Elisabetta Favale
E(li's)books
10 Giugno Giu 2018 0918 10 giugno 2018

Elena Dal Pra traduttrice di due Pulitzer e molto altro. Intervista

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Ho avuto modo di conoscere Elena leggendo i romanzi di Andrew Sean Greer, dopo l’ultimo che si è aggiudicato il Premio Pulitzer, Less, ho avuto modo di entrare in contatto con lei e di passare insieme qualche ora a Vicenza per un aperitivo! (Elena è vicentina ma vive a Milano).

Ho scoperto molte cose di lei, per esempio so che è stata “researcher and fixer per la produzione” del film Theater of life di Peter Svatek (vi copio il link In fondo alla pagina) e che ha appena finito un altro film sempre di produzione canadese.

Tradurre è solo una delle sue attività.

Sorridente, aperta, ironica, Elena mi è piaciuta tantissimo e quindi vi racconto qualcosa di lei!

1) Ti ho conosciuta e apprezzata per aver tradotto Greer, mi piacerebbe mi raccontassi di te, di come hai cominciato e degli autori che traduci, per farti conoscere dal pubblico.

Da bambina leggevo e scrivevo molto, sognavo di diventare scrittrice. Tradurre è un modo di scrivere “per procura", per così dire; e anche a scuola, banalmente, mi dava piacere. Il primo tentativo di traduzione non scolastica è stato prestissimo, in prima media: La perla di Steinbeck, impostomi da mia zia perché imparassi l’inglese; ma è rimasto un caso isolato. In editoria ho cominciato dalla lessicografia, sono arrivata alla traduzione via Zanichelli: avevo scritto per loro dei testi su alcuni lemmi e i relativi sinonimi, un lavoro per me magnifico che costringeva a una riflessione stringente sullo stile; ne è nato un contatto con un grande editore, e così ho iniziato. Per un po’ ho tradotto anche varia e saggistica, e poi man mano ho finito per dedicarmi solo alla narrativa. Per una decina d’anni l’ho fatto a tempo pieno, o comunque accostando la traduzione solo a lavori sui dizionari, poi ho deciso di… uscire di casa.Per sei o sette anni ho smesso del tutto, ero passata dall’altra parte della scrivania, a fare l’editor di dizionari e enciclopedie in Mondadori; poi ho ripreso ma mai a tempo pieno, adesso cerco di non tradurre più di un romanzo all’anno, e ho diversificato molto le mie attività. Di Greersono riuscita a tradurre quasi tutto, ma facendo anche altro non sono sempre disponibile, per cui purtroppo non ho altri autori che riesco a seguire di libro in libro.

2) Qual è l’aspetto più bello e quale il più brutto del tuo lavoro?

Sono un po’ i due lati della stessa medaglia. Mi piaceprofondamente della dilatazione del tempo quotidiano, la sensazione di permanere stabilmente in un luogo, che poi è(anche) il testo, il rifugiarsi nella concentrazione solitaria, ma sorretta dalla piattaforma della scrittura altrui. E nello stesso tempo mi pesa l’assenza di scansione del tempo, perché le giornate e i mesi vengono totalmente invasi dalla traduzione, che pare dilagare e occuparne tutti gli interstizi, anche nei momenti in cui non stai traducendo; e soffrol’assenza di contatti e di dinamicità, e anche il ricalcare così a lungo un pensiero altrui, senza esercitare altre funzioni del cervello. È un’attività claustrale, che porta davvero ad alienarsi un po’ dalla vita normale, e in quest’alienazione c’è sia del piacere che della fatica, del patimento. È una stasi che se non inframmezzata da altro per me diventa compressione, quindi cerco di bilanciare. E poi tradurre è un hobby molto costoso, per così dire, nel senso che è tempo troppo mal pagato.

3) Quando, secondo te, una traduzione può dirsi ottima?

Quando riesce a provocare nel lettore un piacere simile, e non solo per intensità, a quello che prova chi legge l’originale – senza tradire il significato, naturalmente. Quando le emozioni che i due testi evocano sono analoghe.Il traduttore ha la responsabilità del piacere dei lettori, oltre che quella verso l’autore e anche verso il testo, che quando mi viene affidato io personalmente percepisco un po’ come una creatura viva e indifesa. E quando si ha la sensazione di riuscire a trasmetterlo si prova una felicità in effetti piuttosto pervasiva.

