Elisabetta Favale
E(li's)books
14 Giugno Giu 2018 1251 14 giugno 2018

Torna il Festival di Ventotene, Gita al Faro 21 - 24 giugno 2018

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"Scrittrici e scrittori confinati per sei giorni sull'isola di Ventotene, a scontare il loro privilegio: essere scrittrici, essere scrittori.
Condannati a esercitare il dono supremo dello sguardo, quell'attenzione mirata che genera storie...
"

La Direzione artistica è affidata, come sempre, a Loredana Lipperini, giornalista e scrittrice, Loredana collabora da molti anni con le pagine culturali di “la Repubblica” e “Il Venerdì” ed è fra i conduttori di Fahrenheit su Radio Tre.

Ha pubblicato: Invito all’ascolto di Johann Sebastian Bach (Mursia, 1984), Don Giovanni (Editori Riuniti, 1987; Castelvecchi, 2006), Mozart in rock (Sansoni, 1990; il Saggiatore, 2006), Generazione Pokémon (Castelvecchi, 2000), La notte dei blogger (Einaudi Stile Libero, 2004).

Feltrinelli ha pubblicato Ancora dalla parte delle bambine (2007), Non è un paese per vecchie (2010) e Di mamma ce n’è più d’una (2013). Nel 2013 Laterza ha pubblicato L’ho uccisa perché l’amavo, scritto con Michela Murgia. E ancora Pupa con illustrazioni di Paolo d’Altan per Rrose Sélavy nel 2013, Questo trenino a molla che si chiama il cuore per Laterza nel 2014, Schiavi di un dio minore, con Giovanni Arduino per Utet nel 2016 e L’arrivo di Saturno per Bompiani nel 2017.

Il programma di quest'anno vede coinvolti:

giovedì 21 giugno ore 22.00 Libreria Ultima Spiaggia - Giusi Marchetta, Dove sei nata e Laura Pugno, La metà di Bosco

venerdì 22 giugno ore 22.00 Libreria Ultima Spiaggia - Stefano Bartezzaghi, Parole in gioco, Veronica Raimo, Miden e Romana Petri, Il mio cane del Klondike

sabato 23 giugno ore 18.00 Libreria Ultima Spiaggia - Maurizio De Giovanni, Sara al tramonto

Ma trovate tutti i dettagli su www.gitaalfaro.it

Io voglio regalarvi un estratto del libro di Laura Pugno, La metà di Bosco - Marsilio editore

"Salvo Cagli aprì gli occhi e il sole era accecante sull’acqua, il giorno ormai si era alzato. Doveva essersi assopito sul ponte del ferry che lo portava a Rodi. Da quando era cominciata la sua insonnia, gli capitava ormai di addormentarsi soltanto così, per una manciata di minuti dovuta allo sfinimento del corpo. Quando aveva lasciato la cabina portandosi dietro il bagaglio – aveva soltanto uno zaino con il cibo e lo stretto indispensabile –c’era una luce bianca e il mare era color ossidiana, anche se in distanza s’intravedeva già terra. Era già luglio e la giornata si annunciava calda e chiara. Di lì a pochi minuti anche gli altri passeggeri del ferry – ancora meno di quanti Salvo si aspettasse, in realtà – sarebbero usciti sul ponte a guardare l’isola di Rodi avvicinarsi, o avrebbero iniziato la discesa nelle profondità della nave per portare fuori le auto, subito dopo l’attracco. Chissà se a Rodi si trovava ancora la benzina.

Già si intravedeva il porto dell’isola in distanza, ma non c’era traccia dell’attività che Salvo ricordava dall’ultima sua visita con Kostas, anche se da allora era passato tanto tempo, erano ancora entrambi studenti a Medicina. Qui e là si intravedevano capannelli di gente in attesa della nave, e in mezzo grandi spazi vuoti. La crisi in Grecia, iniziata anni prima, era ormai fuori controllo. Quanto l’Unione Europea aveva potuto fare era servito soltanto a salvare una parvenza di Stato sulla terraferma, ma sulle isole la cosa era diversa, o almeno così gli aveva raccontato Kostas. Ultimamente era tornato spesso in Grecia, per sorvegliare il patrimonio di famiglia – i Lazaridis erano sempre stati ricchissimi e ricchissimi erano rimasti, crisi o meno – trascurando la sua professione di medico.

Salvo e Kostas erano colleghi al Sant’Efisio, anche se da Medicina Interna Salvo era stato da poco trasferito, con un’ironia che ora gli appariva chiarissima, alla nuova Unità del Sonno. Qualche settimana dopo, come per i suoi pazienti, anche per lui il sonno era diventato un ricordo, minando la sua credibilità e facendolo passare per inaffidabile agli occhi del primario, il professor Vicedomini. Per un po’ Salvo aveva cercato di ignorare il problema, di fare finta di niente, di far sparire tutto sotto la superficie della coscienza, ma ormai l’estate era nel suo splendore e l’insonnia che si era impossessata di lui da settimane faceva sì che gli fosse quasi impossibile continuare a fare quello che aveva sempre fatto: l’ospedale, la corsia, gli allievi interni, le visite allo studio, quasi tutti i giorni della settimana. Era persino arrivato a credere, con la lucidità appannata dalla stanchezza, che la sua insonnia dipendesse dall’insolita attività delle macchie solari – risvegliatesi di colpo – che quell’estate occupava le pagine di scienza dei quotidiani.

Contro il nuovo nemico, Salvo aveva messo in atto tutto il repertorio di tecniche che conosceva e che insegnava ai suoi pazienti, igiene del vivere e del dormire, cambiamenti di alimentazione e di abitudini. Si era sottoposto nel suo stesso reparto, con la complicità di un paio di infermieri fidati, a monitoraggi approfonditi dei cicli del respiro e dell’attività cerebrale, aveva trascorso notti – beninteso insonni – steso su una brandina con gli elettrodi attaccati al corpo e alla testa, ma non era servito a nulla. I suoi esami, i suoi risultati, erano tutti meravigliosamente normali. Si era sottoposto a tac e risonanza magnetica, senza scoprire nulla, aveva persino, con un filo di vergogna, fatto ricorso all’agopuntura, a cui non voleva credere, senza che servisse a niente. I farmaci erano stati l’ultima risorsa, che avrebbe preferito evitare – come molti medici in realtà diffidava delle medicine – ma anche quelli, dopo un miglioramento iniziale, si erano rivelati inutili. Si era assuefatto prestissimo e aveva lasciato perdere. Era come se il suo corpo rifiutasse di cedere, il respiro restava contratto nel torace senza che le tecniche di rilassamento riuscissero a sbloccarlo, la mente continuava a correre impazzita.

Il Sant’Efisio a Roma era un ospedale vecchio, della stessa epoca dell’Umberto I, con padiglioni color ocra ormai quasi fatiscenti e dentro – come innesti di piante tropicali, bellissime e aliene, in una vegetazione originaria – edifici contemporanei tra cui l’Unità di Medicina del Sonno, che era stata realizzata con un miracoloso finanziamento europeo ed era fornita di dotazioni all’avanguardia. Quando Salvo a fine giornata usciva dall’ospedale, la luce del sole calante si rifletteva magnifica sui cristalli curvi della struttura. Intorno, nei giardini disordinati del Sant’Efisio, la colonia di gatti aspettava la razione serale di cibo. Per Salvo quello era sempre stato il momento preferito della giornata, ma ora l’idea di tornare a casa gli instillava angoscia.

La notte, il suo appartamento era percorso da un vento fresco da una parte all’altra, bastava lasciare aperte certe finestre e l’aria sembrava diventare una cosa viva, ma neanche quello gli dava sollievo. Il pavimento era coperto da un parquet consunto lasciato dai precedenti inquilini. La superficie era raschiata e graffiata e a volte, quando Salvo girava a piedi nudi, qualche scheggia gli si conficcava nella carne, ma per lui quel parquet faceva parte della casa e si era sempre rifiutato di cambiarlo. Il contatto col legno, in quelle notti insonni, aveva qualcosa di rassicurante. Affacciato alla ringhiera del terrazzo spoglio dove non era mai riuscito a far crescere neanche il rosmarino, solo un paio di cactus in vaso che sembravano destinati a resistere fino alla fine dei tempi contro qualsiasi forza umana o naturale, Salvo contava le luci nelle finestre delle case, le guardava spegnersi man mano che si avvicinava l’ora più profonda.

Solo all’alba, quando il cielo diventava color latte, qualcosa gli si scioglieva dentro e si addormentava per momenti che gli sembravano brevissimi. Non è possibile andare avanti così, si diceva, non per lunghi periodi di tempo. Il mio corpo mi sta ingannando, dorme e io non me ne accorgo, è un’attività cerebrale superficiale che mi fa credere di non aver chiuso occhio, l’ho visto succedere tante volte ai miei pazienti. Eppure, gli esami non facevano chiarezza. Salvo aveva provato a trasferirsi per qualche giorno in hotel, o a casa di amici, ma non era servito a nulla.

Le uniche notti, dall’inizio dell’estate, in cui era riuscito a prendere sonno erano state quelle in cui sua figlia, Lili, era rimasta a dormire a casa sua. Era stato poco prima che compisse undici anni. Adele, la sua ex, doveva partire con il nuovo compagno. La madre di lui si era sentita male improvvisamente, viveva da qualche parte nel Nord Italia, e Adele non aveva voluto portarsi dietro la bambina, non era ancora il momento. Era bastata la sola presenza di Lili raggomitolata sul futon della sua nuova stanza, che avrebbero dovuto arredare insieme e che era ancora quasi vuota – Lili con gli auricolari nelle orecchie, la pelle trasparente ereditata dalla madre coperta di lentiggini chiare, i capelli biondi aggrovigliati che le creavano intorno un’aureola di splendore di cui lei, bambina precoce, era miracolosamente ancora inconsapevole – per far sentire a Salvo il corpo pesante, la mente sommersa dall’acqua. Sua figlia dormiva il sonno intatto dell’infanzia ed era come se lo avesse contagiato. Lili era diventata il suo farmaco. Né a lei né a Adele aveva detto niente dell’insonnia di cui ormai soffriva da settimane. Non voleva servirsi di Lili, della pace che portava con sé. Sua figlia era l’unica persona o cosa che gli facesse provare un sentimento simile al sacro. Finché era possibile, finché non fosse diventata grande, tra loro doveva restare così.

La separazione da Adele risaliva ormai a sette anni prima, quando Lili era ancora piccola. Salvo non ricordava di aver provato dolore, il loro legame si era lentamente sfilacciato fino a non lasciare segni sulla carne. Ricordava invece la sofferenza fisica della mancanza di sua figlia. Ironicamente, dato che, nel modo più banale, erano state proprio le continue assenze legate alla professione ad allontanare Adele e a fargli perdere – così pensava, anche se non l’avrebbe ammesso ad alta voce – Lili. Come lui, Adele era medico, ma riusciva a mantenere un equilibrio, e Salvo l’aveva sempre ammirata per questo. Quando lui tornava a casa con la storia di un paziente addosso, la sua vita o la sua morte conficcata nella mente, ancora adesso sentiva la voce di lei: devi farti lavagna, gli diceva. Loro scrivono su di te e tu cancelli. Non era servito. Certo, lui e Adele andavano d’accordo, l’affido di Lili era stato condiviso, ma nella sua mente la parola era: perdita. Salvo aveva accarezzato a lungo l’idea di restare insieme solo per tenersi vicino sua figlia, ma non sarebbe stato giusto, Adele non se lo meritava. Lontano da lui aveva ritrovato la sua bellezza, la voglia di vita, e allora davvero andarsene era stata l’unica decisione da prendere. Salvo si fidava di Adele più che di se stesso, sapeva che era incapace di fare del male.

Quando, dopo qualche giorno, Adele era rientrata a Roma e Lili se n’era andata, per Salvo il contraccolpo era stato brutale. L’insonnia era tornata, più forte. Le attività quotidiane sfumavano sempre di più in una nebbia. Gli sembrava di non riuscire a formare nuovi ricordi, in corsia viveva ormai nel terrore di sbagliare. Aveva chiesto di farsi mettere di nuovo nei turni di guardia notturni, quelli che di solito toccavano agli ultimi arrivati, sostenendo di aver bisogno di soldi. Aveva raccontato il meno possibile di quello che gli stava succedendo, anche se ormai in ospedale giravano voci. Addirittura, si diceva che avesse una malattia grave, un brutto cancro, qualcosa di peggio. La fantasia dei giovani medici, da questo punto di vista, era sfrenata.

Era andata avanti così per settimane, finché Vicedomini, il primario, aveva convocato Salvo nel suo studio. Era un uomo noto per la sua durezza, che non gli aveva mai rivolto più di uno sguardo e quattro parole di seguito, ma quella volta era stato insolitamente gentile. «Non creda alle storie che ci raccontiamo tutti, Cagli, un medico ferito non può guarire gli altri. Prenda tutti i suoi arretrati, si riposi. Tornerà e starà bene» gli aveva detto, nel tono di un ordine.

Salvo era uscito dalla stanza intontito, barcollando sui suoi passi, infinitamente sollevato. Ora doveva solo capire dove andare a leccarsi le ferite."

In bocca al lupo a Loredana Lipperini che avrà fatto un bellissimo lavoro come sempre e buon divertimento a tutti i partecipanti e agli autori.

elisabetta

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