Elisabetta Favale
E(li's)books
31 Agosto Ago 2018 2119 31 agosto 2018

Luce d’agosto - William Faulkner. Recensione

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Ci sono libri che considero tanto belli che parlarne mi mette soggezione, autori che amo molto come William Faulkner mi creano un enorme imbarazzo ma da semplice lettrice entusiasta e volenterosa di divulgare ciò che legge finisco per provarci.

Luce d’agosto è un romanzo magnifico, Nicola (mio marito) che non è avvezzo alla prosa di Faulkner, leggendolo la prima cosa che mi ha detto è stata: “ ha uno stile molto complesso”, si fatica ad entrare nella logica della narrazione.

Vero.

Faulkner, come scrisse Borges, racconta le storie attraverso i suoi personaggi, spesso la stessa vicenda, lo stesso episodio, è narrato da vari punti di vista, quando presenta i personaggi si lascia travolgere e, quando si rende conto di averla tirata per le lunghe, tronca il discorso improvvisamente lasciando il lettore di sasso.

Altra difficoltà per il lettore è immergersi nei lunghi monologhi dei personaggi che riflettono su un argomento senza però consentirci di avere una visione di insieme per cui è indispensabile, secondo me, per apprezzare lo stile di questo autore, leggere più romanzi.

Se dovessi scegliere una sola cosa di Faulkner, un solo pregio che lo rende ai miei occhi geniale sceglierei la sua capacità di adoperare per ogni personaggio un diverso registro linguistico a seconda dell’estrazione sociale e culturale (realistic colloquialism). Nel caso di questo libro la “polifonia” del linguaggio è notevole, incredibilmente diversificata. Io ho letto la traduzione di Mario Materassi, l’unico ad aver tradotto questo libro in italiano dopo Vittorini, mi sono presa la briga di confrontare il testo in inglese e le traduzioni, ovviamente Materassi è riuscito a rispettare la prosa di Faulkner in modo più preciso e rispondente di quanto non fece il coraggioso Vittorini che, ricordiamolo, si cimento’ pur avendo una conoscenza dell’inglese da autodidatta.

Quindi:

TRAMA

Uscito nel 1932 e subito acclamato come un capolavoro. È tra i riverberi di quella luce d’agosto implacabile che si consumano le vicende di una folta schiera di personaggi: una ragazza incinta, armata solo di una «riserva di paziente e tenace lealtà», che si avventura dall’Alabama al Mississippi alla ricerca del padre di suo figlio; un uomo solitario dallo strano nome, Joe Christmas, «con un’inclinazione arrogante e sinistra sul viso immobile», che l’isteria razziale del Sud getta nell’abisso tormentoso del dubbio circa il proprio sangue; un reverendo presbiteriano ripudiato dalla sua Chiesa per l’antico scandalo della moglie adultera e suicida; e, circondati da neri invisibili, gli sceriffi, i taglialegna, i predicatori, le donne dal volto di pietra, chi «definitivamente dannato», chi alla ricerca disperata di una chimerica catarsi. E quando nella comunità di Jefferson si sparge la voce di un brutale omicidio, tutti i suoi membri vengono risucchiati in una spirale vertiginosa – così come vertiginosa è la prosa di Faulkner, alla quale, pur allarmati, non riusciamo a sfuggire, esposti fino all’ultimo a un Male subdolo e irrimediabile.”

“Hai mai notato come la luce in agosto sia diversa da ogni altro periodo dell’anno?». Grazie a questa casuale osservazione, fatta dalla moglie dell’autore durante una calda serata estiva, William Faulkner decise di cambiare il titolo del suo settimo romanzo dall’originario Dark House (Casa Buia in italiano) a Luce d’Agosto”

Volendo essere semplicistici si potrebbe subito dire che, come sempre, Faulkner ha rivolto il suo sguardo verso quella moltitudine di uomini e donne, bianchi e neri, votati all’autodistruzione. I personaggi di Faulkner sono degli emarginati, degli sconfitti, l’autore ce li consegna così come sono, senza fare moralismi, certo, con un atteggiamento compassionevole ma arrivando a volte a stigmatizzare certe brutture e bassezze dell’animo umano.

Il personaggio principale e più affascinate di Luce d’agosto è, per me, certamente Joe Christmas che vive una vita intrisa di rabbia e risentimento, il suo dramma è che nelle sue vene scorre (sembra) sangue di uomo bianco e uomo nero.

