Francesco Carini
Homo sum
11 Giugno Giu 2018 0001 10 giugno 2018

Ridare peso agli intellettuali impegnati per combattere l'ignoranza e riavvicinarli agli italiani

Libri

di Francesco Carini

L’anti-intellettualismo si é insinuato come una traccia costante nella nostra vita politica e culturale, alimentato dal falso concetto che democrazia significhi la mia ignoranza vale quanto la tua conoscenza (Isaac Asimov, da “Un culto dell’ignoranza”, Newsweek, 1980).

Nell’era dei reality che rendono pubblici aspetti della vita quotidiana che normalmente ricadono nel privato e di talk show in cui ognuno dice la propria su tutto (da banalità a situazioni complesse), si é insinuata sempre di più come un virus per l’intelligenza umana la pretesa fintamente “democratica” di poter dare un’opinione su ogni cosa (anche su argomenti in cui ci vogliono anni di studio), assimilando il parere dell’uomo o della donna qualunque a quello di un esperto in una data materia, con la stessa faciloneria con cui si spara a zero o si fantastica sulla vita di personaggi più o meno famosi o si sparla del vicino e del conoscente della porta accanto.

Naturalmente, ci si trova di fronte a una situazione di pericolo reale, amplificata dalla cassa di risonanza dei social network, in cui il basso opinionismo, le citazioni decontestualizzate e i motti riescono tranquillamente a mettere in minoranza i pareri di studiosi, certamente più complessi e meno semplicistici rispetto alle reazioni di pancia guidate dalla totale assenza di razionalità o conoscenza del cittadino comune, che non di rado offendono la sensibilità e la competenza altrui, in quanto dotate dell’inconscia pretesa che (citando Asimov) la propria ignoranza valga quanto l’altrui conoscenza o probabilmente anche di più, perché può scattare il meccanismo balordo: «se la massa la pensa in un determinato modo vuol dire che é vero», per la serie: «se il gregge di pecore si butta da una rupe, mi ci fiondo pure io». Anche se i latini dicevano più semplicemente: «asinus asinum fricat», tradotto meravigliosamente in siciliano con: «u sceccu si strica cu sceccu» (in italiano: l’asino si strofina a un altro asino).

In aggiunta a ciò, le mai defunte leggende metropolitane prendono sempre più piede attraverso Internet, straordinario strumento che (citando Umberto Eco), come controindicazione: «ha dato diritto di parola agli imbecilli che prima parlavano solo al bar e venivano messi subito a tacere», cosa non sempre vera, dal momento che c’è da valutare in quale ambiente e contesto parlavano questi imbecilli, fosse appunto un locale pubblico o anche un’abitazione privata, dove l’ignorante dannoso come la peste può essere assimilato a una brava persona e la gente preparata e perbene o davvero informata a un malvagio snob. Pertanto, Internet ha dato maggiore peso alla voce di chiunque, ma di certo l’ignoranza c’è sempre stata ed ahimè spesso e volentieri non é stata messa a tacere, tutt’altro.

In questa situazione, il giornalismo e il mondo dei media in generale, consci della loro importanza anche dal punto di vista educativo oltre che informativo, dovrebbero agire maggiormente in modo da non alimentare e porre un freno a un dilagante e pericoloso opinionismo, che ha poco di democratico e molto di oclocratico (dove con questo termine ci si riferisce in senso lato ad Oclocrazia, cioè potere della massa, quindi la degenerazione della democrazia stessa).

Nel secondo libro de La democrazia in America, Tocqueville sosteneva che i giornali fossero l’ancora di salvezza della società stessa (in quanto organizzazione formata da più individui che stanno insieme), potendo diffondere in poco tempo contemporaneamente un messaggio fra molti. Praticamente costituirebbero una sorta di collante per una società più egualitaria, in cui l’uomo-massa ha rappresentato la cellula di un’urbanizzazione sempre più importante (quasi selvaggia), e dove l’individualismo eccessivo potrebbe rappresentare una minaccia alla coesione sociale.

Pertanto, il giornalismo assume una funzione basilare per tenere in piedi gli equilibri di una società. Fin dalla sua nascita con le prime gazzette del ‘600, esso si sviluppa come veicolo di diffusione di ciò che accadeva nel mondo, permettendo di regolarsi all’interno di un tempo e soprattutto nello spazio.

Hegel sosteneva che leggere i giornali era assimilabile a una preghiera laica del mattino, come orientamento prima di tuffarsi all’interno dei meccanismi del mondo. Così, come scrive ne Il secolo dei media il prof. Ortoleva (Università degli studi di Torino), il contatto con la realtà è mediato da una sequenza di narrazioni la cui lettura diventa quasi un rito a bassa intensità, inteso come atto di consumo ripetuto nel tempo da un fruitore.

Le notizie diventano quindi fondamentali per orientarsi ed orientare, influenzando lettori di ogni estrazione sociale. Ma qual’è la linea di confine che si dovrebbe tenere fra la necessità di vendere fatti e l’effettiva analisi razionale su di essi, contestualizzandoli e sviscerandone aspetti che vadano aldilà del destare semplice curiosità o provocare la conseguente reazione di pancia del lettore?

Già nel secolo scorso un intellettuale come Giuseppe Prezzolini restava colpito da come il giornalismo moderno fosse caratterizzato dal prevalere dell’interesse per la singola notizia piuttosto che dall’analisi della causa e di come il cronista o l’uomo scoop fosse tenuto più in considerazione rispetto all’uomo di idea che scriveva l’articolo di fondo, situazione resa ancor più drammatica oggi con il fruitore medio assimilabile ad un divoratore di notizie piuttosto che ad un fruitore di contenuti.

