possedesse un livello culturale assolutamente sopra la media. Erano tutti molto preparati, possedevano un ottimo bagaglio storico e politico, erano in grado di analizzare le notizie economiche e il quadro politico, di scrivere le risoluzioni strategiche...

12. Gli operai si sentivano rappresentati dalle BR? Una Piazza Fontana era un metodo di lotta approvato per ottenere la riduzione dell’orario di lavoro? Cosa diceva il popolo?

Assolutamente no, perché piazza Fontana rappresenta il metodo stragista tipico di quella strategia della tensione che ha dilaniato il Paese a colpi di bombe, e ucciso in modo indiscriminato i cittadini. Le Bierre hanno sempre scelto e colpito degli obiettivi ben definiti, quelli considerati nemici di classe e al servizio dello Stato borghese. Peraltro, non ricordo alcuna azione dinamitarda.

E' un dato di fatto che le Brigate Rosse abbiano ottenuto un vasto consenso in larghi settori della società civile italiana. Detto questo, però, i numeri hanno sempre una grande importanza nel descrivere e analizzare un fenomeno, ancheper ridurre il livello di astrazione. La stragrande maggioranza del proletariato ha sempre scelto di restare fedele alle forme di lotta democratiche, quelle portate avanti dal partito Comunista e dal sindacato, che tra le loro fila annoveravano milioni di iscritti. Non dimentichiamoci nemmeno che uno dei fattori, assieme a tanti altri, che determinò la parabola conclusiva del partito armato, fuproprio la presa di distanza della società civile. Lo slogan "mettere un fucile in spalla agli operai" è rimasto fortunatamente soltanto uno slogan.

13. Nelle BR c’erano molte coppie (anche lei ci racconta di una coppia di terroristi), che ruolo ha la coppia nell’organizzazione? Aiuta a mantenere un equilibrio? È funzionale a cosa soprattutto?

Non saprei dire se la coppia fosse funzionale a un maggiore equilibrio. Di certo, essendo prevista la norma che vietava i rapporti sentimentali al di fuori dell'organizzazione, avere un partner all'interno, detto in modo nudo e crudo, appagava sicuramente uno dei più elementari bisogni della natura umana.

14. Esiste un aspetto positivo del fenomeno BR?

Non riesco a trovarlo perché nella fattispecie il tutto è più della somma delle singole parti.

15. Io credo che il qualunquismo della società di oggi non porterebbe mai alla nascita di un fenomeno come le BR, mi sbaglio?

È sicuramente vero questo, ma sono vere anche tante altre cose. Le Brigate Rosse come le abbiamo conosciute rappresentano un fenomeno che non ha alcuna possibilità di riprodursi. Sono mutate le condizioni sociali, quelle economiche, è mutato il contesto internazionale, sono venute meno le contrapposizioni ideologiche, e quant'altro... E poi, bisogna anche tenere in considerazione un elemento fondamentale, le moderne tecniche investigative su cui possono contare oggi le forze dell'ordine.

16. Come ultima domanda le chiedo di dire in breve ai lettori perché leggere il suo libro e se ha presentazioni in programma, se volessero incontrarla.

Bi.Erre. - I Fondatori è il primo volume di una trilogia. Credo valga la pena di leggerlo perché in questa prima parte viene affrontato un pezzo di storia troppo spesso dimenticato o dato per scontato, quello che attiene alla genesi dell'organizzazione armata. Chi sono stati i suoi fondatori, come si sono incontrati, come hanno iniziato, e via dicendo. Troppo spesso ci si concentra esclusivamente sul caso Moro, senza rivolgere una profonda attenzione verso il decennio che lo ha preceduto. Ecco, per chi volesse capire meglio ciò che c'è stato prima, questo romanzo potrebbe essere un primo step per soddisfare la propria curiosità.

Sono previste certamente delle presentazioni, la prima avrà luogo a Roma il 14 giugno alle ore 18, presso l'agenzia Dire di corso d'Italia.

Bi. Erre. I fondatori Gianremo Armeni

Editore: Paesi Edizioni

Anno edizione: 2018

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook