Elisabetta Favale
E(li's)books
26 Giugno Giu 2018 1632 26 giugno 2018

Compulsion di Meyer Levin - Recensione

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Questa “non fiction novel” di Meyer Levin mi ha tenuta attaccata alle pagine dall’inizio alla fine, letto in tre giorni nonostante superi le 500 pagine (592)! Scritto nel 1956 in Italia pubblicato da Adelphi nel 2017 (tradotto egregiamente da Gianni Pannofino) Sì “Compulsion” è stato scritto prima di “A sangue freddo”!.

Come nel capolavoro di Truman Capote, anche qui ci sono due assassini che l’autore conosce perché compagni di università, Levin ha seguito il caso divenendo uno dei protagonisti (fu lui per pura fortuna a trovare le prove che portarono a scoprire gli assassini) mentre lavorava come apprendista giornalista. Trent’anni più tardi, gli fu chiesto di intervistare uno degli assassini, Nathan Leopold (Richard Loeb è morto in carcere) perché il tribunale doveva decidere se concedergli la libertà condizionata o meno, così Levin prese la decisione di scrivere il libro ripercorrendo tutta la vicenda.

Il delitto fu compiuto il 21 maggio 1924 e tutti i protagonisti erano ancora minorenni. Sid (voce narrante ed alter ego di Levin) frequenta la stessa università degli assassini (nel romanzo, ha preferito cambiare i nomi in Judd Steiner e Artie Strauss). Tre ragazzi prodigio, già laureati a diciott’anni, Judd e Artie sono figli di ebrei milionari, Sid invece lavora come giornalista di cronaca nera. Siamo a Chicago, una città violenta dove Al Capone stava prendendo potere e seminando terrore, eppure quell’omicidio colpì moltissimo l’opinione pubblica perché non aveva nessun movente. I due avevano ucciso un tredicenne per un esperimento. La vittima era a sua volta figlio di una famiglia ricca di ebrei, compagno di giochi del fratellino di Artie, venne scelto a caso, volevano compiere il delitto perfetto e come il superuomo nietzschiano, sarebbero stati al di sopra della legge, un delitto volto solo a confermare che loro potevano tutto.

Ma il piano, una vera e propria “folie à deux”, si rivelò ovviamente imperfetto.

Molto bella la ricostruzione che Levin fa degli eventi, la narrazione che ha un taglio giornalistico trascina il lettore nella vicenda, ci fa conoscere i protagonisti ma anche se stesso, ci racconta la Chicago e gli Stati Uniti di quegli anni senza tralasciare gli echi della follia di Hitler e l’ascesa di Mussolini.

La cultura ebraica, il ruolo della donna, l’organizzazione familiare e le istituzioni, tutto perfettamente contestualizzato nella vicenda e, cosa ancora più interessante, un bellissimo resoconto di come la psicologia venne applicata al caso sia dalla difesa che dall’accusa. Le teorie di Freud non erano ancora così note negli Stati Uniti, gli psicologi erano chiamati “alienisti” e la pena di morte veniva applicata senza mezzi termini in casi come questo per cui fu davvero eccezionale quel che avvenne.

I dubbi che Levin ebbe mentre viveva la vicenda sono i dubbi che finiscono per affliggere il lettore, presi singolarmente i due ragazzi avrebbero commesso ugualmente l’omicidio? Era giusto non applicare, per loro, la legge che prevedeva la condanna a morte?

Il fatto che fossero ricchi fu decisivo per il processo?

Io sono contraria alla pena di morte ma confesso che mi sono trovata a tifare per l’accusa!

Come in tutti i casi di processi famosi, anche qui la vittima scompare lasciando il posto da protagonisti agli assassini, bravissimo Levin che non è caduto nella trappola cinica di chi pensa allo scoop e dimentica la gravità e il dolore che la vicenda provoca in tutte le persone coinvolte.

Un viaggio triste nel “de profundis” di questi due giovani dannati, essendo una storia vera chiaramente coinvolge molto di più e non si può fare a meno di pensare a recenti fatti di cronaca di casa nostra.

Un libro appassionante, davvero!

Compulsion

Meyer Levin

Traduttore: G. Pannofino

Editore: Adelphi

Collana: Fabula

Anno edizione: 2017

Pagine: 592, Brossura

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