A parte quest’ultimo aspetto, che può essere considerato una diretta conseguenza del mercato e della prevalenza di determinate categorie di consumatori rispetto ad altre, diventa essenziale comprendere qual’è la linea di separazione fra il fine informativo e la necessità di “vendita” del servizio. Daniel Boorstyin nel suo libro The Image, sostiene: «[…] il cronista di successo è colui il quale sa trovare una storia anche se non ci sono terremoti o assassini o guerre civili. Se non trova una storia da raccontare, deve fabbricarsene una […]». Dunque, in una società dove sta diventando sempre più dirompente (e distruttiva) la funzione degli haters, quale ruolo dovrebbero avere i giornali (in particolare quelli online), e più in generale il variegato mondo dei mass media?

La quantità di notizie che circolano sul web è talmente elevata che è molto difficile fare una cernita e soprattutto analizzare i fatti concreti attraverso una visione d’insieme, estraniandosi dalla morbosa attenzione del pubblico per il particolare, in cui il coro dei “vergogna” o “schifo” si accompagnano a condivisioni e retweet di notizie false o di titoli montati ad hoc, che non di rado non corrispondono ai contenuti del pezzo stesso.

Tocqueville, quasi profeticamente, nonostante la sua successiva fiducia nel giornalismo, nel primo libro de La democrazia in America (1830), analizzava come lo spirito del giornalista nel Nuovo Mondo consistesse: «nello stimolare grezzamente, senza garbo né arte, le passioni del suo pubblico, nel trascurare i princìpi per impadronirsi degli uomini, seguirli nella vita privata e metterne a nudo le debolezze e i vizi».

In tal modo, lo scatenamento di macchine del fango organizzate e amplificate esponenzialmente attraverso i mass media può influire senza ombra di dubbio sulla formazione delle future generazioni. Evitando di generalizzare e lasciando da parte lotte fratricide, probabilmente è arrivata l’ora di fare in modo che il giornalismo ridiventi prepotentemente in toto (come già avviene in molti casi) il veicolo attraverso cui: formare, costruire e non solo demolire, diffondere cultura e non fermarsi soltanto al sospetto, seminare speranza e non solo impaurire, denunciare e raccontare sempre il vero, ma senza ingigantire oltre il dovuto piccoli fatti che riguardano povera gente (immigrati o indigenti) e senza tacere sui veri freni al progresso e sui diritti violati (soprattutto quelli sociali).

Se ci si trova davanti ad una situazione di degrado culturale di dimensioni epiche, lo si deve anche a una disuguaglianza socioeconomica di base, che si riflette indubbiamente in minori consumi rivolti alla cultura e all’istruzione, e a un sovente “rifugiarsi” in un’eterna distrazione che trova in: commenti aggressivi a situazioni che si ignorano, programmi spazzatura, visualizzazione di Fake News (o quasi) o di eterne carrellate di video caricati sul web, una valvola di sfogo a un’esistenza povera di speranze e soddisfazioni e, ahimé, carica di invidia (indipentemente dalle condizioni economiche reali).

Alla resa dei conti, non c’è vizio che nuoccia tanto alla felicità dell’uomo come l’invidia. Cartesio

Il giudice Bonifazi (Ugo Tognazzi) nel capolavoro In nome del popolo italiano rimproverava un suo collega di avere «l’eccesso di zelo di chi ha scarsa indipendenza morale», applicando pene severissime su un uomo che aveva rubato un chilo di albicocche e tentando invece di convincerlo ad insabbiare lo scandalo del ricco e potente ingegner Santenocito (interpretato da Vittorio Gassman). Il giornalismo (in particolare quello online), che ha anche il dovere di non amplificare fatti o “edulcorare” contenuti per vendere o ottenere più visualizzazioni (scatenando non di rado l’odio verso una comunità, dallo sport alla politica, sino a giungere a importanti temi come l’immigrazione), ha un grande ruolo e le funzioni che lo caratterizzano non possono essere sprecate per attaccare avversari o costruire nemici partendo da antipatie o gente disperata (di qualsiasi condizione o nazionalità essa sia), con il rischio di manipolare la notizia, in situazioni che tanto ricordano Sbatti il mostro in prima pagina, con lo straordinario Gian Maria Volonté a dominare la scena.

Facendo così si rischia di allontanare dal più grande strumento democratico e dalla società i pochi intellettuali impegnati socialmente e politicamente (uno fra i più importanti motori del progresso di una civiltà), che si rivolgeranno ad un pubblico sempre più selezionato e ristretto, chiudendosi a ben ragione in torri d’avorio, in modo da evitare di restare invischiati nelle sabbie mobili del più grottesco opinionismo, dello scandalo a tutti i costi, della post-verità e delle notizie basate sul pettegolezzo o sulle divisioni per interessi, che nella maggior parte dei casi non riguardano la stragrande maggioranza di un popolo, pronto però ogni mattina ad assistere e/o a partecipare dalla comoda posizione del proprio wc ad una "rassegna stampa” attraverso i post presenti sulla home di un social network, che lo fa sentire parte di una comunità per mezzo di: un’emoticon, un mediocre sarcasmo (se va bene) o un insulto, rendendo meno pesante l’inconscia ammissione (o totale mancanza di cognizione) della propria impotenza nel contare davvero qualcosa in una società tanto interconnessa quanto diseguale, atomizzata, impoverita (sotto tutti i profili) e incattivita.

L’unico pericolo sociale è l’ignoranza. Victor Hugo

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