Dario Accolla
Strani giorni
24 Agosto Ago 2018 1103 24 agosto 2018

Gli italiani non esistono, i migranti invece sì (piaccia o meno a Salvini)

Migranti Likinesta

La colazione con cornetto e cappuccino, tipica della nostra cultura, nacque in Austria, nel 1683. C'era in corso l'assedio a Vienna da parte dell'Impero Ottomano e i panettieri del luogo, per festeggiare la sconfitta dell'esercito turco, confezionarono dei dolci a forma di mezzaluna, il simbolo della potenza musulmana. I soldati nemici, abbandonando le loro postazioni, avrebbero lasciato inoltre diverse quantità di una polvere scura che, in infusione e filtrata con acqua bollente, produceva un liquido nero dal sapore amaro e dal profumo intenso. Il bottino venne portato nella capitale austriaca. Nascono i primi caffè viennesi.

Sempre in quell'anno, Marco D’Aviano – che è un priore cappuccino mandato a Vienna a rappresentare il papa di Roma – entra in uno di questi bar e ordina un caffè. Ma il gusto è per lui troppo forte. Chiede di allungare quella bevanda con del latte. Il colore ottenuto ricorda quello del suo saio. Nasce così il "cappuccino". Il rituale che si consuma, più o meno silenziosamente, quando ordiniamo la nostra colazione, celebra quella storia fatta di culture che si scontrano e di oggetti e parole che migrano da un posto all'altro. E non è l'unico caso nella storia del nostro Paese.

Il dialetto siciliano, ad esempio, è un laboratorio linguistico che accumula al suo interno una stratificazione millenaria di fatti – dai più cruenti ai più poetici – i quali hanno dato alla società di oggi una lingua e una cultura uniche al mondo (come d'altronde tutte le altre). Non si contano gli arabismi, in Sicilia. Se una persona è afflitta da un problema di una certa gravità, sarà etichettata con il termine "mischina" che vuol dire "poveretta". Dall'arabo, appunto, abbiamo mutuato un termine che esprime un sentimento di pietà. E non è l'unico caso. Molte sono le parole dell'uso quotidiano, dai nomi delle piante a quelli delle tecniche agricole.

A tal proposito, riporto lo stralcio di un articolo di Roberto Sottile, ricercatore dell'Università di Palermo: «L’impressionante abbondanza di arabismi europei di ambito agricolo [...] ci racconta una storia per la quale l’arabo è stato per i nostri avi ciò che, per l’ambito informatico, è oggi per noi l’inglese. Eppure, per attecchire e diffondersi, quegli arabismi non ebbero allora alcun bisogno di passaporti e permessi di soggiorno; non ebbero bisogno di passare per la dogana (altra parola di origine araba!)». Lo stesso autore, nel suo piccolo saggio, cita anche un grande storico, Braudel. Egli definisce il Mediterraneo «non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre».

Il nostro Paese, per come oggi lo conosciamo, nella sua lingua, nella sua arte, nella sua gastronomia e nella stessa storia della sua cultura è l'insieme di quelle civiltà accatastate, quell'insieme di paesaggi. Se pensiamo alla pizza, cibo italiano per eccellenza nel mondo, non sarebbe mai potuta nascere e divenire ciò che è oggi se non ci fossero stati fatti come il colonialismo in America e la dominazione spagnola nel sud dell'Italia: il pomodoro, infatti, viene da oltre oceano. Lo stesso discorso deve essere fatto per la parmigiana di melanzane, altro ortaggio che i nostri antenati sconoscevano.

Il discorso potrebbe andare avanti per molto tempo ancora, ma non voglio dilungarmi. Ciò che mi preme dire è che la nostra identità e la storia che si porta dietro non sono fenomeni isolati, ma nascono dall'incontro e dallo scontro di diverse culture. Ciò vale quando vediamo la splendida Basilica di San Marco a Venezia o quando ci gloriamo della "nostra" dieta mediterranea. Vale anche quando usiamo i numeri indiani, mutuati dagli arabi, che stanno sulle nostre calcolatrici e sulle nostre tastiere. E con i quali abbiamo contribuito, da Galileo in poi, a costruire il pensiero scientifico moderno.

Ciò che mi preme dire, insomma, è che non esiste una cultura ricca e strutturata che non sia la sommatoria di storie altre, di fatti anche tragici, di fortunati incontri. Slogan politici come "prima gli italiani", insomma, non hanno nessuna solida base a meno di non voler riconoscere valore e dignità a ideologie razziste e irrazionali. E dico irrazionali perché non c'è ragione alcuna nel privilegiare l'appartenenza a una "nazione" che è nata dal susseguirsi di "nazioni". Più semplicemente: l'italiano come lo intendono i suoi "difensori", quelli con il tricolore sul proprio profilo Twitter per capirci, di fatto non esiste. Come non può esistere la cosiddetta "purezza della razza" che affermazioni come quella di Salvini e dei suoi supporter più o meno indirettamente richiamano.

Esistono, invece, soggetti migranti. Persone si spostano da un posto all'altro, dentro il nostro mondo e dentro la storia stessa. E questi soggetti portano con sé lingua, abitudini, civiltà materiale. Il fatto che questi spostamenti – leggi: il complesso fenomeno della migrazione – possano portare conflitto è un dato storico ineludibile. Lo vediamo nel nostro Paese, con l'ondata di razzismo che sta conoscendo e che, forse, è conseguenza fisiologica. La storia, tuttavia, ci dovrebbe aver dato quegli strumenti culturali per ridurre al minimo o per risolvere nel modo migliore quel portato di conflittualità.

La soluzione non è semplice, va da sé. Ma se guardassimo alla cultura che abbiamo creato da quel mescolamento di lingue e civiltà – e se facessimo uno sforzo di memoria, scopriremmo che anche noi italiani siamo stati e siamo ancora migranti – non faremmo altro che dare corpo fisico ad un altro slogan che mi piace ricordare di fronte a tempi di follia collettiva come quella che stiamo vivendo: restiamo umani. Abbiamo solo da guadagnarci. Ce lo insegnano la "nostra" storia, la "nostra" lingua, la "nostra" cucina.

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