4) Nel tuo lavoro il cosiddetto “gender pay gap” c'è o la situazione è più paritaria?

Non che io abbia mai notato. Le tariffe sono bassissime per tutti, anche al meglio del mercato, rispetto al tempo che una pagina, direi di qualsiasi livello, richiede. Forse anche per questo ci sono molte più traduttrici che traduttori, perché l’uomo tradizionalmente punta, o puntava, a mestieri garanti di entrate un po’ più solide.

5) Quando un traduttore può dire di aver “fatto il salto”?

Se parliamo di salto economico, mai. Anzi, magari si guadagna un po’ di più traducendo libri semplici che traducendo un testo difficile per un compenso a cartella magari doppio e che però richiede un tempo dieci volte superiore. Di traduzione letteraria non si campa, e questo io credo sarebbe doveroso dirlo chiaramente ai tanti studenti dei corsi di traduzione. Dal punto di vista del riconoscimento in generale, ho l’impressione che le cose rispetto a una ventina di anni fa siano un poco migliorate – e forse lo si deve anche alla rete.

6) Si può parlare di stile per le traduzioni?

In teoria l’obiettivo principe del traduttore è quello di ridare corpo, direi di resuscitare l’autore in un’altra lingua, e quindi di mimetizzarsi, sciogliersi in lui, nel suo stile e nel tessuto della sua scrittura, fino a essere invisibile. Quindi, ecco, se l’invisibilità è l’obiettivo, non ci dovrebbe essere uno stile personale di un traduttore. Nello stesso tempo si tratta di un obiettivo irraggiungibile, proprio per la natura del linguaggio, e si riesce sempre al massimo a “dire quasi la stessa cosa”, per citare un saggio di Eco sull’argomento; insomma, la traduzione è pur sempre interpretazione di un testo scritto da altri, un po’ come lo è l’esecuzione di una partitura o la recitazione di una pièce teatrale, pur con gradi di libertà diversi. E dato che non è una tecnica esatta, ma un’attività de tutto individuale – e infatti due traduzioni uguali all’altra non possono esistere - e direi quasi vocazionale, sì, in qualche modo uno stile del traduttore esiste.

7) Si fa l’editing ai testi tradotti?

L’editing, o meglio la revisione delle traduzioni è assolutamente fondamentale: dopo tanti mesi su un testo l’occhio e l’orecchio del traduttore possono sclerotizzarsi su soluzioni non ideali, magari troppo aderenti all’originale. E le scadenze sono sempre troppo strette per lasciarsedimentare e rileggere con ritrovato distacco e agilità. Ma in ogni caso è bene che l’ultimo sguardo sia di un terzo – un po’ per lo stesso motivo per cui sarebbe sconsigliabile cheun chirurgo operasse un proprio figlio. È fondamentale però che il revisore sia realmente bravo, magari traduttore o scrittore in proprio. E che entrambi, traduttore e revisore, abbiano realmente a cuore il testo più che la propria “autorialità”.

8) Quante ore al giorno lavori?

Quando traduco a tempo pieno, oltre le sei ore non rendo. È un lavoro estremamente impegnativo, sono ore da cui si esce frastornati mentalmente e fisicamente anchilosati.

9) Il libro che vorresti assolutamente tradurre e perché

Qualche anno fa rispondevo All passion spent, di Vita Sackville-West – che però è già tradotto magistralmente. Non mi viene in mente un titolo specifico, ma mi piacerebbe un libro lirico, di sottigliezze psicologiche, e possibilmente con un certo numero di dialoghi, perché amo molto tradurre il parlato. Di ambientazione contemporanea e senza eccessive esibizioni virtuosistiche nel lessico.

10) Si può tradurre indifferentemente tutto o ci si specializza in un genere? Mi spiego: tradurre narrativa, poesia, saggistica è la stessa cosa?

