Elisabetta Favale
E(li's)books
14 Luglio Lug 2018 1513 14 luglio 2018

Il Paradiso di Esme’ Wang. News dagli Stati Uniti

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Come oramai risaputo io leggo moltissimo e siccome scelgo accuratamente cosa leggere finisco per essere sempre entusiasta delle mie letture.

Ci sono libri però che diventano una sorta di tarlo che si insinua nei pensieri e vi rimane per molto tempo, un tarlo che spinge a farsi domande o, talvolta, semplicemente a vivere le vicende come vere.

Lo scorso anno ad esempio io, come diverse altre migliaia di persone, sono stata letteralmente ipnotizzata da Una vita come tante (A little life, di Hanya Yanagihara), non credo che la prosa dell’autrice fosse qualcosa di fuori dall’ordinario, brava, certo, come molte altre. Allora cosa succede quando un libro porta migliaia di lettori a parlarne di continuo per settimane intere con chiunque, perché certe storie penetrano così profondamente? Non lo so, è quello che è accaduto con Stoner di John Edward Williams, esistono perfino blog in cui i lettori parlano di e con lui!

Perché dico tutto questo?

Perché da lettrice curiosa, appassionata di letteratura americana, scandaglio quotidianamente le pagine culturali di molti giornali statunitensi alla ricerca di autrici e autori che non sono ancora arrivati in Italia.

Cosa cerco? Il libro che “contagi”, il libro che mi trasmetta quel tarlo!

Ne ho trovato uno: The border of Paradise di una autrice americana ma figlia di immigrati cinesi, Esme’ Weijung Wang (la vedete in foto).

Esordiente, nel 2016 fu un vero caso editoriale con questo libro che è “a dark exploration of a multi-generational new American family”, la Wang scrive soprattutto saggi, si dedica allo studio dei disturbi psichiatrici perché lei stessa affronta problemi psicologici seri da tutta la vita. The border of paradise racconta la complessità dei rapporti familiari, racconta dei “demoni” con cui ognuno dei personaggi deve fare i conti. I capitoli hanno protagonisti diversi, molto particolare l’uso della lingua inglese e cinese insieme, l’autrice infatti inserisce nel testo parole in cinese scritte con i caratteri cinesi quindi intraducibili per il lettore e per un personaggio femminile, Daisy, a volte lascia degli spazi bianchi a voler significare che c’è un problema di comprensione. L’amore, la religione, il “male di vivere”, le differenze razziali, di questo racconta Esme’ Wang in The border of Paradise, i suoi personaggi scavano dentro l’emotivita’ del lettore e rimangono a lungo, un eco intenso che si ripropone ogni volta con nuovi pensieri o interrogativi.

Parlare di salute mentale è difficile, farlo senza ricorrere a espedienti che si portano dietro violenza o aspetti di voyeurismo ancora di più, brava Esme’ Wang!

Io oramai la seguo su Instagram e su Twitter e sto imparando ad apprezzarne l’intelligenza viva! Il mio inglese non è tale da cogliere tutte le sfumature del romanzo ma è un buon esercizio e uno sforzo che val la pena fare!

Gossip

È sposata con un Cattolico, ha dei bellissimi cani, porta quasi sempre il rossetto rosso!

Un assaggino

“My heart sighed. I curled up beside him in my fancy dress, avoiding the wetness of whiskey, and pressed my face into his ribs. He rubbed my head in slow circles, and I thought, I am happy, I am happy, I am happy. I inhaled the aftershave he had splashed on that morning that smelled of something dark and sour, like small animals and the color brown and himself. When we lay together there was no need to speak, and I preferred it that way because when we didn’t speak we could be any husband and wife, with no struggle in it. We lay in that bed and kissed tenderly, and then we took our set of matching luggage and left. I imagined Mrs. Nowak lying in bed with a towel over her forehead. She didn’t try to say good-bye.

David and I took a taxi back to the hotel because I didn’t like the subway, and he was hemorrhaging money in those days. David booked a new room, and then he was hungry; he liked diners to the exclusion of all else, and for the longest time I thought that all American restaurants were diners, and that all American menus contained hamburgers and french fries and malts.”

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