Elisabetta Favale
E(li's)books
10 Luglio Lug 2018 1430 10 luglio 2018

La letteratura di denuncia. Patria di Fernando Aramburu - Recensione

6A52757A A603 4BAD BECD 5A441A0C10BF

Ho aspettato diversi mesi prima di cominciare a leggere Patria, il romanzo pluripremiato di Fernando Aramburu (in Italia pubblicato da Guanda). Ho aspettato perché se ne parlava troppo, perché è un librone che supera le 600 pagine e soprattutto perché mi sentivo impreparata sull’argomento cardine del libro, il terrorismo dell’ETA e l’indipendentismo basco. La Spagna è un Paese magnifico che ha sofferto molto e la cui voce andrebbe ascoltata tenendo conto che non è una sola, è un coro piuttosto.

Le mie esitazioni sono state superate grazie al fatto che ho cominciato a leggere gli articoli che Aramburu scrive su El Pais, ho cominciato a seguirlo su Twitter e la sua ironia, il senso dell’umorismo, l’entusiasmo, confesso, mi hanno fatto sentire l’esigenza di acquistare Patria.

Come dicevo, l’argomento è complesso, probabilmente il mezzo milione di spagnoli che hanno comprato il libro sono riusciti a cogliere più profondamente le tematiche affronatate e ne avranno apprezzato il linguaggio, io ho impiegato un po’ a orientarmi tra i termini in lingua basca “euskara”, poi pian piano ho cominciato a comprendere e a ricordare, non senza l’aiuto di Google!

La storia oramai la conoscete tutti.

Due famiglie legate da una lunga amicizia diventano nemiche e protagoniste di un destino tragico (ognuna a suo modo), entrambe appartengono alla stessa comunità, un paesino del territorio basco di cui Aramburu non scrive mai il nome, condividono tutto, pur nelle loro differenze sociali e mai avrebbero immaginato che un giorno le loro vite sarebbero state divise dalla violenza dettata da un presunto “bene comune” a cui l’una si sacrifica e l’altra no e quindi ne diventa vittima.

Protagoniste assolute sono le due donne, le “mater familias” Miren, madre del terrorista Joxe Mari e Bittori, moglie della vittima Txato. La società di cui racconta Aramburu è una società in cui emergono forti valori arcaici come il bene della famiglia e l’unità di questa che deve prevalere su tutto, la difesa di un figlio è una cosa naturale e qualunque cosa faccia va protetto, perfino se commette un omicidio.

Ho notato e poi sono andata a verificare, che “aita” padre, “ama” madre, “amona” nonna, “osaba” zio, quindi tutte le parole che riguardano la famiglia, sono le stesse sia in castigliano che in euskara, emblematico, lo stile di Aramburu è minuzioso, usa moltissimi aggettivi e spesso, quando vuole farci meglio comprendere il personaggio, utilizza addirittura due parole che sono tra loro complementari separandole con uno slash “ Arantxa si alzò da tavola con un impeto energico/furioso” oppure “ Li portò/ spinse fuori casa”. La storia è scritta talvolta in prima persona, quando a parlare è la voce narrante (io ho avuto spesso l’impressione che fosse lo stesso Aramburu a parlare), altre volte ricorre al discorso indiretto.

I capitoli, piuttosto brevi, non seguono un ordine cronologico, tuttavia il lettore non rimane “spiazzato” dai “salti” temporali perché ogni capitolo è concentrato su un protagonista che quindi racconta la sua storia tra passato e presente, è il personaggio la bussola del lettore.

Aramburu non ci dice neppure in che anno si svolgono i fatti, io mi sono messa con pazienza a cercare su google alcuni riferimenti storici come ad esempio la morte di Mikel Zabalza o la strage di Hipercor, l’assassinio di Miguel Angel Blanco per intuire che siamo tra la metà degli anni Ottanta e che si arriva al 2011 quando l'ETA annuncia la fine irrevocabile della lotta armata.

Non so se Aramburu volesse scrivere un romanzo politico, certo è che guardando dall’esterno il bene e il male sono presto riconducibili ai costituzionalisti (il bene) e ai nazionalisti baschi (il male), da profana non ho potuto che stare dalla parte di Bittori, della vittima, e ammetto che ho sentito l’esigenza di comprendere meglio ciò che i nazionalisti volevano davvero.

Leggendo Patria sappiamo delle torture che la polizia non ha risparmiato ai nazionalisti, ci sono alcuni cenni nel libro, ma il terrorismo non giustifica nessun ideale quindi si ha l’istinto di accettare questa versione dei fatti, la versione delle vittime.

Colpisce molto il ruolo che la Chiesa Cattolica svolge in tutta la vicenda, Aramburu lo racconta per bocca di Serapio, il parroco che dovendo scegliere da che parte stare ha scelto la lotta armata.

Patria è un romanzo malinconico, è la ricerca del perdono, è il desiderio di andare oltre le divisioni e differenze perché è di un solo popolo e di una sola nazione che stiamo parlando.

E qui sopraggiungere un interrogativo, è una domanda che io faccio spesso agli scrittori, che ruolo ha la letteratura in questo caso?

Se noi italiani possiamo godere della prosa di Aramburu e lasciarci coinvolgere dal desiderio di verità e di giustizia di Bittori, cosa hanno provato gli spagnoli che hanno letto il romanzo mi domando? Perché qui non si tratta solo di "arte" siamo su un terreno diverso, siamo sul terreno della denuncia civile, sul terreno della "ribellione" al silenzio imposto da decenni di terrore.

Se Miren e la sua famiglia e tutti i personaggi che rappresentano i nazionalisti possono rispondere a facili cliché (sono ignoranti, violenti, omofobi, maschilisti perlopiù) io dico che ci sta, che non potrei aspettarmi nulla di diverso, questo non è un saggio storico, è un romanzo e la voce di Aramburu risuona forte in fondo al libro, insieme ai suoi sentimenti.

PATRIA - FERNANDO ARAMBURU - GUANDA

standing ovations alla traduzione di Bruno Arpaia

 Iscriviti alla newsletter

Vuoi essere sempre aggiornato? Iscriviti alla newsletter de Linkiesta.it .

Quando invii il modulo, controlla la tua inbox per confermare l'iscrizione

 Seguici su Facebook