Joe è bianco e sono in pochi a conoscere questo suo segreto per cui potrebbe vivere tranquillamente invece di incatenarsi da solo ad una condizione di emarginazione che si alimenta ogni giorno facendo crescere i suoi demoni, Joe Christmas vede se stesso come una sorta di mostro, il primo vero nemico di Joe è la sua paura e l’orrore che prova all’idea di avere il sangue di un nero.

Siamo come sempre nel Sud degli Stati Uniti, la società che descrive Faulkner è quella che ha assistito alla tragedia dello schiavismo, avere sangue nero nelle vene equanto di più terribile possa esserci, è una maledizione che induce Christmas ad autoflaggellarsi, vede gli altri sempre come giudici pronti a condannarlo, finisce per “manomettere” la realtà.

Coinvolgente e crudele è assistere alla follia crescente di questo “dannato” che trasforma la sua comunità in una massa indistinta dove nessuno ha l’opportunità di risultare diverso, gli “altri” sono tutti ugualmente cattivi.

“Ma da nessuna parte riusciva ad essere sereno. [...] sempre in silenzio, condannato a muoversi, spinto dal coraggio di una disperazione speronata e presa a scudisciate “

Altrettanto interessante è la figura di Joanna Burden, una donna di cui si sa poco o niente, ultima tra gli ultimi anche lei ma per motivi diversi rispetto a Christmas. Grazie a questo personaggio Faulkner sviluppa anche un altro aspetto della personalità di Christmas, quello legato ai tabù sessuali e al ruolo che una donna deve avere nella società.

Tenendo presente che è cresciuto in una famiglia adottiva molto religiosa, ritiene che l’unico comportamento possibile per una donna sia quello di mostrarsi pudica e reticente davanti alle avances di un uomo che ha tutto il diritto di usarle violenza o comunque di farsi valere nel suo ruolo di prevaricatore.

Proprio nei confronti di questa donna, emarginata perché proteggeva i neri, Christmas si trova a “scaricare” quanto di più nero ha nell’anima, in questo vortice di follia rivolge la sua furia nei confronti di chi non lo avrebbe mai giudicato e condannato.

“Lei aveva vissuto una vita appartata, aveva talmente badato agli affari propri che lasciava alla cittadina dov’era nata, vissuta e morta come un’estranea, come una forestiera, un’eredità, diciamo così, di stupore e di sdegno per la quale, benché alla fine avesse fornito loro una scampagnata emotiva, quasi una festa romana, non l’avrebbero mai perdonata e lasciata morire in pace e in silenzio.

Ma non è da Christmas che il romanzo prende vita, no, è da Lena Grove, una ragazza giovane e ingenua che arriva a Jefferson per cercare l’uomo che l’ha messa incinta nella illusione che possa prendersi cura di lei. Lena è un personaggio positivo, è stoica, si contrappone a Joe proprio per il suo fatalismo e il desiderio di pensare al meglio e godere dell’aiuto altrui.

Se da una parte quasi indispettisce il suo ottimismo ostinato, dall’altra non si può negare che tutti gli altri personaggi alla fine vi si “piegano” e ne escono in qualche modo cambiati.

Lena è il personaggio che l’autore ama di più e lo ribadisce più volte, le attribuisce un ruolo addirittura salvifico. Lena offre al lettore un esempio perfetto di come Faulkner “adatti” lo stile al linguaggio, questa giovane donna poco istruita ha un linguaggio semplice, l’autore per lei scrive periodi molto brevi e quando vuole raccontare del modo in cui spiega i fatti che si trova a vivere, lo fa ricorrendo soprattutto a descrizioni “basiche”, sensoriali. I verbi che Lena usa di continuo sono “suppongo” “vedo” “sento”.

Questo personaggio diventa il perno intorno a cui ruotano e si sviluppano tutti gli altri che, in qualche modo, si trovano ad incrociare la sua strada.

Luce d’agosto è un romanzo che racconta dei fantasmi che ogni uomo si porta dietro, è un romanzo sul passato, sulla storie familiari che “marchiano” indelebilmente le persone, l’odio razziale è tema devastante che porta crudeltà e miseria di sentimenti. È ancora una storia di reietti che poco hanno da sperare nel futuro.

“La memoria crede prima che il conoscere ricordi. Crede più a lungo di quanto rammenti, più a lungo perfino di quanto il conoscere immagini”.

LUCE D’AGOSTO - WILLIAM FAULKNER

ADELPHI

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