No, è diversissimo. Dipende naturalmente dai testi, ma direi che la narrativa richiede, oltre che sensibilità per il registro e maestria nell’uso del lessico, un grande senso del ritmo e una tendenza all’immedesimazione, all’empatia. Un certo afflato. Tradurre saggistica è un’attività più asciutta, e implica altre difficoltà, legate più alla conoscenza del tema e alla serie talvolta interminabile di controlli di fonti, traduzioni di testi citati ecc.; in questo il web è di enorme aiuto, una volta alcune cose erano fisicamente irreperibili. Tradurre poesia secondo me è cosa da poeti; libera o meno, deve cantarti la metrica dentro.

11) A chi vuole intraprendere questo lavoro cosa ti senti di suggerire?

Di organizzarsi in modo da avere un’altra fonte seria di reddito. La traduzione letteraria può essere un’integrazione, ma non lo zoccolo su cui far poggiare una vita con necessità e obblighi post-studenteschi.

12) La tua soddisfazione più grande è stata quando...

Quando Einaudi mi ha inoltrato una mail alla redazione di Helen DeWitt, l’autrice de L’ultimo samurai, una traduzione in cui mi sono immersa fino all’oblio di me stessa, in cui lei diceva che se mi avesse conosciuta prima di concludere il libro l’originale sarebbe stato migliore. Un’esagerazione assoluta, ma dato il mio amore per quel romanzo mi aveva fatto immensamente piacere. E poi quando ho alzato la cornetta e dall’altra parte il revisore – ottimo traduttore in proprio – di un’altra mia traduzione, finita la rilettura ha esordito: “Ma tu non traduci Anita Brookner: tu sei Anita Brookner!”. Insomma, soddisfazioni al mondo d’oggi un po’ da pazzi.

13) Ci sono molti scrittori/ traduttori in Italia, invece non mi vengono in mente in mente scrittrici/traduttrici, è una mia impressione o è una cosa più frequente per gli uomini (almeno da noi)?

Adesso che me lo dici pare anche a me. Forse ancora adesso l’uomo è più protagonista, e la donna si espone meno, e quindi tende di più a restare nella zona d’ombra tipica del traduttore?

14) Hai un libro nel cassetto?

No. Amo molto scrivere, in italiano e ultimamente ancor più in inglese, e fino a qualche anno fa ho scritto quasi quotidianamente lettere – abitudine peraltro poi purtroppo scorciata dall’avvento dell’email e messaggistica varia. Non mi pare di avere la potenza di immaginare mondi. E forse adesso nemmeno la costanza per scrivere altro. E poi mi accorgo di avere in molti ambiti della vita una vocazione da “vice”; forse è una paura di mettermi in gioco, della definitività, chissà.

15) Il tuo libro cult

Il primo romanzo, divorato a sette anni: “Piccoli uomini”, di Alcott. Oltre ad avermi spalancato il regno della lettura, allora una specie di foresta fiabesca e insospettata, si è talmente inscritto nella mia carne che credo che alcuni dei suoi temi abbiano determinato mie scelte personali di vita anche a distanza di decenni. Una specie di trauma infantile.

16) Infine: aver tradotto un libro e un autore che hanno vinto il Pulitzer cosa ha significato per te? Ci sono “ricadute “ positive sul tuo lavoro o rimane tutto come prima?

Ancora non posso dirlo: dopo Less sono stata impegnata in tutt’altro - preparazione e riprese di un documentario canadese - e non ho ancora ripreso a tradurre. Per ora mi ha procurato molta allegria: conosco Andrew Greer da quando ho tradotto il suo primo libro, nel 2004, siamo quasi coetanei e ci ricordo “ragazzi” – anche se già non lo eravamo più. È una contentezza legata anche alla lunga conoscenza personale. E poi mi sta procurando molti complimenti: ma il Pulitzer l’ha vinto l’originale, mica la traduzione!

I FILM

Theater of life di Peter Svatek

L'opera, che è già un cult, svela i retroscena di un progetto sociale e di solidarietà unico nato in seno a Expo 2015 con l'obiettivo di offrire menù speciali creati a partire da scarti alimentari ai senzatetto delle periferie di Milano.

https://m.youtube.com/watch?v=7aNr1EzSnhw

https://m.youtube.com/channel/UCOobMo0auhAVAj4z3uLcB8g

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